Unica cura evitare le sostanze allergeniche. Intervista al professor Sergio Romagnani, immunologo e ordinario di medicina interna all'università di Firenze

Scritto da Alma Valente |    Settembre 2003    |    Pag.

Giornalista Nata a Roma.

Dopo la laurea in Filosofia ha insegnato per due anni. Successivamente ha lavorato presso l'Ufficio Stampa della Presidenza dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, collaborando in particolare con Giorgio Napolitano.

Trasferitasi a Firenze, ha iniziato a scrivere l'Informatore, con articoli inerenti la di medicina.

Dal '97 ha cominciato a fare televisione: prima come inviata per la trasmissione Informacoop e poi curando una rubrica dedicata alla salute all'interno di Liberetà (trasmissione dello Spi-CGIL).

Allergie e intolleranze
Professore, innanzitutto una precisazione. Molto spesso, magari in uno stesso contesto, vengono usati i termini allergia e intolleranza. Sono sinonimi? E se no, dove sta la differenza?

No, i due termini non sono sinonimi, anche se spesso vengono usati impropriamente come sinonimi. Intolleranza è un termine più vasto e meno facilmente definibile rispetto a quello di allergia. Entrambe le situazioni vengono etichettate con il termine di "Reazioni avverse ad alimenti". In altre parole ciò significa che l'ingestione di un alimento determina una sintomatologia clinica, cioè una serie di disturbi che non si verifica invece nella grande maggioranza della popolazione. La differenza tra le due situazioni sta nel diverso meccanismo: l'intolleranza non rappresenta una risposta anormale dell'organismo causata da fenomeni di ordine immunologico, mentre l'allergia è il risultato di una risposta immunologica abnorme nei confronti di uno o più alimenti.

Secondo i dati gli allergici stanno aumentando e generalmente vengono chiamati in causa l'inquinamento e il crescente uso di additivi alimentari: lei però, col suo gruppo di ricerca, ha accertato che le cause possono essere altre. Quali?
E' vero che il numero delle persone allergiche è aumentato notevolmente nelle ultime decadi e sembra ancora in aumento, ma questa crescita non è dovuta né all'inquinamento atmosferico, né all'uso degli additivi. Casomai gli additivi possono provocare fenomeni di pseudo allergia, cioè dare ad esempio reazioni orticarioidi, ma non attraverso un meccanismo allergico. Per quanto riguarda le cause dell'aumento dell'allergia, cioè della reazione abnorme del sistema immunitario verso comuni sostanze presenti nell'ambiente, quali i pollini, gli acari delle polveri, i derivati epidermici di animali e gli stessi alimenti, e quindi delle malattie correlate con questo tipo di risposta (rinite, asma, ecc.), la spiegazione attualmente più seguita è quella che va sotto il nome di "ipotesi igienica". In altre parole, si ritiene che la diminuzione del numero e della gravità delle infezioni o delle contaminazioni con agenti microbici nelle prime età della vita, dovute al mutamento dello stile di vita avvenuto nei paesi più ricchi, abbia ridotto la produzione da parte delle cellule del sistema immunitario di alcune citochine che sono in grado di inibire la risposta alle sostanze ambientali normalmente innocue e quindi a rendere più facile l'infiammazione allergica.

Dunque, se ho ben capito, il nostro sistema immunitario ha "cambiato strada" combattendo sostanze con le quali aveva sempre convissuto?
In un certo senso è così. Ricordiamo comunque che l'allergia dipende da fattori sia genetici che ambientali. In altre parole, anche prima del cambiamento esisteva un numero di persone sia pure minore che a causa di una forte predisposizione genetica divenivano allergiche anche nelle condizioni ambientali di minore igiene. Nelle condizioni ambientali attuali, più igieniche, divengono invece allergici anche soggetti con predisposizione genetica minimale e che a causa della mutata situazione in cui si trova ad operare il sistema immunitario durante l'infanzia vanno anch'essi incontro con maggiore facilità a rispondere in maniera "infiammatoria" all'incontro con sostanze generalmente innocue.

E adesso veniamo ad un problema che interessa una consistente fetta della popolazione: l'intolleranza al lattosio. Dal punto di vista clinico quali sono i sintomi?
Questa non è un'allergia, ma un'intolleranza all'assunzione di lattosio legata all'assenza o alla deficienza di un enzima, la lattasi, deputato alla scissione del lattosio. La carenza può essere dovuta a cause genetiche o venire acquisita in seguito alla comparsa di altre malattie, per esempio il morbo celiaco. La carenza della lattasi determina una difficoltà nell'assorbimento del lattosio e questo può provocare una serie di disturbi, quali diarrea, dolori addominali, anche di tipo crampiforme, e flatulenza. Talora comunque il deficit può anche essere asintomatico. Spesso i sintomi sono simili a quelli del cosiddetto "colon irritabile" e la diagnosi differenziale può essere fatta semplicemente eliminando il lattosio dalla dieta. Se i sintomi persistono, ciò significa che ci troviamo di fronte non già ad un deficit di lattasi, ma ad una forma di colon irritabile o ad un altro tipo di malattia.

Questo tipo di intolleranza, oltre che nella prima infanzia, può manifestarsi anche in età adulta?
Sì, l'intolleranza al lattosio può presentarsi anche nell'adulto perché a volte è secondaria ad un'altra malattia comparsa più avanti nella vita e comunque la sua espressione clinica è sempre dipendente da altri fattori, quali la quantità di lattosio nella dieta, la rapidità dello svuotamento gastrico, l'interazione con la flora batterica intestinale, che per esempio diminuisce dopo un trattamento antibiotico.

Se non curata, nel tempo, come per esempio nella celiachia, può provocare malattie croniche?
Ovviamente se l'alterazione è misconosciuta può provocare le classiche complicazioni legate al malassorbimento (anemia sideropenica, che non risponde cioè alle cure di ferro, osteoporosi precoce ecc.), dal momento che frequentemente si manifesta con la comparsa di diarrea ogni volta che si assumono latte e i suoi derivati.

Esistono, per dirla in termini medici, degli stati acuti. In questi casi che fare?
L'unica terapia è la prevenzione. Una volta fatta la diagnosi, va evitata l'ingestione di latte e dei suoi derivati.