La siccità in Spagna fa lievitare le quotazioni dell'olio d'oliva

Scritto da Laura D'Ettole |    Novembre 2005    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

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Per condire l'insalata bisognerà frugarsi in tasca.
Quest'anno le previsioni per l'olio di oliva non sono rosee per i consumatori: raccolto scarso e prezzi in crescita anche del 40%. Il fatto è che sui mercati mondiali si preannuncia una forte tensione fra domanda e offerta: all'appello, si prevede, mancheranno oltre 3 milioni di quintali d'olio. In cifre significa che il consumo mondiale si mantiene intorno ad un potenziale di 28,3 milioni di quintali, mentre la produzione sembra destinata ad attestarsi intorno ai 25 milioni. Le tensioni più forti arrivano dalla Spagna, il maggior produttore mondiale di olio, che quest'anno è stata colpita da una siccità che ha messo a dura prova la raccolta di olive. Tanto per avere un'idea il paese mediterraneo nel 2004 aveva prodotto ben 14 milioni di quintali di olio (pari a circa il 45% della produzione globale), mentre quest'anno non raggiungerebbe i 9 milioni. Anche gli altri produttori mondiali prevedono una stagione poco generosa per il nuovo raccolto, pur se con tagli meno drastici. A cominciare dall'Italia, seconda in classifica, seguita dalla Grecia e dagli altri paesi dell'area mediterranea come Tunisia e Marocco, che negli anni passati avevano fatto la parte del leone.
Fin qui la natura e i capricci atmosferici, ma poi le cose si complicano ulteriormente quando le piccole olive raggiungono il mercato mondiale.

Come in borsa
Il bello e il cattivo tempo qualche volta si fa in borsa. In particolare sul cosiddetto mercato delle granaglie, dove avvengono i grandi scambi mondiali delle materie prime. Negli ultimi quatto anni i prezzi all'acquisto delle olive hanno subito un incremento medio di circa il 30%, che prontamente è stato riversato dalle aziende olearie sui listini. Perché i prezzi sono saliti anche in presenza di condizioni di raccolto che negli anni passati sono state favorevoli? La risposta sta nelle quotazioni sul mercato mondiale delle materie prime, che negli ultimi tempi si sta muovendo in modo spesso imprevedibile, con tensioni speculative proprio come accade in una borsa normale, dove neanche i grandi guru della finanza talvolta sanno spiegare come e perché. Quello che è certo è che i movimenti al rialzo in questi ultimi anni sono stati determinati proprio dalla Spagna, che in borsa - grazie alle grosse quantità di materia prima di cui dispone - riesce davvero a dominare i mercati. E i listini sono cresciuti, anche se finora gli aumenti non sono stati trasferiti interamente sulla vendita al dettaglio.
Quest'anno, si è visto, la tendenza peggiorerà e i margini delle aziende di distribuzione, già ridotti, rischiano di assottigliarsi ulteriormente.

D'oliva ed extra
In Italia all'olio d'oliva non si rinuncia mai. In un anno spendiamo in media circa 80 euro e ne consumiamo 13,5 chili a testa. Con i nostri 7,8 milioni di quintali, pari al 27,4% del consumo totale, siamo al top della classifica mondiale, seguiti dagli spagnoli (6,1 milioni, pari al 21,5%). La nostra produzione invece, anche in tempi fiorenti, non raggiunge i 7 milioni di quintali. Anzi, c'è chi dice che le quantità reali siano enormemente inferiori e che le statistiche internazionali riportino un dato ampiamente gonfiato. Comunque sia, sta di fatto che i consumi italiani di olio d'oliva sono in balia dell'andamento dei listini dei mercati mondiali. Più che di olio d'oliva tuttavia sarebbe più esatto parlare di extravergine, perché è proprio di questo specifico segmento che gli italiani (unici al mondo) sono particolarmente golosi. Su 100 litri venduti nel canale iper e super, ben 77 sono di olio extravergine. E al loro interno i prodotti tipici, pur essendo ancora una piccola nicchia (2,2%), stanno crescendo in modo significativo. I tipici toscani in questo quadro hanno conquistato sempre maggior prestigio e stanno facendo la parte del leone, almeno in campo commerciale.

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Toscano per Usa e Germania

«L'annata olearia 2005-2006 sarà di media produzione nella nostra regione», prevede Coldiretti Toscana. Dalle piante toscane si ricaveranno circa 180 mila quintali di extravergine, contro i 220 mila del 2004-2005, che è stata una stagione assolutamente eccezionale e irripetibile. La buona notizia è che il prodotto regionale «subirà solo lievi ritocchi dei prezzi al consumo, fermi peraltro ormai da qualche anno». La produzione locale tuttavia è estremamente limitata e copre in minima parte il fabbisogno interno. La metà del prodotto a marchio (Dop e Igp) viene inoltre assorbita dal mercato estero, in particolare americano e tedesco. «Bisogna ulteriormente potenziare il sistema delle denominazioni di origine», suggerisce ancora Coldiretti, per rendere riconoscibili e dunque valorizzabili gli oli delle varie aree di produzione della Toscana, offrendo al consumatore la possibilità di individuarli e distinguerli dagli altri. E questo anche nell'interesse degli olivicoltori, e del duro lavoro che sta dietro al prodotto tipico, con la raccolta manuale in oliveti di piccola dimensione sparsi fra le colline.

IL MERCATO
Dall'oliva all'extra

In venti anni è cambiato radicalmente il consumo d'olio d'oliva in Italia. Nel 1987 i consumi di extravergine in Italia (a volume) erano appena il 35%, sul totale dell'olio ottenuto dalle olive; sono saliti al 50% nel '94, oggi siamo addirittura all'82%. Per avere un confronto, basta considerare che i nostri "cugini" spagnoli, grandi produttori d'olio d'oliva, consumano solo il 25% di extravergine.

Per chiamarsi vergine, l'olio d'oliva deve essere ottenuto soltanto con trattamenti meccanici: lavaggio, decantazione, centrifugazione e filtrazione. Un olio di oliva "extra" vergine deve avere un contenuto di acido oleico (ovvero un grado di acidità) inferiore all'1%, e deve avere odore e gusto "perfetto", così dice la normativa.

Gli "oli di oliva", invece, sono una miscela di olio vergine e "olio rettificato", cioè trattato con solventi per eliminare odori o acidità che lo rendono non commerciabile.

L'aumento dei consumi di extravergine si deve al miglioramento nelle colture e nei processi di trasporto e produzione, che hanno reso disponibili grandi quantità di prodotto ad un prezzo più basso (tenendo conto dell'inflazione) di quello che era alcuni decenni fa.



Produzione mondiale di olio, anno 2003/'04.

Spagna 14.120.000 (44,6%)
Italia 6.850.000 (21,6%)
Grecia 3.080.000 (9,7%)
Altri area mediterranea 6.390.000 (20,2%)
Altri (3,9%)

Tot. quintali 31.650.000

Fonte: Coi



In Toscana si consumano circa 800 mila quintali d'olio d'oliva, mentre se ne producono 180 mila, per la metà destinati al mercato estero. Quindi l'olio toscano copre a stento poco più del 10 per cento del consumo regionale.