A maggio sono diffuse in campi e boschi. Vanno rimosse prima possibile, ma è meglio evitare i metodi delle nonne

Scritto da Cecilia Morandi |    Maggio 2017    |    Pag. 45

Da bambina voleva fare la giornalista, dopo la laurea in lettere a indirizzo storico, il sogno si avvera.

Giornalista professionista, spazia dalla televisione alla carta stampata, dalla produzione di documentari alla cura editoriale.

Collabora con emittenti locali (Rtv38) e nazionali (Tmc2-Videomusic, Raiuno, La7), occupandosi per programmi televisivi di argomenti vari, dall'attualità alla moda, dai viaggi all'alimentazione.

Docente a contratto dell'Università di Firenze, dall'anno accademico 2012-13 insegna agli studenti del Laboratorio di televisione e media digitali del corso di laurea magistrale in Teorie della comunicazione.

Salute

Può capitare a primavera, dopo una passeggiata nei boschi o un picnic nei prati. Una puntura simile a un morso e un prurito intenso: sulla pelle scopriamo un puntino grigio scuro, come un neo, ma ad un esame più attento spuntano le zampe di una minuscola zecca. Un’evenienza spiacevole e sempre più frequente negli ultimi anni. Almeno secondo i racconti degli anziani. «In realtà non esistono studi scientifici che certificano l’aumento del numero di zecche rispetto al passato - spiega Fabio Cianferoni, entomologo del Museo di storia naturale dell’Università di Firenze -. Però, l’aumento di cinghiali e caprioli nelle nostre campagne potrebbe aver influenzato anche la presenza di zecche in zone verdi periurbane. Infatti questi animali sono vettori di varie specie, come l’Ixodes ricinus, che possono attaccare anche l’uomo».


Con la primavera si risvegliano

Non insetti, ma aracnidi, appartengono cioè alla stessa classe di ragni e scorpioni, le zecche sono ematofogi, si nutrono di sangue. Le specie nel mondo sono moltissime, ma solo alcune attaccano l’uomo. Stanno in agguato sulle foglie e sulle cortecce degli alberi, in ambiente boschivo, ma anche nei prati e nei campi, dove l’erba è un po’ più alta. La zecca sale sui vestiti e da lì sul corpo. L’obiettivo è nutrirsi, attirate dal calore infilano il rostro nella pelle e cominciano a succhiare il sangue. Per i bambini che si rotolano nei prati è molto facile prenderle.

«Marzo, aprile, maggio e giugno sono i mesi che vedono le zecche più attive, riprendono il loro ciclo vitale, si riproducono - prosegue Cianferoni -, quindi è più facile trovarsele addosso. Può capitare però anche negli altri mesi, persino d’inverno, se le temperature sono miti come negli ultimi anni. Anche questa può essere una conseguenza del cambiamento climatico in atto, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi».


Rimuoverle prima possibile

Quando ci si accorge di avere addosso una zecca è bene rimuoverla subito e interamente. Di per sé non sono pericolose, ma se si spezzano e parti del corpo come testa o rostro restano nella pelle, possono fare infezione. Se la zecca non viene estratta entro 24 ore, aumenta anche il rischio di trasmissione di batteri che questi animali possono veicolare nelle ghiandole salivari, come avviene per la malattia di Lyme. «È una patologia che può avere conseguenze importanti sul sistema nervoso centrale - spiega Stefano Masi, responsabile del Pronto soccorso dell’ospedale Meyer di Firenze -. Per fortuna è rara in Toscana, in Italia le zone più colpite sono il nord ovest e principalmente il Piemonte. Si manifesta con febbre, artrite e possibile coinvolgimento neurologico. Di solito c’è un tempo di latenza tra il morso della zecca e la manifestazione anche di 30-40 giorni, che può rendere difficile la diagnosi». Una volta individuata, la malattia si cura con antibiotici. È fondamentale segnalare al proprio medico se compaiano segni cutanei nella zona della puntura, febbre non spiegata e ingrossamento dei linfonodi.

Per rimuovere le zecche i medici del Meyer raccomandano di non usare i metodi della nonna, come l’olio o il calore, perché la zecca sentendosi soffocata potrebbe rigurgitare e, se infetta, trasmettere il batterio che porta la malattia: «meglio usare pinzette e con un ago di piccolo calibro scalzare il rostro, tenendo presente che, se anche ne rimane un piccolo pezzettino, non ci sono rischi - aggiunge Masi -. È bene rivolgersi al pronto soccorso invece, se ci sono più morsi o in zone delicate, come genitali o vicino agli occhi».


Gli intervistati

Fabio Cianferoni

entomologo del Museo di storia naturale dell’Università di Firenze


Stefano Masi

responsabile Pronto soccorso pediatrico regionale, Aou Meyer




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