di Adelmo Garinei

Nelle afose giornate d'estate i banchi dei "cocomerai" erano quasi ad ogni angolo di strada e le grida di "diaccio e bono, un decino la fetta" invitavano i passanti a sacrificare un "diecione" (moneta di rame da due soldi, ovverosia, dieci centesimi) per un momentaneo ristoro. I banchi erano modesti carretti, rallegrati da ramoscelli verdi, bandierine, catini d'acqua e piramidi di cocomeri, che venivano vantati come di Faenza, anche se arrivavano da San Donnino o da Brozzi.

Naturalmente l'ornamento più importante era la botte col ghiaccio: il cocomero, se non è gelato, non è degno di questo nome. Qualche piatto un po' scorticato, due o tre coltelli da cucina e la cesta delle bucce, delizia del cavallo del fiaccheraio più vicino, completavano l'arredamento. Per la sera, con la gente che passeggiava al fresco, fino alla mezzanotte, bastava un lume a petrolio.

Il cocomeraio di piazza Beccaria, invece, era un re per i suoi colleghi, e ne aveva ben d'onde. Il banco di piastrelle bianche, bicchieri nitidissimi, grazie all'acqua prelevata da una bocchetta per l'innaffiamento stradale, piatti della ceramica di Sesto Fiorentino, coltelli e forchette scintillanti, comodi sgabelli, tovaglioli. Il cocomero lo vendeva sbucciato, da potersi mangiare con coltello e forchetta, anziché affondare la bocca nella fetta, sbrodolando tutto addosso.

Tutto questo lusso, che ovviamente incideva sul prezzo, era dedicato alle signore che uscivano da "Follie estive", un teatro di varietà all'aperto lì vicino, che altrimenti non si sarebbero mai fermate a rinfrescarsi, col rischio di sporcare i vestiti.

Anche l'illuminazione era più potente. Un bel lume a carburo, che le persone istruite definivano a gas acetilene, una fiamma azzurrina che ben illuminava il banco e le persone. Le signore clienti non solo non lesinavano sul prezzo, ma spesso lasciavano un soldino di mancia per l'aiutante, che smaltiva le bucce, lavava piatti e bicchieri, paludato in un grembiale bianco, che più bianco non si può!