Da quelli meccanici agli ultramoderni al quarzo. Intervista a Luca Noci e Aniello Fusco

Scritto da Bruno Santini |    Novembre 2003    |    Pag.

Attore e giornalista. Attore teatrale (con esperienze al fianco di S. Randone, E. M. Salerno, A. Asti...), cinematografico (in film di Pieraccioni, Monicelli, Panariello, Vanzina...) e televisivo (in fiction come 'La squadra', 'Carabinieri 2", "Vivere", "Questa casa non è un albergo"...). Giornalista dal 1990, è anche speaker ed autore radiofonico. E' il conduttore del programma televisivo "InformaCoop".

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Che sia il fiabesco rintocco
della mezzanotte, limite ultimo concesso ad una occasionale principessa prima di tornare l'umile Cenerentola, o il "tic tac di sveglia che enfatizza ogni secondo", metronomo amaro di una vita che monotonamente volge al suo epilogo, cantato da Francesco Guccini nel brano 'Il pensionato', lo scorrere implacabile del tempo ci viene puntualmente visualizzato dall'orologio. Parzialmente nascosto dal polsino di una camicia, o giganteggiante nella piazza del paese saldamente incassato nella torre più alta, l'orologio (figlio della sabbia che un tempo scorreva nella clessidra e dell'ombra rivelatrice di un'antica meridiana) è lì, pronto ad avvisarci impietosamente del susseguirsi dei secondi, dei minuti, delle ore... Sarà forse per questo che in molti decidono di esorcizzare la sua presenza collezionandolo in tutte le sue forme? Risparmiamoci la risposta alla Freud; la verità è più prosaica e meno psicanalitica. «La sua riscoperta e il relativo boom collezionistico si sono avuti negli anni '80 - ci spiega l'esperto Luca Noci -. Dopo l'avvento, nel decennio precedente, degli orologi al quarzo giapponesi (precisissimi e assai economici) che mise in ginocchio le case svizzere di produzione, il mercato del meccanico assiste ad un vero e proprio ritorno di fiamma».

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Uno solo ma raro

Dall'alto dell'esperienza maturata professionalmente nel suo laboratorio di orologeria fiorentino, Noci ci tiene subito a puntualizzare: «Ovviamente si tratta di un collezionismo quanto mai vasto per esemplari e relativi valori: è il portafoglio a caratterizzare scelte ed acquisti, anche se la passione ha una matrice comune». Non facciamoci influenzare dalla cifra record con cui qualche anno fa venne venduto a 4.000.000 di euro un Patek Philippe anni '50, ma è vero che le singole collezioni possono anche essere composte da tre, due... e perché no, un solo pezzo.
«A caratterizzare il valore di un oggetto è prima di tutto la sua rarità - è sempre Noci che parla -. Facciamo un esempio per tutti: non è un'eresia affermare che un orologio d'acciaio Patek Philippe costa assai di più di un suo analogo e contemporaneo modello in oro. Questo perché la casa in questione (che è una delle più prestigiose al mondo) dei primi ne ha immessi sul mercato molti meno». Altro elemento di rarità (e quindi di ricercatezza) è la cosiddetta complicazione, che nella fattispecie può essere la cronografia, le fasi lunari, la doppia data, il calendario completo... Poi a condizionare il mercato possono intervenire anche dei fattori casuali ed assolutamente imprevedibili: «Paul Newman durante le riprese di un film indossò un Rolex Daytona. Le foto pubblicitarie di quell'evento fecero il giro del mondo e questo generò negli anni a venire una vera e propria caccia all'oggetto, con la conseguenza che i modelli contemporanei hanno un valore di circa 12.000 euro mentre per quello specifico (che rimase in produzione dal '69 al '72) con testimonial involontario (o meno) la star di Hollywood di euro ne occorrono circa 24.000». E la differenza tra l'uno e gli altri sta in un particolare quadrante (del costo di una trentina di franchi svizzeri) e da una diversa 'referenza cassa', intesa come numero d'identificazione.
«E' tutto vero - precisa Noci - ma a me non piace parlare di prezzi, anche perché questi possono essere sensibilmente diversi da città a città e addirittura da venditore e venditore all'interno della stessa città. Semmai, questo sì, si può affermare che l'orologio da collezione rappresenta un bene rifugio; anche se forse lo è stato più in passato, visto che il mercato al momento segna una fase di stanca».

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Swatch: finisce un'era

Brutte notizie invece per chi ha investito sugli Swatch, risposta svizzera snella e coloratissima all'invasione giapponese di cui accennavamo in precedenza. Apparsi per la prima volta nel 1983, sono diventati da lì a breve un vero e proprio fenomeno mondiale. «Io cominciai a collezionarli per caso - ci spiega Aniello Fusco, altro grande appassionato di orologi -. Ricordo che a Roma ne comprai un modello, il 'Lemon Iceberg' per mia moglie, che è allergica ai metalli. Poi, durante una tappa a Ginevra di un viaggio che mi portava a Parigi, ne acquistai diversi...».
Dai disegni più strani alle fogge più pazze il pubblico risponde con subitaneo entusiasmo, tanto che già nel gennaio del 1984 si raggiunge il primo milione di pezzi prodotti. Una febbre che contagia anche l'Italia e quando il nostro paese entra a far parte, nel 1986, del mercato Swatch, in estate la produzione raggiunge il ventesimo milione di pezzi. «Ricordo che nel 1991 andai a Mantova - è sempre Fusco a raccontare - perché su una bancarella di mercato, allestita ad hoc, venivano venduti i tre modelli 'Swatchtables' di Alfred Hofkunst (raffiguranti zucchine, peperoni e carne secca).
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Il lancio ebbe uno straordinario successo, gli orologi furono venduti nel giro di pochissime decine di minuti ed io ovviamente rimasi a bocca asciutta. Peccato, sarebbe stata davvero un'ottima spesa, perché gli esemplari offerti al costo di mercato corrente nel giro di mesi ebbero una valutazione di qualche milione di lire». Però, come abbiamo ricordato, queste un po' pretenziose quotazioni si sono fortemente ridimensionate una volta finito il boom di richieste. E adesso? «Adesso ho diradato gli acquisti concedendomi solo qualche evento speciale, come la collezione di 13 pezzi emessi in occasione delle future Olimpiadi di Atene. Ogni tanto ritiro fuori i miei 300 esemplari che conservo rigorosamente al buio (perché la luce cambia loro il colore) e me li riguardo. Sono lì, bellissimi, coloratissimi ma senza vita: una delle prime cose da fare, infatti, è togliere le batterie, che col tempo rischiano di rovinare il meccanismo. Se dovessi ricomprarle tutte dovrei spendere qualcosa come 3.000/3.500 euro!». «Ovviamente - ribatte Luca Noci - esiste anche il collezionismo di orologi da tasca e da tavolo, ma sono i modelli da polso quelli maggiormente ricercati».
Cosa fare se una persona in casa ha un orologio che presume possa avere un qualche valore di mercato? «Lo porta da un esperto. Io sono a disposizione per qualsiasi suggerimento e valutazione. Il mio primo consiglio però è quello di restaurare o riparare l'orologio, specialmente se è appartenuto ad un parente e quindi è un ricordo di famiglia. Farlo tornare a vivere». Farlo tornare, insomma, a scandire quei secondi che anche se inequivocabilmente sottolineano il trascorrere del tempo fanno da insostituibile colonna sonora alla nostra vita.

OROLOGI DA TAVOLO
Nella villa dei Savoia
Una bella e importante collezione di orologi da tavolo è ospitata alla Villa Medicea della Petraia - via della Petraia 40, Firenze (zona Castello). Sedici i pezzi esposti (due sono attualmente in restauro) datati fine '700/800. Una buona parte sono stati incamerati dai Savoia e trasferiti a Firenze, dopo l'unità d'Italia, da varie regge. «Una collezione importante - spiega la direttrice di Villa Petraia, la dottoressa Isabella Lapi - composta, ci tengo a dirlo, tutta da pezzi funzionanti. E questo è stato possibile grazie ad una collaborazione con il settore orologeria dell'Istituto tecnico Leonardo da Vinci, che è intervenuto con un restauro effettuato direttamente sui meccanismi». La mostra (così come la villa ed il parco) è aperta al pubblico dalle ore 8.15 alle 17; chiusura il secondo e terzo lunedì del mese.
Per valutazioni o più semplicemente informazioni sugli orologi da collezione, Luca Noci, tel. 055332696