Reportage da Venezia

Scritto da Claudio Nobbio |    Febbraio 2002    |    Pag.

Giornalista Nato in Francia, vissuto a Sanremo, lavora a Venezia, abita a Firenze, gira l'Europa. Direttore d'albergo da sempre, è laureato in Scienze politiche. Ha trascorso all'estero lunghi periodi della sua vita: in Germania dove ha frequentato l'Università di Muenster Westfalia, in Svezia dove collabora con Fritidsresor, e in Francia, sviluppando un'ottima conoscenza delle lingue di questi Paesi. E' direttore della rivista "Hotel managers. Business and leisure", organo ufficiale dell'Associazione Direttori d'Albergo. Ha curato l'edizione italiana di "Lezioni dal Titanic", un volume di Henry Lang che trae spunto dagli errori commessi durante il viaggio inaugurale del famoso transatlantico. Il volume "Appunti di Hotellerie", edito da Next Italia, di cui è autore, è una guida pratica per chi è interessato al mestiere di albergatore. Ha partecipato per alcuni anni con Federico Fazzuoli alla trasmissione Linea verde, della Rai. In collaborazione con Davide Riondino ha scritto la storia "Il trombettiere di Custer", opera teatrale, che racconta dell'unico sopravvissuto alla battaglia di Little Big Horn. Autore del libro di poesie "La battaglia delle lucertole" (in inglese) illustrato da Karel Appel ed edito da Laurence Ferlinghetti in San Francisco. E' del 2004 l'esordio come romanziere in "Bucare la luna", edito da Polistampa.

La storia
Il Giovedì Grasso, in altri tempi detto anche Berlingaccio, è sempre stata la giornata clou del Carnevale veneziano. La festa per antonomasia, solennemente ricordata nei giorni di maggior fasto del Carnevale, soprattutto nel Cinquecento, coincidenti con il periodo di massima gloria della Serenissima. Era la piazzetta San Marco il luogo deputato principalmente allo "spettacolo". Dalle balconate di Palazzo Ducale il Doge e tutte le autorità del governo, insieme ad ospiti stranieri di rango elevato (regnanti, principi, dignitari), assistevano a quanto accadeva in basso, sulla piazzetta, dove veniva montata la cosiddetta Macchina. E doveva essere ad ogni Carnevale diversa, e anche più bella delle precedenti.
Sopra si esibivano acrobati, ballerini che danzavano sulle corde, rappresentanti delle due fazioni - Nicoletti e Castellani - tenute opportunamente divise da artificiose concorrenze dalla Signoria (che poteva contare in caso di sollevazione almeno sulla fedeltà d'una di esse), intente nella costruzione di piramidi umane (le Forze d'Ercole), seguite dagli scoppiettanti fuochi d'artificio. Il tripudio aveva conclusione con il volo del Turco (un acrobata!) tramite un cavo, dall'alto del Campanile fino al bacino dove raggiungeva un'imbarcazione. Ma la dimostrazione vide impegnata, nella sua arditezza, pure una fanciulla detta Colombina.

Tagliar la testa al toro
Cerimonia simbolica, quella del taglio della testa dei tori. Che ebbe storica, curiosa origine secoli prima. Vale la pena di ricordarla perché lì sta il germe del Carnevale. Nel 1162 vi fu uno scontro cruento tra Veneziani, guidati dal doge Vitale Michiel II, contro Ulrico, patriarca di Aquileia. Scontro che coinvolse nell'umiliante batosta a danno di Ulrico anche i feudatari friulani che lo affiancavano. Per aver salva la propria vita Ulrico accettò di mandare a Venezia ogni anno, nel giorno di quella battaglia perduta, la sbeffeggiante caricatura di se stesso e dei suoi fiancheggiatori, vale a dire un toro e dodici animali. Che in piazzetta, appunto il Giovedì grasso, venivano pubblicamente processati e infine decapitati per mano di alcuni nobili che si guadagnavano così il diritto di rifornire le loro cucine coi resti degli animali.
La cerimonia non finiva qui. Simbolicamente il Doge provvedeva a distruggere con le sue mani, nella sala del Piovego di Palazzo Ducale, le sagome in legno e cartone dei castellani dei feudatari friulani.
Così nacque il Carnevale veneziano. Un rito divenuto nel tempo festa istituzionale, con i nobili a festeggiare nei palazzi e il popolo in piazza. Il culmine della sua notorietà fu raggiunto nel Settecento, ma già nel Quattrocento il dipinto del miracolo di Sant'Orsola del Carpaccio immortala la figura di un arlecchino in posa da gondoliere. Le maschere, le altre grandi protagoniste del Carnevale veneziano. Ufficializzate o controllate dal Palazzo, in quanto non dovevano recare offesa alla religione e non potevano mescolarsi tra i fedeli nelle chiese. Ma indossate con qualche diffidenza, se è vero che si temeva che sotto di esse si nascondessero informatori della Quarantia Criminal sparpagliati per cogliere dalla gente eventuali commenti contro la Repubblica.
Famosissime erano le maschere che vedevano uomini travestiti da donne (gnaghe), da adolescenti allocchiti (tati), accattoni con problemi fisici (detti bernardoni) o, ancora, travestiti da "barboni" (chiamati pitocchi).
La piazza gremita dava spettacolo di sé, tutti attori e spettatori allo stesso tempo.

Il ritorno con Garibaldi
Finché, nel 1797, non arrivarono gli austriaci. Che ebbero in uggia proprio il Giovedì grasso, e fecero di tutto per far dimenticare quella che era la festa per antonomasia della Venezia dogale. Scomparve la maschera di Bernardon, che cencioso e con la testa fasciata era trainato per le strade dentro una carriola, come ammonizione ai giovani perché stessero lontani dalle rovine del vizio.
Sopravvissero soltanto le magnifiche feste private dentro i palazzi. Fino al 1867 quando, quattro mesi dopo l'unione di Venezia al Regno d'Italia, fu organizzata una festa memorabile per l'arrivo in città di Giuseppe Garibaldi e del principe Amedeo d'Aosta. Garibaldi tenne un discorso affacciato a Palazzo Ducale, coperto dagli applausi continui della gente che gremiva piazzetta San Marco. E allora il Giovedì Grasso divenne anche e soprattutto festa patriottica, legandosi così idealmente al significato che il doge Vitale Michiel II volle dare al Giovedì grasso del 1162, quando Venezia si affrancò da Aquileia riaffermando il proprio ruolo di Città-Stato.

Le maschere
La Bauta
In voga soprattutto nel Settecento, immortalata da celebri dipinti (del Longhi) e portata sul palcoscenico nelle commedie di Carlo Goldoni, la Bauta non è propriamente una maschera. Era una specie di cappuccio di seta nera che una volta infilato arrivava oltre le spalle fino a coprire anche il petto, lasciando scoperto unicamente l'ovale del viso e sul quale si poneva il cappello a tricorno. Era portata, se la legge lo consentiva, anche al di fuori dei giorni del Carnevale e quando ciò era proibito, all'interno delle abitazioni, per festini discreti. Vi si poteva aggiungere, a completamento del travestimento, una mascherina bianca o nera, a protezione della propria identità e per rendere "eguali" le diverse classi sociali. Non solo: nascondeva l'età delle dame, di quelle giovani e di quelle in là con gli anni, rendendo eccitante l'incontro con i forestieri che magari poi, al levar della maschera, restavano delusi. Ne "La Vedova Scaltra" Goldoni a questo proposito mette in bocca ad Arlecchino una frase birichina su una donna in Bauta: "Delle volte se crede de trovar el sol d'agosto, e se trova la luna de marzo".
La persona in Bauta godeva comunque di un rispettato anonimato. Quando la si incontrava le era rivolto un saluto ossequioso, in schietto parlar veneziano: "Siora Mascara, la riverisso".

Pantalone
Quella di Pantalone è la maschera veneziana per antonomasia. Di antica origine (la si fa risalire alla metà del Cinquecento), è la caricatura del vecchio mercante, figura che rappresentò l'ossatura economica della Repubblica del Leone e che nonostante l'età avanzata continua ad amministrare con sagacia i propri affari, mantenendo vivo quello che in dialetto si chiama morbin, vale a dire propensione per la galanteria, oltre che per il gentil sesso. Un "vizietto" che nei canovacci della Commedia dell'Arte e, sia pure in forma più addolcita, nelle piéces goldoniane, dà vita a buffe gaffes. Nella ricerca delle origini di questo suo nome quanto meno curioso, c'è chi, come Cortellazzo e Zolli nel loro dizionario etimologico della lingua italiana, si dicevano convinti che derivi da Piantaleoni, ovvero il mercante veneziano che dove arrivava col suo commercio portava (piantava) simbolicamente il Leone di San Marco.
Caratteristico il suo abito, con poche varianti tramandato fino ai giorni nostri: fatto di stoffa rossa, aderente al corpo, magari col calzone che gli arrivava a mezza gamba, lunga mantella scura, vistoso borsello legato alla cintola, berretto di lana alla veneziana sulla testa e sul viso una maschera nera dal naso adunco.

A queste classiche maschere carnascialesche ne sono state affiancate molte altre in assoluta libertà, ricchissime, eleganti, talvolta eccessive. Si possono prendere anche a noleggio, e gli atelier animati da abili artigiani a Venezia non mancano. Come quello di Nicolao a Cannaregio 5565 (tel. 0415209749), fornitore con la sua sartoria di importanti teatri, di prosa e lirici. Da ricordare anche l'Atelier Pietro Longhi a San Polo 2640/B (tel. 041714478). Oltre a varie botteghe artigianali di mascareri disseminate per la città. Un punto di rilievo importante è il "Mondonovo" di Guerrino Lovato a Dorsoduro 3063 (tel. 0415212633).
Il costume a noleggio costa dai 150 ai 1500 euro e l'ingresso a una festa in un nobile palazzo intorno ai 500 euro, comprensivi di menu, coriandoli e musica. Ma questo è un altro sogno.
Carneval sul canal
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