Piero Bigongiari, poeta dell’Ermetismo

Scritto da Pier Francesco Listri |    Maggio 2014    |    Pag.

Giornalista e scrittore Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso". Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar". Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.

Dicono i librai che da qualche tempo è aumentata, soprattutto fra i giovani, la lettura della poesia. È giusto ricordare i poeti. Quest’anno cade il centenario della nascita di Piero Bigongiari, nato nel 1914, che ci ha lasciati nel 1997, nella sua eterna Firenze, anche se era nato a Navacchio. Fu uno dei protagonisti della stagione poetica dell’Ermetismo che ebbe, fra gli anni ’30 e ’40 soprattutto, grandi protagonisti come Mario Luzi e Alfonso Gatto.

Di loro era intimo amico e si perde il numero delle serate passate al Caffè delle Giubbe Rosse in conversari svagati ma mai inutili, insieme con il grande Rosai, con Bilenchi suo coetaneo e con, di passaggio, Montale e Vittorini.

Critico e saggista

Merita oggi riprendere qualche sua raccolta di poesia: La figlia di Babilonia, del ’42, Le mura di Pistoia del ’58, Torre di Arnolfo del ’74. Non fu solo poeta. Fu un sensibilissimo saggista che dedicò profondi studi a Leopardi, mentre come critico d’arte, fu tra i più grandi conoscitori del Seicento fiorentino, dunque del Barocco così poco presente a Firenze, e via via dei contemporanei.

Scrisse dell’altro, ma qui basta. Abitò giovanissimo alle Casacce, in quel di Pescia, poi il ginnasio a Lucca in piazza del Giglio, poi Grosseto, poi Pistoia, in un palazzo con un grande scalone seicentesco al numero cinque di via del Vento, all’ombra della Madonna dell’Umiltà. Espertissimo della lingua francese sui poeti parnassiani, traduce anche dal latino gli Epigrammi di Marziale. Collabora alla fiorentina ‘Letteratura’, frequenta gli amici della rivista ‘Frontespizio’. Diventa amicissimo di Bilenchi e Luzi.

Dal ‘37 è a Firenze dove partecipa all’avventura della rivista ‘Campo di Marte’ di Gatto e Pratolini. Poi anche collabora alla milanese ‘Corrente’ e a ‘Prospettive’ di Malaparte; cura l’opera omnia di Joseph Conrad e entra nella redazione di ‘Paragone’, il leggendario mensile di arte e letteratura fondato da Roberto Longhi e Anna Banti. Intanto insegna letteratura all’Università di Firenze.

Difficili e luminosi

I versi di Bigongiari sono difficili ma luminosi: ‘O memoria, la terra è il tuo ritorno/negli occhi, le magnolie/in un torno di gridi dai cortili/traboccano’. Poeta d’amore, dice: ‘Dove passasti ritornare è come/non più pensare d’essere, ma esistere’. Attento alla realtà e all’essenziale scrive in una sua poesia: ‘Abbandònati a questo inconsistente/pulviscolo di cose e di pensieri,/abituati all’inferno dell’effimero’.

La poesia della stagione a cui Bigongiari ha dato tanto è definita nelle storie letterarie, appunto, come Ermetismo, legata al simbolismo francese di Mallarmé e Valéry, detta ermetica perché ispirata da una componente allusiva e analogica, spesso oscura. Fu detta ‘poesia pura’ per il sommo interesse alla parola.

Erano del resto i suoi, anni difficili: il ventennio del fascismo cui gli ermetici si opposero prendendo una strada diversa dalla retorica del regime. Un grande critico come Carlo Bo scrive allora il vangelo critico dell’Ermetismo: Letteratura come vita. I poeti hanno naturalmente ognuno la sua stagione, ma Bigongiari, perché toscanissimo e perché in fondo vicino ancora alla nostra sensibilità, merita di essere riletto, nel caos contemporaneo, come una voce limpida e sicura. Oggi, che ci ha lasciato da appena diciassette anni, merita ricordarlo, se è vero, come s’è detto all’inizio, che la poesia è tornata a consolarci.