Scritto da Matilde Jonas |    Maggio 2003    |    Pag.

Giornalista Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia. Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS). Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento. Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.

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E' sicuramente la meno italiana
delle città italiane. L'ampio respiro delle piazze, la monumentalità dei palazzi sette-ottocenteschi, e quei grandi Caffè - nel primo Novecento punto di ritrovo di letterati quali Rilke, Joyce, Svevo, Saba - dove gli habitué siedono quasi sempre allo stesso tavolo a leggere il giornale, a giocare a scacchi, a conversare, parlano di una cultura cosmopolita maturata in secoli di costruttiva convivenza di etnie tra loro diversissime. Raggiungerla, via A4, non è breve: ad alleggerire il viaggio tappe come la deliziosa Grado, lo splendido mosaico romano oggi pavimento della Cattedrale di Aquileia, o la Grotta del Gigante (info: tel. 040327312; orario visite 10-12/14-16). Una volta a destinazione - dove l'aspra nudità delle rocce carsiche si addolcisce nel verde per spengersi nell'azzurro del mare - siamo nel cuore della Mitteleuropa.

Dai Romani all'Impero
Se si esclude la breve parentesi tra le due guerre mondiali, italiana Trieste lo divenne solo il 26 ottobre 1954, dopo il governo militare alleato che seguì i 40 giorni di occupazione jugoslava dell'ultimo dopoguerra. Prima fu città dell'Impero austroungarico, a partire dal 1382. A quei tempi la città era poco più estesa di come la lasciarono i Romani alla vigilia delle invasioni barbariche. Le due navate della Basilica romanica della Vergine e quelle del Sacello di S. Giusto erano appena state inghiottite dalla trecentesca Cattedrale di San Giusto (tel. 040309666) e delle mura augustee del 33 a.C. rimaneva solo l'Arco di Riccardo. Nel I secolo a.C., quando i Romani vi erano arrivati in guerra contro gli Istri, il nucleo abitativo di quella che tra il I e il II secolo d.C. sarebbe diventata la città di Targeste, non era che un villaggio fortificato sul colle di San Giusto.

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Aperta e cosmopolita

Svolta cruciale a promuoverne il rapido sviluppo, la conversione di Trieste in porto franco, decretata da Carlo VI d'Asburgo nel 1719. La libertà di approdo e di commercio e l'esenzione dai dazi trasformarono in breve il piccolo borgo marinaro nell'emporio dell'Adriatico, dal 1857 collegato a Vienna dalla Ferrovia Meridionale. La stazione di Campo Marzio, oggi Museo Ferroviario (tel. 0403794185; 9-13, chiuso lunedì), merita una visita. Intelligente strategia per far convergere capitale e manodopera nella città, l'Editto di Tolleranza di Giuseppe II del 1781: il riconoscimento alle minoranze di libertà religiosa e culturale richiamava comunità di ebrei, greci ortodossi, armeni, luterani, calvinisti, anglicani, musulmani, a rimpinguare una popolazione ridotta a sole 5 mila anime dalle grandi pestilenze cinque-seicentesche. Le loro chiese a creare un mosaico proteiforme: dal Tempio Ebraico (tel. 040633819, 040371466) - uno dei maggiori d'Europa - alla Chiesa Evangelica Riformata Elvetica e Valdese di S. Silvestro (tel. 040632770), situata nel più antico edificio di culto della città, già oratorio paleocristiano del 300. E c'è da giurare che quando Casa d'Austria se ne andò - perduta la guerra del '15-18 - fu ben più di un triestino a piangere calde lacrime.

Della "scontrosa grazia"
L'aspetto di Trieste ha subito nel corso dei due secoli d'oro una vera rivoluzione. Ciò che resta della "città vecia" conserva file di case grigie e strette stradicciole inerpicate sul colle che sale verso il Castello di San Giusto (tel. 040309362; 9-17), rigidamente munite di corrimano, provvidenziale quando la bora infuria e il selciato si trasforma in una lastra di ghiaccio. Ma giù, sul lungomare davanti agli ampi moli, prevale il gusto dell'effetto scenografico: spazi di grande respiro incorniciati da imponenti palazzi in stile neoclassico, liberty, eclettico, neorinascimentale, imperanti nelle capitali mitteleuropee. A realizzarli concorsero i maggiori architetti del tempo. Centro e cuore della vita cittadina si trasferirono dal colle di San Giusto in Piazza Grande (oggi dell'Unità). La galleria del Targesteo, il Borgo Teresiano, Giuseppino e Franceschino, con la loro impronta di maestosa grandezza, testimoniano ciò che fu questa città dalla "scontrosa grazia" - per dirla con Umberto Saba - nel ruolo di porto dell'Impero.

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Per non dimenticare

Annessa Trieste al III Reich (8 settembre 1943), i nazisti adibirono la Risiera di San Sabba - ampio stabilimento per la pilatura del riso alle spalle della città - in "Campo di detenzione di polizia" per prigionieri politici ed ebrei destinati alla deportazione. Il 4 aprile del '44 l'attivazione di un forno crematorio la trasformò in campo di sterminio, che i tedeschi in ritirata tentarono inutilmente di cancellare. Restaurata e dichiarata monumento nazionale nel 1965, dal 1975 ospita una mostra storico-fotografica (tel. 040636969; orario 9-13).
La Foiba di Basovizza - abisso da cui veniva estratto il carbone, quindi adibito a discarica dei residui bellici del '15-18 - è monumento nazionale in memoria dei triestini che vi furono infossati, durante i massacri del '45 perpetrati dalle truppe jugoslave nei 40 giorni di occupazione del territorio libero. Le foibe carsiche diventarono le tombe di migliaia di italiani che abitavano la zona B annessa alla Jugoslavia di Tito: vittime dell'odio prodotto dagli opposti irredentismi, che nel primo Novecento avevano diviso italiani e slavi, dopo secoli di pacifica intesa.


Quando soffia la bora
E' il vento di Trieste, creato da un punto d'incontro tra due climi, il nordico e il mediterraneo. E' un vento basso (in quota non s'avverte) con direzione costante: arriva da nord-est. A Trieste precipita attraverso il valico di Postumia ed acquista forza nell'intrico delle costruzioni cittadine, dove si abbatte con violente raffiche - dal caratteristico e minaccioso sibilo - che si chiamano refoli. Può essere accompagnato da forti precipitazioni e prende allora il nome di "bora nera" o "scura".
Quando soffia - ad una velocità che può raggiungere anche i 144 km orari - volano le tegole, le navi rafforzano gli ormeggi per non venire trascinate al largo e chi deve avventurarsi per le strade s'aggrappa alle corde che vengono tirate nei punti più battuti. Infuria per tre, nove e perfino quindici giorni. Alla fine però l'aria è purificata e il cielo sopra la città luminoso.


Simbolo della città
Il castello sul mare
Opera di Junker, il Castello di Miramare (tel. 0402247013; orario 9-19) - con quello di Duino simbolo di Trieste - fu voluto dall'Arciduca Massimiliano di Asburgo nel bosco affacciato sull'insenatura di Grignano (oggi Parco marino), dove il suo bragozzo Madonna della Salute scampò miracolosamente a una tempesta. Per il parco terra fertile di Stiria e Carinzia, a coprire l'aridità del suolo carsico. Massimiliano vi andò ad abitare ammiraglio nel 1860, con la moglie Maria Carlotta del Belgio. L'avrebbe lasciato per sempre, re del Messico, tre anni dopo: fucilato a Queretaro il 19 giugno del 1867.

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Nella foto color seppia:
Ungheresi in gita sulla costa di Abbazia nel 1908: a poppa la cugina del Dottor Albert Schweitzer, premio Nobel per la Pace 1953. Foto Atelier Jos. Kolarik (prop. priv.). La costa dell'Impero Austroungarico, ai tempi estesa a tutta l'Istria, fu meta privilegiata dei villeggianti mitteleuropei.

Trieste su internet: www.trieste.com