Al via il periodo più pazzo dell’anno. Storia e tradizioni carnevalesche

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Febbraio 2009    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Secondo le norme ebraiche di duemila anni fa una donna che aveva dato alla luce un bambino doveva restare in isolamento per quaranta giorni se il figlio era maschio, ottanta se era femmina. Nel caso di Maria Vergine il periodo della purificazione scadeva il 2 di febbraio e fu proprio in quel giorno che con il suo sposo Giuseppe portò il piccolo Gesù a Gerusalemme per presentarlo al tempio.
Secondo la tradizione, i genitori dovevano compiere due operazioni: offrire simbolicamente il figlio al sinedrio e materialmente regalare una coppia di tortore oppure un paio di giovani piccioni. Avrebbero poi riscattato il bambino depositando nelle casse del tempio la somma di 5 sicli.

Per Maria - essendo vergine anche se madre - non ci sarebbe stato bisogno di quel periodo di purificazione; ma secondo alcuni esegeti del Vangelo i genitori di Gesù non si sottrassero a quell’obbligo per ribadire la loro osservanza alle leggi del tempo e anche, aggiungono, per indicare Gerusalemme come il punto di partenza della vita pubblica di Cristo.

Oggi quella antica cerimonia si identifica con la festa della Candelora, così chiamata perché si benedicono e si distribuiscono ai fedeli le candele; un oggetto di fondamentale importanza fino all’avvento – tutto sommato, recente – dell’elettricità.
Il punto di contatto con la cerimonia della “presentazione al tempio” sta nel fatto che la candela rappresenta simbolicamente il Cristo stesso, ovvero la luce del mondo che illumina e indica il cammino verso l’eternità.

Trasgressione mascherata

In quel periodo di trapasso fra paganesimo e cristianesimo, il mese di febbraio era dedicato alla dea Iunio Februata – ovvero Giunone – che veniva celebrata con i “lupercali”, una sorta di riti propiziatori in onore della dea che era anche la protettrice delle donne.

Lentamente, e mantenendo inalterate alcune caratteristiche comuni, i “lupercali” si sono trasformati nel nostro “carnevale”, un periodo nel quale è concesso di ignorare le regole e ognuno può cercare, per quanto possibile, di divertirsi in maniera trasgressiva. Semel in anno licet insanire recita un proverbio latino.

Dunque, una volta all’anno è lecito darsi alla pazza gioia. Ecco allora l’uso della maschera in modo che ci si possa prendere gioco del prossimo senza farsi riconoscere.

Un periodo che prevedeva anche qualche scappatella di carattere, diciamo così, sentimentale. Le nostre nonne toscane recitavano:

“Deh, andate col malanno
vecchi pazzi rimbambiti,
non ci date più affanno,
contentiam nostri appetiti”.

Ma il periodo della trasgressione aveva breve durata: con la Quaresima tutto rientrava nei binari della normalità.

Sul significato della parola “carnevale” i pareri sono discordi. Se alcuni etimologi ritengono che derivi dal doppio termine latino carne–vale (o anche carne–levare), per significare il periodo di digiuno che seguiva alla festa, altri sono propensi a credere che derivi invece da “carne–scialare” di senso del tutto opposto. In ogni caso si tratta di un periodo di festeggiamenti che vede coinvolto un numero altissimo di città e paesi toscani.

Fra i carnevali più antichi si annoverano quelli di Bibbiena, di Viareggio, di Foiano della Chiana. Fra i più singolari, il “Carnevale morto” (dove si festeggia più che il carnevale, l’avvento della Quaresima) di Marroneto (Santa Fiora), il “Ballo in maschera” di Porto Azzurro (dove sono le donne, ben mascherate, a invitare gli uomini per un giro di danza). Se ne organizzano altri dedicati ai bambini e ai ragazzi, come quello di Rassina, quello di Aulla o di Vaiano.

 

Le altre ricorrenze

Il mese di febbraio è ricco di memorie di santi che hanno contribuito al farsi della storia religiosa toscana.

A Castelfiorentino è particolarmente venerata Santa Verdiana, vissuta nel XIII secolo. Dopo alcuni eventi prodigiosi compiuti in età giovanile e molti viaggi a Roma e in Spagna alla ricerca della sua vera identità, decise, in età più matura, di isolarsi totalmente dal mondo.
Si ritirò in un’angusta celletta, fece murare anche la porta d’ingresso e lasciò solo una feritoia per il pane e l’acqua. Visse in completa solitudine per altri 34 anni.
Una mattina di febbraio del 1236 le campane delle chiese di Castelfiorentino suonarono senza che alcun campanaro le muovesse: era l’annuncio del passaggio di Verdiana all’aldilà.

A Pietrasanta e a Sinalunga si festeggia San Biagio, vescovo e martire del IV secolo, nato, vissuto e morto in Cappadocia, che non sembra aver avuto rapporti né con l’Italia né con la Toscana.
In compenso è il protettore di un numero incalcolabile di categorie di lavoratori, quali gli agricoltori, i cardatori, i laringoiatri, i materassai… Inoltre viene invocato da chi soffre di singhiozzo, di angina pectoris, di difterite, di laringite, di malattie della gola in generale, di torcicollo, di tosse e di tosse convulsa.

Il giorno 17 si ricordano i “Sette Santi Fondatori”, quel gruppo di giovani che – siamo nel 1200 – in piena lotta fra guelfi e ghibellini, deposero le armi, dimenticarono odi e rancori e si ritirarono in preghiera sulla cima di un monte non distante da Firenze, Montesenario. Lassù costruirono una cappellina che, con il passare dei secoli, si è trasformata in quel grande e prestigioso monastero che possiamo ammirare oggi.

Il 22 invece è la volta di Margherita da Cortona, anche lei vissuta nel XIII secolo.
Dopo una giovinezza, si dice, peccaminosa durante la quale ebbe anche un figlio fuori dal matrimonio, decise di rovesciare completamente la qualità della sua vita: abbandonò tutto quello che era mondano e si ritirò da penitente in un convento di Cortona.


Foto di Daniela Tartaglia

 


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