Situazione economica, consumi e aspettative delle famiglie italiane. L'analisi degli esperti

Alla ricerca di speranze
Forse non siamo ancora alla frutta
come ha sentenziato una prestigiosa banca d'affari americana. E probabilmente è esagerato dire che l'Italia è ormai solo pallone e pastasciutta. Ma che la grande maggioranza degli italiani se la passi maluccio è un dato di fatto riscontrabile in ogni indicatore economico e sociale.
Aumenta la povertà, e fasce sempre più ampie di popolazione, un tempo tranquille inquiline del ceto medio, si sono rapidamente trovate alle prese con bollette impazzite, prezzi in salita, bilanci familiari in rosso, salari anemici. E con l'incertezza dilagante su tutto: da cosa ne sarà della mia pensione al più prosaico e immediato obiettivo di arrivare alla fine del mese.

I numeri parlano chiaro: nel terzo trimestre del 2005 la crescita del Pil (prodotto interno lordo) in Italia è stata dello 0,2%, contro l'1,4 dell'area euro, il 3,6 degli Usa, il 4,3 dell'America latina e il 9,3 della Cina. E questo perché la spesa per consumi delle famiglie, che normalmente vale circa il 60% del prodotto interno lordo, ha dimezzato il suo contributo alla crescita.
Ultimi in Europa come incremento del Pil, ultimi per aumento di produttività, ultimi nella crescita di spese per la ricerca, ultimi per gli aiuti alla cooperazione. Siamo primi solo nella classifica dell'inquinamento, del costo dell'energia e del rischio povertà, con il 45% della popolazione italiana che percepisce un reddito che è quasi la metà di quello medio nazionale.

«Non lasciamoci ingannare dalle cifre e dalle medie statistiche - precisa Nicola Cacace, già presidente di Nomisma e ora al vertice di un'azienda di informatica -. La verità è che in Italia negli ultimi anni si è assistito ad una colossale redistribuzione del reddito a favore di un quarto della popolazione, mentre l'altro 75% ha tirato la cinghia».
I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e «chi già se la passava bene ora se la passa meglio», gli fa eco il sociologo Domenico De Masi, che dal suo osservatorio vede un paese sfiduciato e un'economia ferma.

I giovani
«Finché si premia la rendita anziché il lavoro non c'è prospettiva di rilancio economico e di benessere per tutti, nemmeno nei settori tradizionalmente più forti della nostra economia», ammonisce Cacace, in perfetta sintonia con l'ultimo rapporto Eurispes, che parla di un paese dalle grandi potenzialità ma immobile, «un paese che non riesce ad individuare un percorso originale al quale affidare il proprio sviluppo». «Basta osservare un dato - aggiunge Cacace -: a fronte di un incontestabile aumento degli occupati non c'è stato nessun aumento del monte salari: per ogni lavoratore che se ne va entrano due giovani che, insieme, non arrivano a guadagnare quanto il neopensionato. In compenso è aumentato il tasso di precarietà che impedisce ai nostri ragazzi di fare qualunque progetto di vita». Insomma, la flessibilità va bene, ma non l'insicurezza permanente. L'incertezza pervade lo stato d'animo di tante famiglie italiane e sono soprattutto i giovani a pagare in termini di precarietà e di reddito. I lavoratori atipici sono ormai un terzo degli occupati. Tre giovani su quattro non hanno prospettive e si sentono persi nella giungla contrattuale più perversa che l'Italia abbia mai avuto.
«Il mio contratto a progetto scade ad aprile e ancora non so se sarà rinnovato - dice una delle tante ragazze che ha avuto la fortuna di trovare un posticino mal retribuito in un call center -, ma cerco di non farmene un problema perché ormai ho paura che l'insicurezza e le difficoltà siano la condizione permanente della mia generazione». Parole amare, come quelle di un suo collega che lamenta lo stress di una vita perennemente in bilico: «Cosa penso? Cerco di non pensare e mi diverto con gli amici». Infatti siamo primi in Europa anche per il numero di telefonini e forse, il che non guasterebbe, per il tasso di allegria. «Quello che ci salva - commenta De Masi - è che viviamo in uno dei paesi più belli e vivibili al mondo, siamo un popolo che intreccia fitte relazioni sociali e siccome la qualità della vita dipende solo in parte dalla ricchezza, alla fine ce la caviamo».
Il fatto è che non sappiamo sfruttare al massimo nemmeno questa invidiabile posizione di rendita, fatta di cultura, beni artistici e natura, per trasformarla in ricchezza economica diffusa, ad esempio attraverso il turismo: primi al mondo nel 1970, siamo scesi ormai al quinto posto, superati anche dalla sorprendente Cina.

I consumi
Secondo un'indagine Nielsen, «ben il 50% degli italiani sostiene che rimanderà nel tempo le spese di particolare impegno economico, il 21% afferma che vi rinuncerà del tutto e il 20% che affronterà determinate spese, quali quelle per la casa o l'acquisto di una macchina o di grandi elettrodomestici, soltanto a fronte di finanziamenti agevolati o con pagamento a rate». Cosa che, in effetti, negli ultimi mesi è cominciata ad accadere. Ma le analisi autorevoli di Bankitalia sulla distribuzione del reddito rilevano anche il crescente divario tra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti, salito del 60% a favore dei primi. Cos'è successo? È ancora Bankitalia che parla: è successo che mentre «i redditi degli autonomi aumentano dell'11%, quelli delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente diminuiscono in termini reali di oltre il 2%». Come si spiega questa tendenza? Cacace non ha dubbi. «Negli ultimi anni sono stati abbondantemente praticati condoni e concordati fiscali che di fatto non hanno favorito i lavoratori dipendenti per i quali la pressione fiscale è rimasta inalterata e ineludibile».
Ecco perché marchi automobilistici come Bmw e gioiellieri alla Bulgari hanno realizzato i fatturati più alti proprio in Italia dove, appunto, chi può ha destinato gran parte del budget ai consumi d'alto bordo. Un tempo si diceva: "finché la barca va...". Nell'infinita bonaccia della nostra economia malandata e mal distribuita oggi la barca s'è fermata e, se non s'alza un po' di sano maestrale, rischia di andare lentamente alla deriva con il suo carico di ingiustizie, frustrazioni e illusioni perdute.

Gli intervistati: Nicola Cacace e Domenico De Masi



SETTORE ALIMENTARE
Consumi non uguali per tutti

L'andamento dei consumi alimentari dell'ultimo decennio è stato caratterizzato da una crescita pressoché nulla e in alcuni casi negativa. Dietro questa apparente staticità si nasconde però un processo di radicale divaricazione dei consumi alimentari nelle differenti fasce sociali. In pratica, chi alla fine degli anni '90 già spendeva poco in alimentazione ha ulteriormente contratto i propri consumi e chi invece spendeva di più li ha incrementati ulteriormente. Per le famiglie meno abbienti, quindi, l'alimentazione è diventato un capitolo di spesa dove recuperare risorse per l'acquisto di prodotti ormai socialmente irrinunciabili (cellulari, viaggi, divertimento). Queste famiglie sembrano orientarsi su "diete" in cui crescono i cosiddetti junk food (letteralmente "cibi spazzatura") e vengono invece penalizzati i prodotti della dieta mediterranea (frutta, verdura, pesce...).

All'opposto le famiglie più attente all'alimentazione (e con maggiori disponibilità di spesa) colgono le opportunità che oggi il mercato permette in termini di maggiore sicurezza alimentare (bio, ogm-free...), tradizionalità dei prodotti (Dop, Igp...) e contenuto di servizio (piatti pronti, surgelati) accrescendo il valore della spesa.

Alla ricerca di speranze 2