Le tradizioni gastronomiche della cucina albanese

Scritto da Laura D'Ettole |    Marzo 2012    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

Le manca un dolce come il kadaif, non trova le "foglie di vite" per gli involtini e ha fatto ormai il pieno di pasta. Gerta Zaimi (nella foto in basso), albanese, da oltre venti anni in Italia dove ha lavorato sull'immigrazione dei rifugiati politici, si è ormai abituata alla cucina italiana. Ma tutta questa pastasciutta, lei e i suoi connazionali, uno dei gruppi stranieri più numerosi in Toscana, proprio non la sopportano. «Noi non mangiamo così, dopo un primo all'italiana abbiamo fatto il pieno per due anni... All'inizio non sapevo proprio da che parte iniziare in cucina», dice Gerta, sposata con un italiano. «Impossibile congegnare tutti quei condimenti, tutti quei sughi che fanno parte dell'arte culinaria e della tradizione italiana».
In Albania, spiega Gerta, la dieta è molto diversa. La mattina si usa mangiare una colazione abbondante, come in Germania: uova, marmellata, burro e quant'altro. I primi piatti sono a base di minestre di verdura, con carne o pollo, e spesso si preferisce il piatto unico. Fondamentalmente la cucina albanese richiama quella greca e turca. Il piatto nazionale è il riso pilaf e il tasqebap, a base di bocconcini di vitello.


«All'inizio mi mancava tutto del mio paese, e molte cose in Italia nei primi anni '90 non si trovavano proprio. Oggi è diverso: nei supermercati sono arrivati i prodotti etnici in reparti specifici. Si è fatto un pezzetto di strada, ma non quanto si potrebbe». C'è ancora molto da fare per ampliare l'offerta. In America, continua, paese di immigrazione più antica, «si trova davvero di tutto. Sarà che la cucina italiana ha un tale appeal, anche per gli stranieri che arrivano qui, che a poco a poco entra naturalmente nella dieta di tutti». Però il cibo della cultura d'origine a volte manca. A Firenze è impossibile trovare certe sfoglie pronte e sottili sottili; i peperoni albanesi poi sono completamente diversi da quelli italiani, come forma e sapore. Non c'è il bamje, una verdura che assomiglia ai fagiolini, ma fagiolino non è. E men che mai nelle pasticcerie si trova un dolce come il kadaif, a base di miele, noci e burro. Per il resto il loro olio extravergine assomiglia a quello pugliese; la loro grappa è paragonabile a quella del Friuli. Per le bevande invece si adeguano senza troppi sacrifici. La buona birra si trova. E poi c'è il vino: «noi non abbiamo una cultura del vino, ma a quello italiano ci si abitua volentieri».