La vita tempestosa di un grande genio dell'arte

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Gennaio 2004    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Arte e galera
Chi avrebbe potuto immaginare
che da quel precocissimo discolo sarebbe poi germogliato uno spirito d'artista sensibile e pieno di talento come il Cellini! Forse solo suo padre, modesto artigiano fiorentino e suonatore di piffero nel tempo libero, dovette pensarlo già prima che il pargolo nascesse, perché una ragione ci deve pur essere se decise di dargli il benvenuto al mondo proprio con quell'aggettivo bene augurante.
Per pentirsene probabilmente qualche anno più tardi quando, suo malgrado, dovette accorgersi che quel Benvenuto ne combinava di tutti i colori. Di studiare aveva poca voglia; di imparare la musica, come avrebbe voluto babbo Giovanni, meno ancora. Le uniche attività nelle quali riusciva benissimo erano fare a botte, organizzare risse e lanciare sassi contro altre persone, che sembra fosse il gioco alla moda nella Firenze dei primi anni del Cinquecento.

Appena quindicenne Benvenuto viene arrestato per rissa e condannato a rimanere per sei mesi lontano almeno quindici chilometri da Firenze. Lui la prende larga e se ne va fino a Siena, dove trova lavoro presso un orafo. Torna a Firenze e per un breve lasso di tempo dà retta a suo padre, che insiste per fare di lui un musicista (e di suo fratello Cecchino, minore di due anni, un giureconsulto). Ma il babbo non ha fortuna con i due figli perché: '... la natura... fe' me applicato all'arte del disegno, e mio fratello, qual era di bella proporzione e grazia, tutto inclinato a le arme'.
Non trascorre nemmeno un anno e Benvenuto è di nuovo lontano da casa, a caccia di nuove esperienze e di nuove avventure. Va a Pisa, poi a Roma, poi torna a Firenze per ritrovarsi ancora una volta coinvolto in una rissa dove il sangue scorre in abbondanza. Viene condannato a morte ma riesce ad evitare la terribile sentenza grazie ad una rocambolesca fuga - travestito da frate - che lo porta di nuovo a Roma. E si trova nella città eterna quando i Lanzichenecchi la espugnano, mentre papa Clemente VII si rifugia in Castel Sant'Angelo protetto, e senz'altro salvato, da quell'accozzaglia di 'bombardieri' assoldati per l'occasione. Benvenuto è uno di loro e con lui c'è anche Raffaello da Montelupo, colui che sarà chiamato, pochi anni più tardi, a creare l'angelo in marmo che per oltre due secoli rimarrà sul torrione del castello.

Arte e galera 2
Benvenuto dà subito mostra
di saperci fare con le armi e viene messo a comandare alcuni artiglieri che (come riporta lui stesso nella sua 'Vita') avrebbero ucciso Carlo di Borbone e ferito il principe d'Orange. Il destino di Roma è quello noto del 'Sacco' e Benvenuto, quasi come se una calamita lo attraesse ovunque ci fossero armi sfoderate e violenza in atto, fa in tempo a trovarsi a Firenze quando la città è cinta d'assedio dalle truppe di Carlo V.
E via, di questo passo. La sua esistenza sembra non poter fare a meno di cercare sempre un nemico da combattere, un avversario da sottomettere, un sopruso da vendicare. Allora ecco che nel 1530 uccide colui che aveva ucciso suo fratello. Ferisce in una disputa per futili motivi il notaio ser Benedetto, ammazza, pochi mesi più tardi, il suo collega orafo Pompeo de' Capitaneis, ma viene scagionato da papa Paolo III appena salito sul soglio di Pietro. E ancora, su questa falsariga, va in Francia, trova il modo anche là di mettersi in contrasto con gente che non la pensava come lui; subisce, nel 1538, una carcerazione a Roma e un processo nel quale viene sommerso di accuse, fra le quali quella di essersi appropriato del tesoro del papa durante l'assedio di vent'anni prima. Evade di notte calandosi dal torrione di Castel Sant'Angelo ma si rompe una gamba. Viene di nuovo incarcerato ma ottiene una insperata liberazione grazie alle alte protezioni che la sua arte gli consentiva di ottenere.

Non si rassegna alla quiete nemmeno in età matura: a 48 anni ha uno scontro - stranamente solo verbale! - con lo scultore Baccio Bandinelli. Sei anni più tardi è di nuovo arrestato per aver colpito a bastonate l'orafo Giovanni di Lorenzo. L'anno successivo è ancora incarcerato, accusato - e reo confesso - di un reato odioso, sodomia: aveva abusato più volte di un giovanetto 'tenendolo in letto come sua moglie'. Ma di questo episodio non fa cenno nelle sue memorie; anzi, quando qualche anno prima il Bandinelli lo aveva accusato pubblicamente di usare quella pratica - 'oh, sta' cheto, soddomitaccio!' - egli si era arrabbiato moltissimo e aveva minacciato di ucciderlo.
Ed è nel corso dei quattro anni di condanna (la pena al carcere gli fu trasformata in arresti domiciliari in via del Rosaio a Firenze), che detterà ad un ragazzino di tredici anni le memorie della sua vita intensa e tumultuosa - e che tutti dovrebbero leggere perché quelle pagine non contengono solo una serie infinita di episodi che riguardano lui come uomo e come artista, ma sono lo specchio fedele di un periodo storico, raccontato con una semplicità e vivacità disarmanti.
Certo, chi potrebbe immaginare che in quell'uomo, per certi versi così violento, arrogante e rozzo, potesse celarsi un'altra personalità fatta di grande raffinatezza, anche di sensibilità e di un senso del bello portato ai limiti estremi... Invece è proprio così; per quanto possa apparire incredibile quel Benvenuto, pluriomicida e soldato implacabile, è lo stesso Benvenuto autore di opere d'arte che costituiscono tuttora un capitolo determinante per la storia dell'arte italiana.

LE OPERE, I LUOGHI
Solo 23 si sono salvate

Sarebbero 188 le opere eseguite da Benvenuto Cellini (1500-1571) nella sua non breve esistenza, ma solo 23 quelle tuttora esistenti. Il computo è stato fatto da Ettore Camesasca, sulla base degli scritti dello stesso Cellini e, soprattutto, sull'inventario che fu redatto subito dopo la morte dell'artista.
Fra le sculture ricordiamo: il Busto in bronzo di Cosimo I conservato al Museo del Bargello di Firenze e, nello stesso museo, le statue in marmo di Apollo e Giacinto, il Narciso e il Ganimede. Sotto le arcate della Loggia dei Lanzi, sempre a Firenze, è visibile il celeberrimo Perseo, di recente restaurato; la base originale in marmo con quattro bassorilievi in bronzo si conserva invece al Bargello.
Fra le poche opere di carattere religioso, un reliquiario attribuibile a Cellini è nella Pieve dei SS. Sisto e Martino a Vellano (Pistoia).


Bibliografia

Benvenuto Cellini, La vita
A cura di Giulio Davico Bonino
Einaudi,1982

La vita violenta di Benvenuto Cellini
Ivan Arnaldi
Laterza,1986