Cena cinese con brivido

di Roberto Gori

Eravamo in Cina da sei giorni e, dopo avere visitato Pechino Xian, ci trovavamo nel sud della Cina, a pochi chilometri dal confine con il Vietnam, a Guilin, una cittadina famosa per le incredibili colline a 'pan di zucchero' che la circondano e per i suggestivi paesaggi che si possono ammirare navigando sul fiume Lì.

Bussarono alla porta della mia camera d'albergo; era Sergio, un compagno di viaggio, fiorentino purosangue, di San Frediano, che mi disse: ´Scusa Roberto, che c'hai un paio di forbicine? Bisogna che faccia dei buchi nella cintura perché mi cascano i pantaloni; son sei giorni che 'un mangio nulla; so' dimagrito almeno cinque chili'.
Sergio era quello che più di tutti, nel gruppo, non riusciva ad apprezzare la cucina cinese; gli altri, anche se non entusiasti, manovrando con i 'bastoncini' e fra mille commenti si buttavano ogni giorno alla scoperta di piatti sconosciuti e dai gusti del tutto particolari.

Il momento di mangiare era diventato un gioco divertente e Angelo, che aveva uno stomaco di ferro, era stato eletto assaggiatore ufficiale del gruppo. Ogni volta che sul grande disco girevole, posto in mezzo alla tavola, veniva portato un nuovo piatto, Angelo lo assaggiava per primo, socchiudeva gli occhi, degustava, lasciava tutti con il fiato sospeso per qualche secondo e poi, di qualsiasi schifezza si trattasse, sentenziava sempre con lo stesso aggettivo: 'Sublime'.
Fu proprio la seconda sera a Guilin che Angelo fece una proposta: ´So che lungo il fiume ci sono dei ristorantini tipici dove si possono mangiare le specialità del posto; stasera vedremo chi è un vero buongustaio'.

Partimmo dall'albergo in una ventina, affidandoci nelle mani di quell'irresponsabile, e a forza di chiedere informazioni arrivammo sul lungo fiume. I ristorantini erano tutti in fila, uno accanto all'altro, con i tavoli all'aperto sul marciapiede e, sempre sul marciapiede, erano esposte, chiuse in gabbia, le varie specialità gastronomiche: topi, serpenti, gatti, furetti, rospi, salamandre, pesci gatto, granchi e insetti vari.
Angelo era scatenato; si mise a confabulare e a gesticolare con il proprietario del ristorante, poi, trovato l'accordo, in un baleno fu apparecchiata la tavola. Il cinese chiamò un aiutante, tirarono fuori da una gabbia, con le dovute cautele, un serpente lungo circa due metri e lÏ, sul marciapiede, si compÏ il rito. Il serpente venne decapitato con un colpo di mannaia e la testa, messa in un piatto, continuò ad aprire e chiudere la bocca per almeno dieci minuti. Il cinese ci raccomandò di non toccarla perché era velenosissimo. Poi il serpente venne strizzato con le mani e con il sangue che ne spisciolava fuori fu quasi riempita una grossa ciotola. Al sangue venne aggiunta una pari quantità di grappa di riso e il fiele del serpente: il tutto fu mescolato con cura e servito in tavola come aperitivo. A gesti il cinese ci fece capire che bisognava berlo perché era un rimedio eccezionale contro i reumatismi. I più coraggiosi ci tuffarono un dito e lo assaggiarono, ma solo Angelo disse: 'Una delizia'.

Intanto il resto del serpente fu spellato, tagliato a tocchi, infarinato e buttato a friggere nell'olio di soia bollente. Il cuoco cinese non lo perse di vista un attimo; lo rigirava in continuazione e quando prese un bel colore dorato ce lo servÏ in tavola caldo e croccante.
Angelo fece, come al solito, l'assaggiatore, e disse: 'Squisitamente sublime'.

Anche le donne del gruppo, che durante il rito della preparazione erano state più volte sul punto di svenire, dopo un timido assaggio se ne fecero mettere nel piatto una buona porzione. Personalmente ne mangiai tre o quattro pezzi e devo dire che era piuttosto buono, ma la notte non feci altro che sognare serpenti che mi si attorcigliavano addosso.
Il viaggio in Cina continuò felicemente. Sergio tornò ancora a chiedermi le forbicine per fare un altro buco nella cintura dei pantaloni: ora aveva proprio un fisico da indossatore.