Rivisitati e corretti, poetici e ironici. Il naso di San Niccolò

Scritto da Francesco Giannoni |    Ottobre 2012    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Abraham Clet. In arte semplicemente Clet. Un cognome che sembra un soprannome. Un suono deciso, quasi uno schiocco. Si adatta bene a questo scultore e pittore brettone, affascinante e ribelle «ma cercando di essere sempre propositivo e costruttivo». Fra i maestri antichi ama Brueghel e Bosch, «per la loro autonomia di pensiero, la capacità di esprimerlo e comunicarlo a tutti», Caravaggio che «ha dato alla semplicità e alla povertà umana uno spazio visivo che prima non aveva», e Goya per le sue critiche alla guerra; fra gli artisti di oggi, stima Maurizio Cattelan.

Clet ha studiato all'Accademia delle belle arti di Rennes; arrivato all'esame finale, provocatore già allora, «misi in discussione la validità della giuria, che mi bocciò, com'era logico. Poi me ne venni in Italia». Erano gli anni '80. A Roma ha lavorato come restauratore di mobili da un amico; «mi piace il lavoro manuale, l'artigianato, anche per capirne il confine con l'arte. Ho vissuto per anni come restauratore e come falegname, specializzandomi nella costruzione di scale».

Da Roma ad Arezzo, per motivi di famiglia. Quindi, separatosi dalla moglie, lasciò il Casentino, «bellissimo, ma non il massimo per fare il single». Trovò bottega a Firenze, in via dell'Olmo, nel popolare quartiere di San Niccolò; «costava più di quanto potessi permettermi, ma sapevo di dover fare un salto. Ho passato un paio d'anni angosciosi, ma ne è valsa la pena».

Pittore e scultore, forse Clet è conosciuto soprattutto per le modifiche, poetiche, ironiche, graffianti e geniali, dei segnali stradali. L'indicazione di strada senza sbocco diventa una stilizzata crocifissione o un'amorevole "pietà"; il divieto di accesso si trasforma in una sorta di cireneo che porta la pesante croce o in un falegname che sega un'asse troppo grande o in un parabrezza di un'auto vista di fronte; il divieto di sosta permanente cambia in un teschio dei pirati tutt'altro che spaventevole, mentre l'indicazione di "procedere avanti" è un candido e rassicurante angelo con l'aureola.

Come mai ti hanno ispirato tanto i segnali stradali?
Sono la sintesi della comunicazione visiva, un linguaggio che mi ha incuriosito; ci lavoro da due anni. Il nostro paesaggio urbano è strapieno di cartelli stradali: ce ne sono così tanti che perdono funzionalità; sono anche un danno economico. E un danno simbolico, perché rappresentano un'autorità che vuole essere indiscutibile. Con il mio lavoro, ho voluto mettere in discussione questa autorità, ridando umanità ai cartelli.

In quali campi si svolge il tuo impegno di artista?
Attualmente intorno al concetto di legalità. Cerco di dimostrare che non è un valore assoluto. La legge non può imporsi come autorità a priori, perché rischia di essere un freno e un rifiuto di riconoscere la ricchezza dell'umanità e la sua necessità di movimento. Io voglio smontare il mito dell'autorità: perché deve far paura? Fra cittadino e autorità dovrebbe esserci un rapporto educativo e di fiducia, basato sulla responsabilità, piuttosto che sul terrore.

Una delle tue ultime fatiche è stata l'apposizione di un naso sulla torre di San Niccolò a Firenze, nel giugno scorso. Quale il senso?
È una rivendicazione al diritto dell'ironia, a prendere per il naso chi si prende troppo sul serio; vado contro le istituzioni che cercano di non spostare nulla (è tanto più facile non cambiare); cerco di "spolverare" la realtà, dando spazio alla fantasia nel mondo fiorentino, troppo statico. È anche un omaggio agli Amici miei di Monicelli. È infine un simpatico saluto a tutti i bugiardi, cioè a tutti noi.

 

Arte e provocazione

«Oggi è più facile provocare di un tempo, quando c'era la committenza da soddisfare; oggi l'artista si autofinanzia e non ha bisogno di "ungere" nessuno»

 

  • La fotografia di San Niccolò è di M. Valentini
  • Le altre immagini sono di Francesco Giannoni

Galleria fotografica


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