Le bufale influenzano i consumi e danneggiano la salute e gli allevatori

Scritto da Silvia Gigli |    Maggio 2018    |    Pag. 7

Giornalista E' nata e vive a Firenze ma è per metà senese. Ha iniziato a frequentare il mondo del giornalismo giovanissima, collaborando con quotidiani come La Città, Paese Sera e numerosi mensili toscani. Ha lavorato al quotidiano Mattina, allegato toscano dell'Unità, fino al '99, poi al Corriere di Firenze, infine caposervizio delle pagine dell'Unità in Toscana. Scrive sull'Informatore dal 1990.

Accademia dei Georgofili

In un solo anno, tra il 2014 e il 2015, il consumo di carne pro capite in Italia, secondo le rilevazioni di Assocarni, è diminuito di 2 chili: siamo quindi passati da 19 a 17 chili di carne a testa, il 10% in meno. A contribuire a questo sensibile cambiamento delle abitudini degli italiani è stato il dilagare della notizia secondo la quale l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) avrebbe dichiarato cancerogene le carni rosse. Secondo il dottor Eugenio Demartino, ricercatore presso il dipartimento di scienze veterinarie per la salute dell'Università di Milano, è molto difficile riuscire ad arginare gli effetti negativi di certo sensazionalismo sul mondo agroalimentare. Sarebbe stato sufficiente offrire un'informazione più precisa circa le indicazioni dell'Oms per evitare il panico tra i consumatori. «Una cosa è dire che un alimento o un prodotto sono potenzialmente cancerogeni - spiega Demartino -, un'altra è asserirlo con certezza. Ci sono tante variabili da considerare. Non è tutto bianco e nero».

Una cosa è certa, però: di “bufale” e notizie sensazionalistiche (oggi si dice fake news) si nutrono la rete e il mondo dell'informazione che ruota intorno al cibo. Non passa giorno che non si esalti un superfood (cibo dalle proprietà eccezionali). Lo scorso anno il non plus ultra era l'avocado, quest'anno la moringa, l'anno prima la quinoa. Notizie spesso gonfiate, che diventano virali e fanno spostare centinaia di milioni di euro di consumi. Quando poi ci troviamo di fronte a casi di presunta nocività di un alimento, le conseguenze possono essere ancora più pesanti e sarebbe quindi necessaria maggiore cautela. Ci siamo passati alcuni decenni fa con l'allarme mucca pazza, poi con l'influenza aviaria e infine con la carne rossa cancerogena.

Queste, secondo gli esperti, sono le notizie false o gonfiate che possono mettere in ginocchio il settore zootecnico. Se ne è parlato il 5 aprile scorso all'Accademia dei Georgofili di Firenze insieme ad un gruppo di esperti del settore. Il tema dell'incontro era "Fake news, sensazionalismo e consumo di prodotti di origine animale. Impatti e rimedi per il rilancio del settore zootecnico". Si sono confrontati: il dottor Demartino, che ha spiegato quali siano gli effetti concreti di queste notizie sul mondo produttivo; Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare; Alessia Carovani dell'Università di Milano, che ha spiegato quanto sia complicato comunicare la scienza; Furio Oldani, direttore di "Macchine trattori"; il professor Vittorio dell'Orto, direttore del dipartimento di scienze veterinarie per la salute dell'Università di Milano; e Antonio Michele Stanca, vicepresidente dell'Accademia dei Georgofili.

Il meccanismo della notizia falsa o gonfiata ormai è chiaro: una volta messa in giro provoca una perdita di fiducia del consumatore, che si traduce in un cambiamento dei mercati. «L'effetto è imprevedibile e sistematico al tempo stesso - spiega il dottor Demartino -. L'unico modo per difendersi è crearsi una reputazione imbattibile». Il caso dell'aviaria è emblematico. «Tutto partì da una conferenza di virologi tenutasi il 12 settembre 2005 nel corso della quale fu evidenziato che il virus H5N1 avrebbe potuto contagiare anche gli uomini - continua Demartino -. Il giorno successivo il “Corriere della Sera” scrisse che il virus dei polli avrebbe colpito 16 milioni di italiani. Risultato? In alcuni punti della grande distribuzione si arrivò anche a vendere il 30% di pollame in meno. Si è poi scoperto che tra il 2003 e il 2018 l'aviaria ha ucciso 454 persone in tutto il mondo. In tempo reale però non si è potuto fare niente per arginare la notizia». E il morbo della mucca pazza? In tutto il mondo, spiega il ricercatore, sono stati 231 i morti per encefalopatia spongiforme bovina, «se paragonati all'influenza normale, sono niente». E allora? Come fare? «Bisognerebbe che lo scienziato incominciasse a comunicare, a fare informazione, come fa il virologo Roberto Burioni. Credo che sia l'unico modo per combattere le fake news in tempo reale». Ma lei, dottore, mangia carne rossa e salumi? «Certo! Mi assicuro soltanto che siano di alta qualità. Dobbiamo essere orgogliosi del nostro prosciutto crudo e della nostra mortadella».


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