Mangiano troppo e male, a causa di uno stile di vita sbagliato. Ma a volte la fame smodata può essere il sintomo di un disagio da non trascurare

Scritto da Rossana De Caro |    Novembre 2013    |    Pag. 38

Laureata in Lettere all'Ateneo fiorentino, ha lavorato per molti anni come giornalista in emittenti televisive e radio locali, realizzando programmi di costume e società. Ha collaborato inoltre con La Nazione per la cronaca di Firenze e gli spettacoli. 

Dal 1998 scrive articoli per l'Informatore. Si occupa anche di uffici stampa per la promozione di eventi a Firenze e in Toscana.

Ha pubblicato il libro 'Ardengo Soffici critico d'arte'. 

Dal 2009 al 2015, sempre come collaborazione esterna, è stata coordinatrice redazionale dell'Informatore.


Una vera e propria epidemia di sovrappeso e obesità colpisce i nostri bambini: poco movimento, troppo tempo passato davanti alla televisione, merendine consumate a ripetizione, e i nostri amati pargoli diventano dei Cicciobelli. Dall’indagine, OKkio alla Salute sulle abitudini alimentari e sull’attività fisica dei bambini delle scuole primarie (6-10 anni), coordinata dal Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute Cnesps

“In Italia - riporta l’indagine -, più di 1 bambino su 3, fra i 6 e gli 11 anni, pesa troppo. In particolare, il 12,3% dei bambini è obeso, mentre il 23,6% è in sovrappeso. Complessivamente oltre 1.100.000 bambini italiani ha un peso eccessivo rispetto alla propria altezza. Inoltre, quasi 1 bambino su 2 abusa di Tv e videogiochi a scapito dell’attività fisica, che viene praticata adeguatamente solo da 1 bambino su 10”.

Spesso quest’abitudine a mangiare in modo sregolato ed eccessivo nasconde un disagio psicologico e sociale, emotivo e relazionale che va letto e interpretato. Inoltre la fascia dei disturbi alimentari (anoressia, bulimia) si allarga sempre di più, non riguarda più solo gli adolescenti: l’età media si è infatti molto abbassata, al di sotto dei 13 anni, coinvolgendo anche bambini di età inferiore, come quelli delle elementari, fra i 6 e gli 11 anni. 


«L’adolescenza oggi si è molto allungata - afferma il dottor Lorenzo Franchi, responsabile di Fida (Federazione italiana disturbi alimentari) di Firenze -; inizia molto presto e dura fino all’età adulta, il rapporto dei ragazzi col cibo si costruisce e consolida quindi in un periodo molto lungo, e animato da molteplici influenze sia esterne (tv, internet, ambienti scolastici) che familiari. In estrema sintesi si può dire che l’atteggiamento nei confronti del cibo è per i bambini orientato ad attirare l’attenzione degli adulti, e per gli adolescenti un modo facile e quotidiano per affermare se stessi. 


Il cibo rappresenta - prosegue Franchi - il primo canale comunicativo fra bambino e genitore, il modo più antico di entrare in relazione. Capita spesso che si confonda il dar da mangiare con il nutrire, e alcuni genitori, in buona fede s’intende, tendono a sovrapporre il ruolo del cibo con quello della relazione e distribuiscono pasti e merende come fossero equivalenti a cure e attenzioni».

Nutrire un figlio tuttavia ha un significato profondo e altamente simbolico che va al di là della semplice alimentazione. «La famiglia che si concentra ossessivamente su quanto e come mangia il bambino, trasmette un atteggiamento ansioso rispetto al cibo, pur avendo le migliori intenzioni di cura e attenzione premurosa». 


E per i ragazzini più grandi? «Il cibo diventa, crescendo, in gran parte un oggetto di consumo che viene ingurgitato in grandi quantità e a ripetizione, con l’idea che riempiendosi di cibo si possa riempire di senso anche la propria esistenza.

Spesso è la ricerca di una gratificazione immediata, un modo per riempire un vuoto di interessi; il cibo si concretizza come un mediatore emotivo e relazionale a cui è utile togliere attenzione piuttosto che aggiungerne». In che modo distogliere un ragazzino dal “mangiare compulsivo”? 


«L’insoddisfazione - osserva Franchi - non si può sempre compensare con il cibo, si devono trovare altre strade per permettere ai desideri dei ragazzi di emergere.

In questi casi è opportuno non far diventare il cibo un argomento tabù o una battaglia quotidiana; può essere molto più utile invece far passare l’argomento in secondo piano, non ossessionarsi con ciò che si mangerà a pranzo o a cena e spingere così bambini e ragazzi a cercare modi differenti e più creativi di riempire le giornate».

Info:

L’intervistato: dottor Lorenzo Franchi, psicologo- psicoterapeuta , responsabile Fida Firenze Dedalo

Foto di C. Valentini


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