L'utilizzo di microbi delle piante nell'industria tessile per migliorarne la produttività e ridurre l'impatto ambientale

Scritto da Francesco Giannoni |    Settembre 2009    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.


A un tiro di schioppo dal polo scientifico fiorentino, posto nella piana che si stende a ovest del capoluogo toscano, ferve il lavoro del comprensorio tessile di Prato che, crisi o non crisi, è uno dei nodi dell'economia italiana. La dottoressa Stefania Tegli, biotecnologa agraria, studia le possibili utilizzazioni di batteri e funghi patogeni delle piante, o a esse associati, nell'industria tessile per migliorarne la produttività e ridurre l'impatto ambientale di alcune lavorazioni di questo settore.

Prima di tutto l'acqua

Per le manifatture tessili un problema impellente è, ma lo è sempre stato, l'approvvigionamento di acqua. Dato che buona parte dei coloranti non è solubile in acqua, una volta che il tessuto è stato tinto, va sciacquato a lungo, utilizzando molto liquido prezioso che viene restituito colorato. E un tempo il Bisenzio, il fiume di Prato, era periodicamente rosso, blu, verde, ma non come segno di festosa allegria, bensì di grave inquinamento. Oggi l'acqua viene decolorata attraverso un depuratore, ma è un processo molto costoso.

Una delle prime necessità dell'industria tessile, quindi, è il risparmio dell'"oro bianco". Per questo c'è un progetto di ricerca, già finanziato dall'Università di Firenze, che Tegli conduce insieme a Roberto Bianchini, docente di chimica organica. Bianchini ha elaborato dei «coloranti naturalizzati (non sono naturali, quindi, ma con un processo di sintesi diventano molto simili ad altre molecole presenti in natura) più solubili in acqua dei loro parenti non naturalizzati». Artefice di questo processo è il lattosio, una molecola molto solubile in acqua e ampiamente reperibile perché di scarto nell'industria casearia. La conseguenza è la diminuzione della quantità di liquido necessaria nel risciacquo dei tessuti e anche una tintura senza aggiunta di tensioattivi.

La dottoressa Tegli lavora su microrganismi fungini associati alla "carie bianca", una malattia degli alberi che demolisce la lignina, la struttura portante del legno dell'albero: questi funghi si sono dimostrati capaci anche di degradare rapidamente i tradizionali e inquinanti coloranti dell'industria tessile. È stato inoltre riscontrato che tali funghi, coltivati in vitro, hanno esigenze nutrizionali minime, aspetto incoraggiante da un punto di vista economico e per l'industrializzazione del processo.

 

Il fungo tuttofare

Batteri e funghi, però, non servono solo a combattere l'inquinamento dell'industria tessile, ma anche a migliorarne i processi lavorativi. Prendiamo come esempio i jeans «stinti nei punti strategici». Una volta la decolorazione del tessuto avveniva mettendo i pantaloni dentro enormi lavatrici insieme a una certa quantità di pietra pomice. Questa portava via una parte del colore (come si voleva), ma abradeva anche il tessuto e, sbriciolandosi, lasciava dannosi residui.

Da qualche anno al posto della pomice si usa il Trichoderma, «un terribile fungaccio che resiste a tutto»: viene letteralmente spalmato sui jeans dove si lascia crescere. Nutrendosi dei residui della fibra vegetale, porta via il colore e crea le «mitiche macchie». Consuma anche parte del tessuto ma tale processo, al contrario di quello con la pietra pomice, è controllabile: si sa quanto tenere il fungo sul tessuto per non danneggiarlo troppo.

L'aggressività del Trichoderma nei confronti dei tessuti può rivelarsi utile anche nello smaltimento dei residui vegetali nella lavorazione di cotone e lino che, un tempo, venivano triturati, raccolti in balle e usati come fertilizzanti dei campi. Adesso, degradandoli con il Trichoderma, si potrebbero ottenere «grandi biomasse di questo fungo utilizzabile in campo agrario sempre come fertilizzante o come sicuro agente di lotta biologica»: infatti, è molto aggressivo verso i microrganismi "cattivi", ma non dannoso per l'ambiente.

Il Trichoderma è un fungo "tuttofare", utilizzabile anche nell'industria alimentare. Pertanto, una nota marca di pasta ha sponsorizzato il progetto di alcuni ricercatori dell'Università di Napoli per demolire le fibre cellulosiche della pasta integrale che sarà in un certo senso "predigerita": così anche coloro che soffrono di colite, potranno mangiarla.

La capacità di attaccare la cellulosa è un'altra interessante attitudine del Trichoderma. «Immaginiamoci le potenzialità di applicazione nell'industria cartaria per la degradazione dei prodotti di scarto della lavorazione della cellulosa il cui smaltimento è notoriamente complesso». Trattandola con il Trichoderma, la degradazione sarebbe rapida, innocua e priva dei tipici cattivi odori.

 

Salmoni e salmonella

Una dimostrazione che ricerca e industria dovrebbero avere un rapporto molto stretto l'ha data il Cile. Come Norvegia e Scozia, anche lo stato sudamericano produce salmone esportandolo in tutto il mondo. I primi due paesi, temendo per il loro prodotto, hanno parlato di scarsa sicurezza nell'affumicatura del pesce cileno, lasciando intendere una sua contaminazione da Salmonella, piuttosto facile sui salmoni impacchettati crudi.

Gli scienziati andini hanno rilevato che una serie di microrganismi associati alle piante è antagonista delle salmonelle. Forti di questa scoperta, i produttori cileni hanno cominciato a trattare le plastiche di confezionamento con tali microrganismi, dimostrando a tutti che il loro salmone è sicuro e di qualità.

Inoltre, hanno applicato quella che dovrebbe divenire una regola aurea: fare ricerche senza timore dei costi. Questo, infatti, è un problema assillante e concreto.

Però, secondo Tegli, non pochi imprenditori italiani rivelano una buona dose di miopia: magari spendono fior di quattrini per depliant di presentazione della propria ditta realizzati con carta di lusso e immagini di fotografi di grido, ma si tirano indietro di fronte a 70.000 euro, costo di due ricercatori che lavorano per un anno e mezzo su innovazione e ricerca, consegnando il risultato finale della loro fatica all'imprenditore che lo può utilizzare con immediati riscontri positivi.

 

 

Lotta all'inquinamento

Plastica alternativa

Non solo certi funghi si rivelano utili, ma anche alcuni batteri associati alle piante. La Pseudomonas corrugata è uno di questi. Vive nel suolo e alcuni suoi ceppi sono capaci di produrre sostanze, i polialcalonati, che sono vere e proprie plastiche, alternative a quelle ottenute dal petrolio.

Migliorandone il processo di produzione, otterremmo plastiche naturali e, in quanto tali, biodegradabili: infatti, se c'è un batterio che le "fabbrica", c'è anche un batterio antagonista che le distrugge, perché «in natura tutto è in equilibrio».

In questo caso siamo ancora nel campo della ricerca, anche se non più di base, ma di tipo applicativo. Ci lavora un gruppo di ricercatori dell'Università di Catania. È un bel contributo nella lotta all'inquinamento, sia nella fase di produzione di queste plastiche che in quella di degradazione.


Nella 3a foto a partire dall'alto: Dottoressa Stefania Tegli, docente di Biotecnologie fitopatologiche, dipartimento di Biotecnologie agrarie, Università di Firenze

Foto di Francesco Giannoni

 


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