Una grande scultura in acciaio nel centro commerciale pratese

Scritto da Bruno Santini |    Maggio 2010    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

S'intitola Sono qui ed è un'imponente e colorata scultura, alta 10 metri: una mano aperta, tutta rossa, realizzata in acciaio saldato, che dal 22 maggio sarà installata nel Parco*Prato. L'autore è l'artista ligure Giuliano Tomaino. Siamo andati a trovarlo nel suo laboratorio a Sarzana.

«Quando mi hanno chiesto di fare un'opera per questo centro commerciale - spiega Tomaino circondato dalle sue opere, tra le quali gironzola indisturbato uno splendido gattone di nome Giallo - ho pensato ad un segno preciso che si vedesse anche da lontano e che avesse una valenza chiara, netta come un richiamo. Una mano aperta vuol dire ospitalità, accoglienza, saluto. L'ho voluta così alta in modo che anche dalla strada, mentre si arriva, la si possa vedere». A renderla ben visibile, oltre la mole, è certo anche il rosso acceso di cui è verniciata; cosa c'è alla base della scelta di una cromatura così decisa? «Il rosso non racconta qualcosa (a differenza del verde che racconta i campi o del blu che racconta il cielo) è un colore e basta. Tu domandi ad un bambino di dirti un colore e quello ti dice il rosso. È rosso e basta!».

Questo allestimento rafforza il rapporto che lega Unicoop Firenze all'arte contemporanea: basti ricordare il monumentale girotondo di Keith Haring raffigurante tre omini che danzano, posto al Centro*Sesto davanti alla Porta Est dell'Ipercoop. Domandiamo a Tomaino: ha già avuto prima d'ora rapporti con la cooperativa? «Sì, ho avuto già la fortuna di lavorare con la Coop. Penso che la sua attività sia una cosa fantastica. Oltre al fatto squisitamente economico-commerciale, ha dei lodevolissimi intenti di aggregazione, di comunicazione e di creatività. Mi sono trovato a fare un lavoro a Gerusalemme con ragazzi italiani, palestinesi ed israeliani e lì abbiamo costruito una casa. Una casa che fa parte dei miei segni: senza porte e senza finestre, perché la casa vera non è quella che c'è dentro, ma è quella che c'è fuori, intorno. La casa diventa un fulcro dove avvengono delle cose, dove nascono le paure, le felicità».

E adesso, dicevamo, questa gigantesca mano rossa che interagirà con i frequentatori del centro commerciale...
«Io penso che l'arte non è fatta tanto per i musei quanto per stare in mezzo alla gente. L'arte non è solo una cosa che deve divertire o essere piacevole, deve fare anche pensare. Portata nella società è un piccolo segno dove si può cominciare a fare un ragionamento».

L'artista quindi non crea per sé, lo fa per gli altri: è davvero così generoso?
«Io penso che il vero artista debba essere così. L'artista deve fare delle cose che, grazie agli altri, si caricano di valori e di valenze. L'arte non è una cosa che si guarda e basta, deve raccontare ed esprimere qualcosa. Questo avviene soltanto quando gli altri la guardano. È una finestra aperta sul mondo».

Ma l'artista si sente sminuito se ad accogliere la sua opera è un centro commerciale invece che un museo?
«Dobbiamo partire dal concetto che il centro commerciale ha sostituito la piazzetta del paese dove le persone passavano, s'incontravano, si sedevano al bar e bevevano qualcosa. È un punto d'aggregazione importantissimo e bisogna prenderne atto. Mentre il museo, un'istituzione ben più antica, spesso non è molto frequentato. Certo - puntualizza timidamente - se metti un'opera vicino ai bruscolini diventa un po' imbarazzante, ma se la poni in un contesto giusto, in un luogo in cui le persone la possono guardare anche mentre vanno a fare la spesa o al cinema, va benissimo. Può creare curiosità, diventare argomento di discussione, rappresentare un piccolo stimolo per interessarsi poi in seguito, in modo più approfondito all'arte stessa».

Secondo lei il visitatore occasionale che si avvicina impreparato all'arte riesce a comprenderla?
«Io penso che la vera arte assomigli ad una filastrocca. E le filastrocche raccontano la vita, le sue cose più terribili (la morte, per esempio), con un linguaggio e un ritmo molto lieve. L'arte è semplice. A chiunque, guardandola, anche se poco recettivo (che cos'è quella roba lì?!), rimane qualcosa dentro. L'arte costruita nelle misure e nel concetto giusto può solo far bene a chi la guarda. E fa bene all'artista. Lui l'ha già mangiata, digerita,rappresenta una piccola cosa che offre».

«Non a caso - conclude Tomaino - quando creo scultura, la parte più bella della mia arte è proprio il costruirla perché la faccio con degli artigiani che s'impossessano subito della mia idea e "si danno" in modo assoluto. Appena capiscono il progetto diventano subito parte dello stesso. Aiutano moltissimo. Addirittura mi consigliano. Amano quello che fanno. Già realizzarla con loro mi dà un'emozione, un piacere che poi spero si rinnovi quando altri la guarderanno».

L'intervistato: Giuliano Tomaino, artista

 


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