Piccoli, antipatici, si annidano ovunque. Alcune specie, però, sono utilizzate in agricoltura contro i parassiti

Scritto da Silvia Amodio |    Novembre 2015    |    Pag.

Giornalista e fotografa Milanese, laureata in filosofia con una tesi svolta alle isole Hawaii sulle competenze linguistiche dei delfini. Ha collaborato come giornalista free-lance con settimanali e mensili (Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, l'Espresso, Mondo Sommerso, New Age), scrivendo sempre di animali e accompagnando gli articoli con le sue foto. Ha lavorato anche all'enciclopedia sul gatto della De Agostini. Negli ultimi tempi la fotografia d'autore è divenuta la sua occupazione principale.

Acari di forme e specie diverse estratti da un campione di suolo

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Inutile girarci intorno, gli acari sono antipatici! Ciononostante qualcuno li studia e il nostro intervistato vuole provare a farci cambiare idea…

Questi animaletti di piccole dimensioni, che appartengono al gruppo degli artropodi, lo stesso dei ragni, hanno origini antichissime, pare che i primi reperti fossili risalgano al Devoniano (circa 400 milioni di anni fa).

Possono avere aspetto e caratteristiche molto diversi fra loro: alcuni, infatti, possono correre, altri nuotare, altri ancora aggrapparsi alle superfici con uncini o ventose e con il loro apparato boccale possono scavare, succhiare o pungere; la respirazione avviene attraverso la cute.

Probabilmente molti di voi si stanno grattando in questo momento… invece Sauro Simoni – ricercatore presso il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria - Centro di difesa e certificazione) di Firenze - è rimasto affascinato da queste creature e ha deciso di studiarle, ricordandoci che anche altri prima di lui se ne sono interessati.

«La prima testimonianza scritta della loro presenza in stretto contatto con l’uomo – ci racconta - si trova in un papiro del 1550 a.C., Omero (850 a.C. circa, Odissea, libro XVII, v 361-362), segnala la presenza di zecche sul cane di Ulisse e Aristotele racconta di un acaro nel suo De animalibus historia libri. Ma anche Ippocrate, Plutarco, Aristofane e Plinio ne hanno fatto cenno nei loro testi. Nel medioevo e nel rinascimento gli acari sono genericamente indicati come pidocchi o piccole bestie. Queste creature hanno avuto la capacità di adattarsi a forme e habitat estremamente differenziati e, grazie alle loro ridottissime dimensioni, passano spesso quasi inosservati».

«Possono vivere liberamente nel muschio, nel terriccio, in acqua dolce, salata, nella farina, nei formaggi - prosegue Sauro Simoni – ma anche come parassiti su piante e animali. Le dimensioni del loro corpo variano da un decimo di millimetro fino a oltre un centimetro, come le zecche a fine pasto».

E nel tentativo di renderceli un po’ simpatici lo studioso ci dice che “possono anche avere dei colori vivaci: rosso, verde, bruno, o colori più tenui come il bianco, l’avorio e il grigio. Sono state descritte più di centomila specie di acari, ma si stima che ne esistano oltre 500.000. Fra quelli più studiati ci sono i parassiti delle piante e degli animali. La Varroa destructor, per esempio, può infestare il corpo delle api causando delle vere e proprie morie e danni importanti alla produzione di miele, mentre altre specie possono rovinare i raccolti, come il Tetranychus urticae, meglio conosciuto come il ragnetto rosso, e l’Eotetranychus carpini, detto anche ragnetto giallo, quest’ultimo particolarmente pericoloso per la vite».

Ma, ahimè, i più popolari sono quelli che vivono in ambiente domestico, sono gli acari della polvere che si alimentano di particelle di pelle desquamate e capelli umani e sono i responsabili di molte fastidiose allergie; poi esistono anche i meno frequenti (per fortuna) agenti della scabbia che scavano dei tunnel sotto pelle.

Il ricercatore cerca di rassicurarci sostenendo che «la maggior parte delle specie sono comunque innocue per l’uomo, anzi in alcuni casi sono pure utili! È il caso dei fitoseidi (acari predatori) che vengono prodotti appositamente da biofabbriche per essere utilizzati in agricoltura per il contenimento dei parassiti e la difesa delle colture. Grazie a un corretto uso di acari specifici, è possibile salvare le piante senza il ricorso a insetticidi. Il loro ciclo di vita è condizionato dalle variazioni climatiche e ambientali, anche questi parametri molto utili per le varie attività legate all’agricoltura».

Qualcuno di voi ha cambiato idea?