Come sono cambiati, dati alla mano, i consumi degli italiani. Intervista all'ex presidente della Cirm Nicola Piepoli

Scritto da Laura D'Ettole |    Gennaio 2003    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

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E' decisamente cambiato il consumatore in questi ultimi anni. E' più spendaccione e quindi meno risparmiatore. E' più ricco e come tale guarda meno ai bisogni primari e sempre di più a quelli "immateriali" come viaggi, cultura e strumenti informatici. Lo dice una ricerca condotta dalla Nielsen, che ha analizzato il periodo compreso tra il 1985 e il 2002. Sarà pur vero, commenta Nicola Piepoli, ex presidente della Cirm, ma attenti a trarre conclusioni affrettate. Nella società occidentale consumare cultura non significa necessariamente diventare più colti e sapienti. Piepoli, che è noto al grande pubblico proprio per aver diretto per anni la società specializzata in sondaggi che ha condotto numerose indagini anche per il piccolo schermo, oggi ha fondato una nuova impresa: la Nicola Piepoli e associati.

Professore, in questi anni la propensione al risparmio degli italiani è scesa vertiginosamente. Cosa è successo a quel popolo di formiche previdenti ancora in vita poco più di quindici anni fa?
La quota attuale del risparmio delle famiglie italiane è né più né meno quella americana. La propensione al risparmio storicamente tende a diminuire ovunque in occidente: le grandi economie moderne si basano su questo. Del resto 17 anni sono un periodo piuttosto lungo, praticamente un'intera generazione. In questo lasso di tempo siamo diventati a pieno titolo una regione dell'Europa e ci siamo allineati ai comportamenti del vecchio continente.

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Nel tempo, sembra che i nostri soldi abbiano preso sempre di più la direzione della spesa per i cosiddetti servizi alla persona, per la salute e per la casa, per i consumi d'energia...

Già, pensi come si è trasformata negli anni una voce importante come il consumo d'energia. Oggi spendiamo in carburanti circa 300 mila miliardi di vecchie lire: è una cifra pari al 7% dei consumi globali degli italiani. A questo aggiungiamo l'energia che utilizziamo per produrre merci o per mantenere un buon tenore di vita. Abbiamo cominciato con i forni a microonde, poi c'è stato il computer, il Dvd, l'aria condizionata. E' una corsa all'acquisto che ha un effetto moltiplicatore enorme, di ben due punti percentuali superiore al prodotto interno di una nazione. Come dire ad esempio che se nel 2002 l'Italia è cresciuta dello 0.6%, il consumo d'energia è aumentato del 2.6% rispetto a un anno fa. S'immagini cosa significa questa progressione in un periodo di tempo lungo come 17 anni...

Nel 1985 spendevamo il 26.1% del nostro reddito in consumi alimentari, oggi appena il 16.4%. Che è successo, mangiamo di meno?
Guardi, se per assurdo potessimo pesare su una bilancia la popolazione italiana degli anni '50 e quella degli anni 2000, a parità di abitanti il peso sarebbe oggi enormemente maggiore. Il fatto è che il 26.1% del reddito di diciassette anni fa era una cifra molto inferiore a quella che oggi destiniamo al mangiare. In termini reali il volume di consumi alimentari è aumentato del 4-5%. Il fatto è che c'è un aumento di valore del cibo. Intendo dire che quello che mangiamo oggi vale di più: vuoi perché sulle nostre tavole abbiamo sostituito il branzino alle alici, vuoi perché man mano che aumenta il tenore di vita tendiamo sempre di più ad acquistare le marche, o il prodotto che ha una componente di servizio maggiore.

C'è anche una corsa al biologico, agli alimenti garantiti privi di ogm.
E anche al cibo dietetico, che non fa ingrassare. Il grasso superfluo è uno dei mali endemici della società occidentale e una parte di popolazione fortunatamente si comporta di conseguenza.

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E poi gli italiani spendono sempre di più anche in ricreazione e cultura...

E' un settore in crescita, che assume forme diverse e non sempre scontate. Pensi al fatto che quest'anno sul mercato librario stagnante sono arrivate le iniziative di tre giornali - Repubblica, Corriere della Sera, il Giornale - che con i loro allegati al quotidiano hanno inondato i lettori con qualcosa come 40 milioni di libri. E' un'operazione gigantesca: come se nella casa di ogni famiglia italiana fossero entrati almeno due libri. In cifre, a cinque euro ciascuno, si ottengono 200 milioni di euro: più o meno il 15% di incremento netto del mercato librario italiano.

Ma insomma, come è cambiato negli anni il consumatore dal punto di vista antropologico? Forse è più esigente, più colto?
In realtà non è cambiato granché, a parte il fatto che è diventato un filo più virtuale. Secondo me però l'incipiente virtualità porta al disfacimento del sapere, del "savoir" come dicono i francesi. Cioè di quella capacità di rispondere a certe domande, di crescere. Oggi clicco sul computer e mi sembra di avere tutto, ma non ho il pensiero: il web è tutto fuorché pensiero. Ma quello che ha fondato la nostra civiltà, il Logos originario, il Dio della Bibbia, è proprio l'insieme delle persone pensanti...

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Vuol dire che consumi culturali e cultura non sempre coincidono?

Già, certo è positivo che entrino più libri nelle case. In termini filosofici però non è leggendo Il Conte di Montecristo allegato a Repubblica che si ricostruisce il "savoir", ma è con la curiosità che ci porta a interrogarci, a rispondere a domande reali. Pensi che in questo momento sto leggendo Giolitti e lì trovo alcune risposte su come e perché è arrivato il fascismo, sulle radici della nostra storia. E' attraverso i ricordi che si costruisce il domani, perché per dirla con Goethe: "Nel passato vive la bellezza che ci proietta nel futuro".

Campioni del risparmio
I prezzi che fanno scuola
S'infiamma la battaglia dei prezzi sulla piazza fiorentina fra le insegne della moderna distribuzione commerciale, con ovvi benefici per chi fa la spesa nei supermercati. Al ritorno dalle ferie estive, e per parecchie settimane, Esselunga svolge una campagna pubblicitaria centrata sulla riduzione del prezzo rispetto ad un anno prima di 600 prodotti, su circa 7000 in assortimento. Nei punti vendita Coop, nello stesso periodo, ha registrato un abbassamento generalizzato di ben 1550 referenze sempre su base annua. Sono diminuiti i prezzi di 60 tipi di pasta, tanto per fare alcuni esempi, tra cui spiccano marche leader come De Cecco e Barilla; 46 tipologie di biscotti fra cui quelli del Mulino bianco e Oro Saiwa, oltre a quelli a marchio Coop. E poi succhi di frutta come Derby blu; il Mukki latte scorta, a lunga conservazione; i gelati Sammontana. Nell'assortimento generale, inoltre, 2400 prodotti sono rimasti invariati rispetto ad un anno prima, mentre altri 2140 hanno subito un rincaro. Questa articolata operazione ha contribuito, secondo l'Osservatorio prezzi di Unicoop Firenze, a mantenere un livello d'inflazione interna prossimo allo zero: appena dello 0,3% raffrontando ottobre 2002 con lo stesso mese dell'anno precedente.