Lungo il corso del fiume cantato da Dante, D'Annunzio e Curzio Malaparte

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2008    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

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Non rientra certo nell'elenco dei fiumi "celebri" o "gloriosi"; nei suoi quarantasette chilometri di percorso, prima di infilarsi nell'Arno, non si rammentano episodi storici eclatanti avvenuti sulle sue sponde; i sette od otto ponti che lo attraversano sono tutti piuttosto anonimi o di recente costruzione (l'ultima guerra mondiale imperversò di brutto a causa della linea ferroviaria Bologna-Firenze), tranne uno, quello della Rocca di Cerbaia, di origini alto-medievali. Insomma, chiamare fiume il Bisenzio è già un atto di generosità perché, francamente, le sue sono le caratteristiche proprie del torrente: se passano tre settimane senza pioggia lo si può attraversare - almeno nel tratto a nord di Prato - comodamente a piedi. Versi illustriEppure il Bisenzio, pur nella sua modestia, ha avuto cantori illustri, poeti e scrittori che lo hanno collocato di diritto nel ristretto numero dei fiumi "nobili". Il primo - in tutti i sensi - è Dante Alighieri, che ne parla nel trentaduesimo canto dell'Inferno (55-57): Se vuoi saper chi son cotesti due, la valle onde Bisenzo si dichina del padre loro Alberto e di lor fue. Il poeta cita il fiume e la sua vallata per parlare dei due fratelli - Napoleone e Alessandro - figli del conte Alberto Alberti, che in quel territorio possedevano terre e castelli. E fu proprio a causa delle loro proprietà che vennero in conflitto e si uccisero vicendevolmente. E Dante, che forse li aveva conosciuti nella realtà essendo morti alla fine del XIII secolo, li colloca nella Caina, una delle quattro parti in cui è diviso il lago Cocito, riservata agli uccisori dei parenti. Il poeta li incontra, immersi nell'acqua gelata fino al collo, che si scontrano fra loro come fossero due montoni. Un altro grande poeta che rammenta il Bisenzio è Gabriele D'Annunzio, che ne parla per come lo ricorda al tempo in cui fu studente al Convitto Cicognini di Prato: O lapidoso letto del Bisenzio ove cercai le silici focaie vigilato dal triste pedagogo, camminando in disparte e nel silenzio, mentre l'anima mia come le tue ghiaie faceasi dura a frangere ogni giogo! Ultimo è lo scrittore e giornalista Curzio Malaparte, nato a Prato, vissuto in varie parti del mondo ma sepolto, per sua espressa volontà, su una collina che domina la città natale. Come epitaffio volle che fossero scolpite due frasi riprese dal suo "Maledetti toscani": "...e vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per sollevare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano". L'altra dice: "Io son di Prato, m'accontento d'esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo".
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Il Gallo pastore
Nel presente itinerario alla ricerca di piccoli borghi nascosti o poco conosciuti, la partenza coincide con la nascita del Bisenzio, in quel di Cantagallo. L'antico borgo non esiste più, essendo stato quasi completamente distrutto durante l'ultima guerra mondiale; ma rimane, oltre ad alcune case sparse di nascita recente, romantica e tenera, la leggenda legata all'origine del suo nome, Cantagallo. Di primo acchito potrebbe far pensare al solito galletto che, all'alba, sveglia gli abitanti del posto. Niente affatto. Il gallo non è un bipede starnazzante, ma un bipede umano, calato dalla Gallia nel periodo in cui la nostra penisola era periodicamente invasa da gente proveniente dal nord. Il Gallo in questione, mentre tornava nella sua patria, si innamorò a tal punto di quella breve vallata formata dalla confluenza del Rio di Tropole col Bisenzio che decise di non muoversi più. Si fece pastore e non era raro che gli abitanti della zona lo udissero cantare strani motivi in una lingua a loro sconosciuta. Quando morì - e il borgo si era ingrandito - si pensò di dare al paese un nome che in qualche modo ricordasse questo personaggio. Museo all'apertoIl successivo centro abitato nella discesa verso il fondovalle è Luicciana, anch'esso semidistrutto nel corso degli ultimi eventi bellici. In realtà è il vero capoluogo del comune, dove sono gli uffici del sindaco e degli assessori. È appena appena più grande di Cantagallo e la sua particolarità è quella di essere diventato, nel corso degli ultimi decenni, una sorta di museo all'aperto. Molte delle sue case sono tappezzate con affreschi, bassorilievi o murales e le piazze e gli slarghi ospitano opere di scultura di artisti contemporanei. Scendendo ancora il corso del fiume, si giunge in breve a Mercatale. Il nome stesso spiega qual è stata la sua vocazione nel corso dei secoli: quella di centro di scambi commerciali fra gli artigiani e gli abitanti della zona. Se si risale di qualche chilometro la strada statale numero 325 che conduce a Bologna, e si compie una brevissima deviazione sulla destra, si giunge ad uno sperone roccioso che domina un'ampia fetta della valle e sul quale sorge l'antichissimo borgo e castello conosciuto come Castello della Rocca. Appartenuto fino dal X secolo ai Cadolingi, passò poi agli Alberti e successivamente alla famiglia fiorentina dei Bardi. Anche adesso è di proprietà privata; l'antica rocca è trasformata in villa e può essere visitata solo con il permesso dei proprietari. La chiesa e la roccaTornati a Mercatale e imboccata, a destra, una stradina in salita, si arriva ben presto a Sant'Ippolito, piccolo borgo circondato dai boschi e tutto raccolto intorno alla pieve, la cui origine si fa risalire a qualche anno prima del Mille, dedicata ai santi Ippolito e Cassiano. Percorrendo stavolta la statale in direzione di Prato, ci troveremo davanti, lassù in alto sulla sponda sinistra, le maestose vestigia di quello che fu uno dei più efficaci capisaldi difensivi della vicina Prato. Si tratta della Rocca di Cerbaia, appartenuta fin dalla sua nascita ai conti Alberti e in seguito passata al Comune di Prato. In due località del nostro itinerario si organizzano, nel periodo di passaggio fra l'inverno e la primavera, alcune feste che hanno in comune la caratteristica della modestia, della semplicità, dell'attaccamento alla terra e ai doni che essa elargisce. A Vernio si celebra la "Festa della polentina", durante la quale la Società della Miseria distribuisce a tutti i presenti polenta dolce condita con aringhe e baccalà. A Sant'Ippolito l'ormai tradizionale "Carnevalino" si festeggia il Mercoledì delle Ceneri (ma recentemente è stato spostato al sabato successivo, quest'anno è il 9 febbraio): alcune persone in costume si spostano di casa in casa per offrire un piatto di pastasciutta condita con tonno e aringhe. Sulle spallette del già citato ponte che conduce alla Rocca di Cerbaia si celebra, ogni anno a settembre, una rievocazione storica legata a qualche episodio guerresco di antica memoria. Info: Apt Prato, tel. 057424112
Nelle foto, a partire dall'alto: il ponte di Cerbaia, opere d'arte nel centro di Luicciana.