Il tesoro di re Porsenna: un mito che resiste, tra storia e leggenda

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Marzo 2006    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

Alla ricerca dei pulcini d'oro
Il periodo iniziale dell'avventura di Roma
alla conquista di quello che diventerà l'impero è costellato di successi militari quasi ininterrotti. Un'espansione territoriale destinata a svilupparsi nei quattro punti cardinali. Qualche grattacapo - ma siamo già nel V secolo avanti Cristo, quindi duecento anni dopo la leggendaria fondazione dell'Urbe (753 a.C.) - venne dal nord, dov'era stanziato, da qualche secolo prima che Roma nascesse, il popolo etrusco. E l'uomo che più d'ogni altro riuscì a contrastare lo strapotere degli eserciti romani fu probabilmente il lucumone di Chiusi, il leggendario re Porsenna o, per ricordarlo col suo nome etrusco, Lars Porsina.

A lungo si è ritenuto che Porsenna fosse un personaggio mitologico, nato dalla fantasia di qualche storico romano al solo scopo di rendere più contrastata e dunque eroica l'ascesa di Roma in territorio italico. Ma la maggior parte degli storici moderni è propensa a credere che Porsenna sia realmente esistito; che abbia fatto di Chiusi una città fra le più importanti della dodecapoli e che abbia deciso di muovere - con le armi in pugno - alla volta di Roma nel tentativo di reinsediare l'ultimo re di discendenza etrusca, quel Tarquinio il Superbo che nella città dei Quiriti si era comportato, e il suo soprannome lo conferma, da vero despota.
Su quell'episodio di guerra non abbiamo alcun documento di parte etrusca e quindi ci dobbiamo affidare solo a storici romani e alla loro valutazione dei comportamenti e dei fatti. Le fonti, vedi Plinio o Dionigi di Alicarnasso, sono leggermente faziose, sottacendo le azioni del nemico ed esaltando il comportamento dei propri rappresentanti.

Ecco allora l'episodio legato a Muzio Scevola, l'eroe romano che sarebbe penetrato nel campo etrusco con l'intento di uccidere l'odiato re chiusino ma, avendo sbagliato persona, punì il suo errore mettendo la mano sul braciere ardente pronunciando la famosa frase: "Il fare e soffrire cose forti è da romano".
Oppure l'episodio di Clelia, la giovane romana che data in ostaggio dai suoi stessi concittadini sarebbe riuscita a fuggire attraversando il Tevere a nuoto; ripresa, e di nuovo consegnata a Porsenna, fu da lui liberata per aver dimostrato grande coraggio.
O ancora, il gesto di Orazio Coclite, leggendario eroe romano che, da solo, riuscì a difendere il ponte Sublicio il tempo necessario perché i suoi potessero distruggerlo impedendo così all'esercito di Porsenna di avanzare.

Resta comunque il fatto che Porsenna portò davvero lo scompiglio fra i Romani, i quali non poterono che ringraziare gli dei e gridare al miracolo quando il re decise spontaneamente di levare le tende e tornare nella sua patria. Dove riprese il suo quieto vivere (com'era nel costume etrusco), godendosi le grandi ricchezze e l'immenso prestigio che aveva accumulato nel corso della sua movimentata esistenza.

Il tesoro perduto
È a questo punto che ai fatti storici si mescolano le leggende. Quando capì che si avvicinava la fine, Porsenna ordinò ad eserciti di manovali di scavare, sotto la città, un labirinto che fosse inestricabile; quindi chiamò a raccolta i migliori orafi del territorio, ai quali consegnò una quantità spropositata di oro col quale avrebbero dovuto creare una carrozza - tanto grande da contenere il suo sarcofago - trainata da due cavalli dello stesso metallo; e, in aggiunta, una chioccia con cinquemila pulcini per accompagnarlo nel suo viaggio nell'aldilà. Quando giunse il giorno fatale - così continua la leggenda - quello straordinario corteo funebre prese le mosse da Chiusi e si avviò verso la campagna. Ad un certo punto, e all'improvviso, una nebbia fittissima avvolse il corteo, che sparì agli occhi dei chiusini e anche dalla faccia della terra.

Sono passati i secoli, e anche i millenni, e da sempre si è favoleggiato su questa vicenda. Si è parlato anche (e lo hanno fatto autorevoli storici romani, come Varrone o Plinio) di un gigantesco mausoleo, che in alternativa al labirinto avrebbe ospitato le spoglie mortali del re. Niente di tutto ciò è finora riemerso. Niente mausoleo, niente labirinto, soprattutto niente tesoro. Il sottosuolo di Chiusi è davvero percorso da una fitta rete di gallerie e cunicoli di possibile epoca etrusca, ma è ormai accertato che servivano a portare acqua alla città e a drenare il terreno soprastante.

Ma a Chiusi non si perdono le speranze e ci si appiglia ancora a quella frase di Plinio, che nella sua Naturalis Historia riferisce che Porsenna fu sepolto sub urbe Clusio; una frase che si presta ad una duplice interpretazione, nel senso che potrebbe significare letteralmente "sotto la città di Chiusi", ma anche in qualsiasi territorio circostante "più basso" della città di Chiusi. E infatti non ci si dà per vinti. Intorno a Chiusi si sviluppano serie infinite di colline e una di esse potrebbe ancora conservare il favoloso tesoro. Basterebbe anche uno solo di quei cinquemila pulcini...

COSA VEDERE
Il labirinto sotterraneo

La Clevsin etrusca sorgeva su una collina che si affaccia sulla Val di Chiana. Le numerose tombe rinvenute nel territorio circostante testimoniano l'importanza e la ricchezza del centro abitato fin dal VII secolo a.C. Numerosi sono i canopi, una sorta di vaso di terracotta che conteneva le ceneri mortali.

Questi ed altri importanti reperti, anche di epoca romana, sono presenti nel locale Museo archeologico (dal lunedì al sabato 9-14, domenica e festivi 9-13, info: tel. 057820177).

All'interno della cittadina si conserva tuttora un tratto delle mura di cinta risalenti al V secolo a.C., mentre sotto le fondamenta della cattedrale dedicata a San Secondiano si sviluppa il labirinto il cui percorso, accessibile, si conclude in un'ampia cisterna romana, che si trova esattamente sotto l'attuale campanile (in origine torre di avvistamento) del Duomo.

Pochi chilometri a nord-est della cittadina si conservano le maggiori tombe di epoca etrusca, mentre a nord si trova il coevo ipogeo di Poggio Gaiella.


Le città-stato etrusche erano riunite in gruppi, o leghe, di 12. In Etruria il 12 era considerato un numero magico.



Nella foto: Una sfinge e un sarcofago conservati nel museo etrusco di Chiusi