Tiro con l'arco per non vedenti

Scritto da Maurizio Fanciullacci |    Maggio 1999    |    Pag.

Giornalista

Centro con lo Zen
Essere ciechi e infilare una freccia in un "paglione" di un metro e mezzo di diametro, posto a 18 metri di distanza. Un'impresa che non ha nulla di straordinario per i non vedenti che il 23 maggio a Porto di Mezzo, nei pressi di Lastra a Signa, si affronteranno nel primo e sperimentale campionato italiano di tiro con l'arco. Niente a che fare con l'esibizione di un fenomeno da baraccone, ma il frutto di anni di sforzi costanti nei poveri locali dell'Istituto fiorentino per ciechi in via Cocchi. Di ore e ore spese dall'istruttrice degli "Arcieri del Giglio", Cecilia Trinci, con i suoi allievi. Insieme a ripassare movimenti, a cercare un equilibrio fisico e spirituale, ad apprendere e affinare tecniche Zen e yoga per far tendere il corpo e i sensi insieme alla corda dell'arco. "Chi è cieco dalla nascita non può imparare con l'imitazione i movimenti da eseguire. Con il tatto però può capire come deve porre il corpo. Con i piedi su due segnali e allineandosi verso il bersaglio si mette nella direzione giusta. Poi c'è da prendere la mira. E qui occorre una forza interiore, una capacità di concentrazione unica. Se i vedenti che tirano con l'arco adoperano delle armi simili ai fucili, con mirini sofisticatissimi, i ciechi invece vedono dentro se stessi il bersaglio". Il "paglione" non è più qualcosa di esterno da cogliere, qualcosa di contrapposto con cui lottare. Proprio come insegnano la religione e la filosofia Zen, proprio come viene descritto da Eugen Herrigel in "Lo Zen e il tiro con l'arco". Non è la bravura tecnica a dirigere la freccia verso il bersaglio, spiega la dottrina orientale. La freccia deve partire lasciandosi dietro l'arciere e tutto ciò che è suo, come la foglia di bambù sotto il peso della neve si piega in giù fino a farla scivolare via. Non c'è nessuna distanza, secondo lo Zen, che il dardo deve percorrere per arrivare dentro se stessi. Di questi insegnamenti ha fatto tesoro uno degli arcieri in gara nel campionato: Alessandro Tanini che, cieco dalla nascita, 7 anni fa decise di incoccare la freccia: "E' il desiderio di fare centro a dare un punto di riferimento. La perfezione e la ripetizione dei movimenti non bastano per colpire il bersaglio. Bisogna sentirlo, essere un tutt'uno con esso. Ora la nostra istruttrice mette dei palloncini sul paglione e dopo ogni tiro ci dice di quanti centimetri lo abbiamo mancato. Proviamo e riproviamo e quando li sentiamo scoppiare è una gran gioia. Chi ci sta a vedere rimane sbalordito ma la freccia che scagliamo porta con sé un messaggio ben preciso: che noi, anche se ciechi, siamo comunque uguali agli altri. E' questo il nostro vero centro".