Istituzioni, associazioni ed esperti per combattere un fenomeno sempre più diffuso fra i giovani

Scritto da Sara Barbanera |    Aprile 2015    |    Pag.

Laureata in Scienze della comunicazione presso l'Università La Sapienza di Roma nel 2001, nel 2016 consegue la laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale presso l'Università degli studi di Firenze.

È giornalista dal 2001, dopo la collaborazione con la cronaca umbra del Messaggero e con altri periodici locali.

Dal 2004 lavora in Unicoop Firenze dove, per 5 anni, ha svolto attività in vari punti di vendita, con un percorso di formazione da addetta casse a capo reparto servizio al cliente. Dal 2009 al 2011 ha coordinato le sezioni soci Coop di Firenze.

Dal giugno 2011 è direttore responsabile dell'Informatore Unicoop Firenze, responsabile della trasmissione Informacoop e della comunicazione digitale presso gli spazi soci Coop.

Foto di D. Tartaglia

Quando il gioco si fa duro, la rete diventa una trappola: parliamo di cyberbullismo, praticato cioè con mezzi elettronici, tema su cui in Valtiberina è stata lanciata un’azione di prevenzione e formazione per contrastare il fenomeno fra i più giovani: il progetto, intitolato “Bullismo 2.0”, è nato dalla collaborazione tra l’associazione Il Timone e la commissione pari opportunità del Comune di Sansepolcro, ed è stato realizzato con il contributo della Asl 8 e il sostegno della sezione soci Coop e di altre associazioni del territorio. Da dicembre ad aprile, due incontri pubblici, con giovani e con adulti, e cinque appuntamenti formativi, per inquadrare il fenomeno e fornire indicazioni.

Durante il progetto, sono emerse tante domande e ne abbiamo poste alcune al dottor Stefano Berloffa, neuropsichiatra infantile e dell’età adolescenziale della Asl 8, che ha partecipato all’incontro dello scorso 6 febbraio.

Cosa è esattamente il cyberbullismo?

«Il bullismo informatico è un atto aggressivo, intenzionale che una persona o un gruppo fa attraverso mezzi elettronici quali mail, telefonate, messaggi telefonici privati o pubblicati in rete. Si tratta di piccoli atti di prevaricazione ma ripetuti nel tempo e verso qualcuno che non si può difendere: non veri e propri reati ma comunque con una gradazione che va dallo scherzo ingenuo a situazioni perseguibili anche se commesse da minori».

Quali sono i contorni del fenomeno oggi?

«Il bullismo in sé non è una novità, pensiamo a Franti in Cuore di Edmondo De Amicis, un tipico esempio di ragazzo ribelle e provocatorio. La novità è che si tratta di bullismo indiretto, non fisico, di fronte a cui gli adulti stessi sono impreparati anche dal punto di vista tecnologico; in più, il bullo può rimanere nascosto dietro una personalità virtuale e coinvolgere un pubblico vasto attraverso la rete che amplifica a dismisura gli effetti dell’aggressione.

Infine, non esiste ancora un’etica comune su come comportarsi e sulle regole di uso dei mezzi informatici, delle foto, del linguaggio: è come se la tecnologia avesse marciato con un passo più veloce della morale. Rispetto alle dinamiche a tu per tu, il fenomeno è molto più sfuggente e riguarda una fascia ampia dai 7 ai 16 anni, con conseguenze che vanno dall’isolamento all’ansia, alla depressione fino ai casi estremi di tentativo di suicidio».

Come accorgersi di un caso di bullismo e come intervenire?

«Alcuni segni sono l’utilizzo eccessivo di internet, un calo del profitto scolastico, un cambio dell’umore collegato all’uso dei nuovi mezzi: il genitore deve aprire uno spazio di confronto, esserci in punta di piedi, protettivo ma non pressante, e condividere il più possibile le questioni che riguardano la rete e l’uso dei nuovi mezzi. Sono tanti gli strumenti per intervenire: la via maestra è guidare i ragazzi in un percorso di apprendimento delle capacità di relazione, di conoscenza, per saper stare in mezzo agli altri, come già stiamo facendo nelle Asl Toscane e qui in Valtiberina, con progetti che puntano a insegnare queste abilità a docenti e studenti».

Conoscere per agire e uscire dal buio. Il progetto ha portato alla luce un fenomeno diffuso, dando un sostegno pratico a chi, per paura o vergogna, resta in silenzio, come ci ha spiegato Cristina Falleri, volontaria de Il Timone e consigliera della sezione soci Coop: «questa iniziativa ha fornito una mappa non solo sul bullismo ma sul disagio dei ragazzi e sugli effetti di questi episodi che cambiano la vita per sempre, anche del bullo, da non criminalizzare ma su cui intervenire, perché diventi un adulto più equilibrato.

L’invito, per tutti, è di non avere paura di riconoscere accanto a sé una vittima o un bullo e di rivolgersi a figure mediche che possono spezzare una catena negativa prima che sia tardi».