Gli sbocchi professionali per i laureati in paleontologia: uno sguardo alla preistoria, con un piede nel futuro

Scritto da Francesco Giannoni |    Ottobre 2008    |    Pag.

Fiorentino da una vita, anche se con sangue maremmano e lombardo, laureato in lettere, è sposato con due figli. Si occupa di editoria dal 1991, prima come dipendente di una nota casa editrice della sua città, ora come fotografo e articolista free-lance. Collabora a riviste quali Informatore, Toscana Oggi, Calabria7, e a importanti case editrici.

Ai piedi del Monte Pisano, presso la Certosa di Calci, ha sede il Museo di storia naturale e del territorio dell’Università di Pisa. L’importanza di questa istituzione sta non solo nelle storiche collezioni zoologiche ma anche nei nuovi allestimenti dei reperti fossili, fra cui spicca la sezione dedicata alla vita che fu in questi luoghi: 300 milioni di anni vengono ripercorsi in tre scenari, suggestivi e ben curati, preparati anche grazie al contributo di Unicoop Firenze.
Uno di questi illustra come doveva essere questa zona 220 milioni di anni fa, quando i dinosauri comparvero sulla faccia della terra e cominciarono a irradiarsi. Al posto del Monte Pisano c’era un delta dove vivevano rettili già molto evoluti. Fra loro erano anche dinosauri, di cui i più grandi avevano le dimensioni di un tacchino. Ne sono state trovate le impronte (fra le più antiche del mondo) che sono esposte nel museo.

Con Walter Landini, direttore del museo e scienziato di fama mondiale, parliamo del corso di studi da seguire per diventare paleontologo. Considerando che in Italia una laurea specifica non esiste, si può percorrere una duplice via: diventare dottore in geologia o in scienze naturali, in entrambi i casi svolgendo una tesi specialistica in paleontologia. La prima disciplina studia i fossili come “elementi biologici contenuti all’interno di un corpo roccioso”; la seconda li considera “espressione di antiche vite inquadrate in antichi ecosistemi”, e quindi studia anche il “paleoclima” e i “paleoambienti”, cioè com’era la terra milioni di anni fa. Sono due visioni e due approcci “differenti ma entrambi validissimi” per la ricerca paleontologica.
In Toscana la paleontologia viene studiata in tutte e tre le sedi universitarie, anche se con competenze diverse: Pisa studia prevalentemente i vertebrati fossili marini, Firenze quelli continentali, mentre Siena si dedica alla micropaleontologia che studia i “microfossili” (per esempio il plancton o certi tipi di alghe), così piccoli che devono essere esaminati al microscopio.

Dallo scavo alla tv

«Quelle che “noi raccontiamo sono storie strane, particolari, affascinanti, che colpiscono notevolmente l’immaginario collettivo», dice Landini. C’è una ricaduta a livello divulgativo: sui giornali e soprattutto in televisione si parla molto più spesso di paleontologia che di altri argomenti scientifici. Ecco spiegato il successo di questa materia presso il grande pubblico. Il giovane paleontologo può quindi avviarsi al giornalismo.
Oppure può diventare un “operatore culturale”. In ciò è facilitato dal fatto che l’Italia ha un ricco patrimonio paleontologico: molti dei nostri giacimenti fossili sono fra i più importanti del mondo. Questi vengono gestiti come veri e propri musei a cielo aperto, visitati da quei turisti che non si muovono solo verso le città d’arte ma cercano stimoli diversi. Le pubbliche amministrazioni sono in genere molto impegnate nella valorizzazione del territorio (fortunatamente in questo la Toscana è una regione molto sensibile): il paleontologo può trovare nei parchi e nei musei paleontologici una via per potersi “specializzare e professionalizzare”.

Tanto più che numerose scuole organizzano visite in tali musei. E con i giovani e i giovanissimi si lavora bene: «quando vengono a vedere gli scheletri dei dinosauri, hanno un approccio positivo, perché i fossili evocano scenari di mondi perduti e ognuno si può sbizzarrire con la fantasia. Il ricordo di avere visto un fossile e magari di averlo toccato rimane vivo per sempre».
Il discorso è invece più complicato per quel che concerne la carriera scientifica: «stiamo vivendo un momento particolare della vita universitaria, e una disciplina come la nostra, che non ha una ricaduta diretta sulla vita economica del paese, è fra le più penalizzate», prosegue Landini.
Però in questo settore ci sono delle possibilità che vengono da quegli stati (anche del terzo e quarto mondo) che hanno capito il valore culturale delle loro ricchezze paleontologiche, tutelandole con leggi severe e restrittive, e che chiedono agli scienziati italiani collaborazione per proteggere, studiare e valorizzare tali patrimoni, per inserirli in un circuito economico virtuoso. Proprio in questi paesi il paleontologo italiano può trovare lavoro.

Fossili argentini
In Sud America, più che in Europa, la paleontologia è considerata una materia di grande importanza, tanto è vero che, per esempio in Argentina, esiste una vera e propria laurea in paleontologia. Questo stato è estremamente ricco di giacimenti fossili. In Patagonia, nel sud del paese, il Dipartimento di Scienze della terra dell’ateneo pisano, insieme ai colleghi argentini, ha organizzato una serie di spedizioni, di cui la terza è stata effettuata quest’anno. La prima fu nel 2004 quando, nella provincia di Rio Negro, furono scoperte numerose ossa di dinosauri. Proseguendo gli scavi «capimmo di esserci imbattuti in un grande giacimento paleontologico con resti di Titanosauri, animali che raggiungevano anche i 20-25 metri».
Gli scienziati pisani hanno concluso che quello di Rio Negro è una specie di “cimitero”, forse il risultato di una piccola catastrofe avvenuta circa 82 milioni di anni fa, quando un’alluvione travolse un branco composto da adulti, giovani e cuccioli. «Ne stiamo riesumando gli scheletri e sono quasi tutti completi», dice Landini; questa è una “bella sorpresa”, perché normalmente dei grandi dinosauri si rinvengono poche ossa. Gli scavi durano a lungo: per ogni animale occorrono due-tre mesi. Sono state stimate decine e decine di carcasse. Dato che le missioni durano un mese, il lavoro è assicurato per molti anni.

L’estinzione dei dinosauri
Cronaca di una morte annunciata
L’enigma dell’estinzione dei dinosauri è fra i più avvincenti della storia del nostro pianeta. All’inizio degli anni ’80, Luis Walter Alvarez, premio Nobel per la fisica, scienziato di tutto rispetto, formulò l’affascinante ipotesi dell’enorme meteorite precipitato sulla terra che, con il suo devastante impatto, provocò la fine di questi rettili.
Se 25 anni fa andare contro questa teoria “era una vera e propria eresia”, oggi sono molti che non la ritengono credibile e i paleontologi avanzano ipotesi “meno catastrofiche”. Si tende a cercare nelle lente variazioni climatiche la causa principale della scomparsa di questi animali. Il clima era cambiato, quindi la terra era diversa, gli ecosistemi erano mutati, erano comparsi altri soggetti, per esempio i primi mammiferi e le piante con il fiore.
Quello sviluppatosi 10-15 milioni di anni prima della caduta del meteorite (che fra l’altro avrebbe dovuto provocare l’estinzione anche delle altre forme di vita, evento che invece non si è verificato) non era più l’ambiente adatto alla vita dei dinosauri. Intendiamoci: questi c’erano ancora, ma erano ormai “arcaici” ed erano costretti a coesistere con forme di vita più “moderne” e adattate ai cambiamenti avvenuti o in corso.
Quindi il meteorite non fu altro che il colpo di grazia per una specie già in crisi.

Museo di Storia naturale e del territorio, presso la Certosa di Calci, via Roma 79, Calci (PI), tel. 0502212970, http://storianaturale.museo.unipi.it.
Orario, fino al 30 giugno, da lunedì a sabato 9-18; domenica 10-19; ingresso 7 euro intero, per i soci Coop 5 euro


Nelle foto:
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L’intervistato: Walter Landini è professore ordinario di Paleontologia presso il Dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Pisa e direttore del Museo di storia naturale e del territorio.
- Riproduzione di uno scheletro di Carnotauro, dinosauro predatore vissuto in Patagonia nel periodo Cretacico.
- Scena che riproduce un gruppo di titanosauri (dinosauri erbivori) in un'area di cova. Sono visibili nidi con uova e piccoli. È visibile anche un piccolo predatore bipede (Aucasaurus) che tenta di prelevare uova dal nido.

Foto di Francesco Giannoni


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