Offre salari più giusti e migliori condizioni di lavoro ai piccoli produttori del Sud del mondo. L'impegno di Coop

Scritto da Anna Somenzi |    Aprile 2003    |    Pag.

Giornalista. Nata a Cremona, cresciuta a Bologna della quale ha assorbito, e goduto, l'emilianità. E' diventata giornalista professionista "da grande", ma lavora nell'editoria da molto tempo in giornali aziendali del movimento cooperativo, prima Comma di Conad e poi Consumatori di Coop. Si occupa soprattutto di prodotti e produzioni, consumi e consumatori. Da qualche anno, sempre per Coop, lavora anche come coordinatrice editoriale per la collana dei Quaderni dei consumatori dell'Editrice Consumatori.

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Il volume del commercio mondiale è oggi 14 volte superiore a quel che era nel 1950, ma tuttora 1,3 miliardi di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e il 20 per cento dei più poveri si divide solo l'1,1 per cento delle risorse mondiali.
Milioni di piccoli produttori dei paesi cosiddetti in via di sviluppo sono costretti ad accettare dei prezzi per i loro raccolti che non coprono nemmeno i bisogni elementari, quali nutrire la famiglia, mandare i bambini a scuola, risparmiare un minimo per dei progetti futuri. Tanto per fare un esempio, un contadino dell'America Latina dovrebbe lavorare 300 anni per poter acquistare un camion del valore di 15 mila euro.
Speculazioni, grande potere degli intermediari, prezzi al raccolto troppo bassi: le regole attuali del commercio mondiale non permettono ai piccoli produttori di vivere degnamente del loro lavoro.

"Trade, not aid", commercio e non aiuti, era la parola d'ordine uscita dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) nel lontano 1964. Dalle parole siamo passati ai fatti, e il commercio equo e solidale fra paesi del Nord e del Sud del mondo è una realtà conosciuta dagli addetti ai lavori, ma sempre di più anche dai consumatori.
Questo commercio tende a favorire un maggiore equilibrio nella distribuzione della ricchezza mondiale, al miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi economicamente meno sviluppati. I produttori di questi paesi necessitano, disperatamente, di prezzi equi per i loro prodotti, di relazioni a lungo termine, di investimenti, di nuovi mercati. Appartiene alla fine degli anni '80 e agli inizi del '90 il radicamento del commercio equo in Italia e Spagna, con un ritardo considerevole rispetto al Nord Europa, Olanda in particolare.
Diventa importante raggiungere il consumatore nei suoi luoghi di acquisto, piuttosto che costringerlo a cercare una Bottega del Mondo, il consumo del resto comincia a cambiare e l'attenzione al commercio equo si inserisce in un più generale consumo responsabile. I consumatori sono più sensibili a concetti come un salario giusto pagato ai produttori, al miglioramento delle condizioni di lavoro, alla promozione dell'autosviluppo, alla tutela dei diritti dei lavoratori. I prodotti del commercio equo e solidale entrano nella grande distribuzione. Nascono nuove organizzazioni di garanzia del percorso equo e solidale, come TransFair in Italia (1994), che poi daranno vita al coordinamento internazionale Flo (Fair Trade Label Organization).

Coop è stata la prima catena distributiva italiana a recepire con risultati superiori ad ogni previsione l'esperienza del commercio equo e a proporre ai propri clienti, con il marchio "Per la solidarietà", prodotti certificati TransFair, a cominciare, nel 1995, dal caffè. Già nel primo anno le confezioni vendute erano 230 mila, nel 2002 sono diventate più di 500 mila e altri prodotti si sono aggiunti, oggi disponibili con il marchio Coop Solidal.


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Come si diventa equi

Il principio base su cui si fonda TransFair è l'offerta di maggior sicurezza ai piccoli produttori, affinché abbiano la possibilità di investire e di migliorare le loro condizioni di vita. I licenziatari TransFair si impegnano, sottoscrivendo un vero e proprio contratto, a rispettare una serie di criteri stabiliti a livello internazionale e che si possono riassumere in questi punti:

• Scelgono di collaborare con gruppi che hanno scarse possibilità di accesso al mercato tradizionale e che sono iscritti ai registri dei produttori di Flo. Per essere ammessi in questi registri i produttori devono essere organizzati in associazioni, gruppi o cooperative, e tutti i membri devono partecipare al processo decisionale. Le cooperative devono essere aperte all'entrata di nuovi membri, e al suo interno non devono essere attuate forme di discriminazione razziale, politica, religiosa, di genere o di altro tipo. Attualmente sono iscritti circa 400 soggetti a cui fanno riferimento 7 milioni di produttori nel Sud del Mondo.

• Rispettano il prezzo equo, cioè un minimo garantito che copra non solo i costi di produzione ma assicuri un margine per investimenti sociali. Il prezzo effettivo può essere anche più alto del minimo garantito: viene direttamente fissato tra produttore e licenziatario prima dell'imbarco del prodotto.

• A richiesta, offrono ai gruppi produttori prefinanziamenti o garanzie creditizie fino al 60% del valore del contratto per garantire capitale di lavoro ai produttori e per evitare che si inneschi il fenomeno del credito usuraio.

• Si impegnano a stabilire relazioni commerciali stabili e ad acquistare almeno due raccolti in modo che i produttori possano pianificare con maggiore certezza il loro futuro.

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Le cifre dell'equo
Avanti, piano piano
Il numero dei punti di vendita che trattano prodotti del commercio equo e solidale nel 2002 ha toccato quota 4.000, grazie a importanti catene che hanno favorito l'accessibilità da parte dei consumatori. Tuttavia molta strada resta ancora da compiere: in Italia solo lo 0,13% del caffè venduto è stato acquistato a condizioni eque, pagandolo cioè al "giusto prezzo" al produttore. E in altre referenze la percentuale è ancora insignificante: lo 0,63% del tè, lo 0,08% del cioccolato. Sono ancora cifre troppo piccole per incidere in maniera significativa sulla tendenza al consumo, anche se l'incremento percentuale annuo fa davvero ben sperare in numeri più convincenti. Un fronte di forte sviluppo è il mercato biologico: i produttori del Fair Trade hanno sempre avuto attenzione all'ambiente, tanto che in questo momento circa il 50% dei produttori certificati TransFair è anche certificato bio.




Tabelle
Solidali alla Coop
Vendite prodotti garantiti TransFair in Coop Italia dal 1999 al 2002

Anno Caffè Cacao Miele Succo arancia Banane
1999 83,6 21,4 47,5 3,9
2000 76,8

28,9 22,4 3,3
2001 107,8 57,1 54,5 4,0 129,0
2002 129 90,4 21,0 5,0 195,0 63,0

In tonnellate per tutti i prodotti e in migliaia di litri per il succo di arancia

Prodotti TransFair venduti in Coop nel 2002
Cioccolato: 292.500 tavolette da 100 g
Miele: 40.700 barattoli da 500 g
Caffè: 515.000 pacchetti da 250 g
Cacao in polvere: 97.400 scatole da 250 g
Cioccolatini: 34.810 confezioni da 200 g
Ovetti: 26.520 confezioni da 125 g
Uovo di Pasqua: 36.990 uova da 220 g
Tè: 123.457 scatole
Succhi: 195.300 brick da 1 l
Banane: 62.928 kg
Palloni: 28.000

I prodotti devono provenire direttamente dai produttori del Sud. Le speculazioni degli intermediari devono essere evitate; i distributori possono acquistare direttamente dai produttori o tramite gli importatori autorizzati.