Arriva la breve stagione delle ciliegie. Le iniziative per rilanciare quelle nostrane

Scritto da Laura D'Ettole |    Maggio 2005    |    Pag.

Giornalista. Specializzata in argomenti di carattere socioeconomico, dal 1997 al 2015 ha collaborato anche con l'ufficio stampa di Unicoop Firenze. Ha lavorato per il settimanale economico ToscanAffari, Il Sole 24Ore Centro Nord e il Corriere Fiorentino.
La sua carriera come giornalista è iniziata nell'89 sulle pagine del Sole 24 Ore, ed ha al suo attivo numerose collaborazioni con quotidiani ed emittenti televisive, per le quali ha realizzato trasmissioni di carattere divulgativo legate ai Centri per l'impiego, su temi come la formazione e l'orientamento professionale.
Laureata in filosofia, ha un lungo percorso come ricercatrice nel campo della sociologia applicata, che l'ha portata nel '92 a collaborare per quattro anni al progetto Unicef "Il bambino urbano".

In cerca del ciliegio perduto 2
Venticinque ciliegie al giorno
levano il medico di torno. O comunque tolgono sicuramente dai piedi il reumatologo, dicono gli scienziati del Michigan, secondo cui questo frutto ha proprietà quasi taumaturgiche nella cura dei dolori.
La scoperta è nata casualmente, in seguito al fatto che in questo stato americano, dove si producono e si mangiano molte ciliegie, erano quasi scomparsi mal di testa, dolori di schiena e quant'altro.
Merito proprio di questa Drupa pendula, direbbero gli specialisti, ricca di antociani e flavonoidi, ovverosia sostanze che agiscono come i più comuni antinfiammatori senza però effetti collaterali. Su questo argomento stanno conducendo uno studio congiunto l'Ivalsa del Cnr di Firenze e il dipartimento di Scienze farmaceutiche dell'Università di Firenze.

«Gli antociani sono i maggiori costituenti del pigmento delle ciliegie - spiega Giancarlo Roselli, genetista del Cnr - e dunque sono proprio le varietà dal colore più intenso ad avere una maggiore efficacia curativa». In Toscana le ciliegie Morelle, coltivate nel grossetano, in questo senso sono davvero ideali. Se ognuno di noi ne piantasse un esemplare in giardino, verso maggio sarebbe certo di trovare sotto casa una nutrita scorta di questa gradevolissima e naturale "superAspirina". Con l'ulteriore beneficio di contribuire a diffondere una pianta, il ciliegio, che in Toscana in questi ultimi decenni ha vissuto momenti a dir poco non favorevoli.

In cerca del ciliegio perduto
Roselli e i suoi, in regione, ne hanno contati ben 134 tipi diversi. E per fortuna che sono arrivati loro a salvare tutte le antiche varietà toscane, perché molte erano a rischio di estinzione, se non già dimenticate. A Bagno a Ripoli, nei dintorni di Firenze, nell'immediato dopoguerra ne erano state classificate sedici. Oggi i ricercatori dell'Ivalsa, che già dal '94 hanno iniziato a studiare la biodiversità di questo frutto, ne hanno rintracciate appena sei. A Pisa è stato trovato il "paniere" più ricco: ben 42 varietà (o genotipi); nel resto della regione, 92. Per tutte loro è scattato un maxi piano di salvataggio destinato a conservarle (si spera) per sempre. In particolare sono state reinnestate e trasferite in un'azienda sperimentale del Cnr a Follonica. E tutto questo grazie ai finanziamenti regionali per la tutela delle specie autoctone e ai fondi del Miur (Ministero dell'istruzione, università e ricerca). Una volta portata a termine questa prima operazione è arrivato però il momento della conoscenza. Come sono e quali caratteristiche hanno queste ciliegie toscane?

Le toscane
La leggenda vuole che a portarle in Italia dalla Cappadocia sia stato Lucullo (il console noto per il suo stile di vita gaudente), e che poi siano stati proprio gli antichi romani a moltiplicarne le varietà. Nessuno in realtà può giurarlo, ma quello che è certo è che il ciliegio proviene dall'est. Le varietà toscane cominciano a passare attraverso un'opera di classificazione certosina già dal 1500. Quelle attuali, ma di nascita antica, «sono tutte di origine spontanea e incrociate fra loro in modo casuale» fa sapere Roselli. Il Cnr le ha sottoposte al vaglio di analisi chimiche, strumentali e sensoriali, con venti esperti chiamati a verificarne le qualità organolettiche. I risultati sono stati eccellenti. In cima alla classifica delle toscane c'è la Marchiana, coltivata a Lari (in provincia di Pisa) e un po' in tutta la regione. Seguita a ruota dalla Capellino, una ciliegia nuova e mai descritta prima; la Bella di Arezzo, con cui in passato si riforniva anche il mercato romano. E poi la Gavorniana, Poponcina, Turca, Papalona. Com'è che con tutto questo ben di Dio in Toscana se ne commercializzano appena fra i 6/7 mila quintali (di cui la metà in provincia di Pisa), contro le 150 mila tonnellate raccolte complessivamente in Italia? «Quelle che troviamo in commercio arrivano soprattutto dalla Puglia - continua Roselli -, da noi questa coltivazione è caduta in gran parte nel dimenticatoio». Poiché la coltura non è gestita con tecniche moderne, la raccolta è tutta manuale, dunque costosa, e l'esito è fragile e incerto: basta una grandinata per perdere tutto. L'Ivalsa però ha selezionato due varietà che si possono raccogliere meccanicamente, facendo letteralmente precipitare della metà i costi di produzione. Vengono fuori ciliegie in vaschetta senza peduncolo, ma rosse rosse e di ottima qualità. Ancora non sono in commercio ma loro sono lì, in attesa che qualcuno le coltivi e le lanci come innovazione "epocale".

La città delle ciliegie
E' un antico borgo medievale in provincia di Pisa con meno di 9 mila abitanti e rappresenta il cuore della produzione delle ciliegie toscane. In un fazzoletto di terra di poco più di 27 ettari si coltivano varietà autoctone e altre di maggior resa. Si tratta di una produzione di nicchia ed è difficile gustare le ciliegie di Lari oltre il raggio di Pisa, Livorno o Firenze. «Sono tutti piccoli produttori, per i quali la coltivazione del ciliegio rappresenta spesso la seconda attività», afferma il sindaco di Lari Ivan Mencacci. Le 2800 piante da cui provengono i circa 800/1000 quintali di produzione annua hanno quasi 30 anni e crescono liberamente, in campi mai recintati. Alcune raggiungono anche i 15 metri, e guai a potarle. E' una caratteristica di Lari, continua Mencacci: sarà merito del terreno, o forse del microclima, ma qui gli alberi «vanno lasciati stare». Entro l'inizio del 2006 sarà ultimata la raccolta della documentazione per ottenere il marchio Igp, di cui finora in Italia può fregiarsi solo Marostica in Veneto. Ma intanto Lari nel 2003, insieme ad altri 22 Comuni, ha dato vita ad un'associazione fra i luoghi italiani di maggior produzione. Si chiama la "Città delle ciliegie" e i suoi obiettivi sono quelli di divulgare la conoscenza scientifica del prodotto, incrementare le quantità e creare un marchio di qualità "Italia". Le prime uscite pubbliche quest'anno saranno la sagra nazionale, che si terrà a Siano (Salerno), il 5 giugno, e due giornate (il 5 e il 12 giugno) in cui le ciliegie verranno vendute in tutti i capoluoghi italiani. Il ricavato andrà integralmente a finanziare l'Unicef.

Le principali sagre delle ciliegie in Toscana
29 maggio, Fucecchio (Fi)
29 maggio, 5 giugno, Lari (Pisa)
10 giugno (fino al 20), Arezzo (loc. Bagnoro)
13 giugno (fino al 19), Larciano (Pt)

IN VENDITA
Cinque su sette sono italiane

La campagna delle ciliegie nei punti vendita Coop comincia nei primi giorni di maggio, con il prodotto spagnolo, in attesa che faccia la sua comparsa (dopo un paio di settimane) quello nazionale.
L'Emilia Romagna (area di Vignola) e il Veneto (Valpolicella) sono le zone di produzione "primaticce" più importanti.
Ma per questo tipo di coltivazione la Puglia, che arriva sul mercato più tardi, è la regione leader in Italia: sia in termini di ettari coltivati che per numero di aziende specializzate.

La vendita di ciliegie nazionali termina nel mese di giugno, ma sui banchi del supermercato si possono acquistare ancora fino a fine luglio. Grazie soprattutto alla varietà Zirat, un durone "tardivo" che viene importato prevalentemente dalla Turchia e che resiste bene alla conservazione in frigo, inevitabile visto il lungo percorso.

Il consumo annuo di ciliegie nell'Unicoop Firenze è di circa 7 mila quintali: 5500 di prodotto nazionale e 1500 di provenienza estera.