Tenere accesa la speranza in una soluzione che riconosca i diritti dei due popoli, perché possano vivere in pace

Scritto da Roberto Cavallini |    Settembre 2004    |    Pag.

pubblicista. Fiorentino, diplomato in lingue, conosce il francese, lo spagnolo e l'inglese. Direttore di Coopinforma e del corrispettivo sito www.coopinforma.it. Responsabile del dipartimento comunicazione e attività sociali dell'Associazione Cooperative Consumatori Distretto Tirrenico e dei progetti di solidarietà internazionale della Associazione Nazionale, ANCC/COOP. Attento e sensibile ai temi socio culturali legati alla globalizzazione e al consumo critico, si diletta in fotografia. Per sua fortuna ha molto viaggiato e, quando possibile, lo fa ancora.

Al di là del muro
Un muro in cemento armato,
alto 10 metri, che dovrebbe estendersi per oltre 600 km, spezzando in due le terre bibliche di Israele e Palestina. Una parte, a partire dal 2002, è già costruita o in costruzione. Una barriera di reticolato e cemento armato, con telecamere in ogni dove, che circonda, rinchiude, isola i cittadini palestinesi, ma anche israeliani.
Motivo ufficiale: garantire la sicurezza al popolo israeliano. Un confine dunque che, nell'idea del suo ideatore, Rabin, nel 1995, doveva coincidere con "la linea verde", circa 350 km, cioè con il confine che separa Israele dalla Cisgiordania, e rassicurare entrambe le parti sulla certezza dei confini definiti nel 1967.

Ma Sharon, l'attuale capo del governo israeliano, la pensa diversamente: e così il muro, in modo unilaterale, viene disegnato e costruito spezzando villaggi, famiglie, sventrando case e edifici con la "politica del bulldozer".
Da una parte del muro non solo Israele e il suo territorio, ma anche i nuovi insediamenti abusivi dei coloni sul territorio palestinese, le infrastrutture civili, scuole, ospedali, gli insediamenti produttivi e terre lavorabili. Infine, anche le risorse naturali, come le sorgenti d'acqua.
Dall'altra parte del muro il niente, o quasi.
I costi, secondo le stime israeliane, saranno di oltre 700 milioni di dollari. Anche la Corte suprema israeliana è intervenuta per richiedere di rivedere il tracciato della barriera di sicurezza "per minimizzare le sofferenze che essa provoca alla popolazione palestinese della Cisgiordania... perché danneggia gravemente gli abitanti e viola i loro diritti, sanciti dalle normative internazionali".

Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Arafat, durante un incontro con la delegazione della Coop, parla con grande dignità e accoratezza. Rimprovera la colpevole disattenzione della stampa internazionale sulla attuale situazione palestinese e mostra alcune foto.
Immagini di vita quotidiana del suo popolo: le snervanti attese ai check point, le distruzioni delle case per ritorsione, le lunghe file per rifornirsi di acqua che non viene somministrata dagli acquedotti gestiti dagli israeliani, la povertà e la disperazione della sua gente.
«Le notizie che vi vengono date dai media europei riguardano attentati o atti di repressione. Fatti eclatanti che dovete conoscere. Atti che vanno condannati. Ma - aggiunge Arafat - nessuno parla della vita quotidiana del nostro popolo e anche di quello israeliano. Voi, spero, ne avete potuto prendere coscienza. Fatele conoscere. E' il più grande contributo che potete dare al raggiungimento della pace».

La delegazione gli presenta i progetti che Coop sostiene da anni in terra palestinese: le oltre 500 adozioni a distanza, il ripristino di alcune scuole, la costruzione di una nuova scuola a Betlemme, il rapporto con la fondazione Shimon Peres per la cura di malattie gravi e congenite dei bambini palestinesi in un ospedale israeliano a Gerusalemme, le 13 cisterne per la raccolta dell'acqua in altrettante scuole dei villaggi di Hebron e Betlemme, il sostegno alle attività degli artigiani del legno a Betlemme, attraverso la vendita dei prodotti artigianali nelle nostre cooperative.
L'apprezzamento di Arafat è scontato, ma non di maniera. «Quello che state facendo è di enorme importanza. Amicizia, solidarietà, rispetto, sono un filo comune che lega ormai da molto tempo i nostri popoli. Gli aiuti che ci date sono importanti e voglio ringraziare i tanti vostri soci che collaborano a queste iniziative. Ma soprattutto per la mia gente è stato ed è importante avervi incontrato. Tenere accesa una speranza è possibile. Voi state contribuendo a farlo».

Al di là del muro 4
L'incontro con Arafat
è stato l'ultimo di una serie di appuntamenti che hanno impegnato la missione di Coop per sei giorni. Innanzitutto i villaggi oggetto degli interventi: Doma nella municipalità di Hebron e Jurat Al Shamaa. Ma anche organizzazioni non governative che da anni si battono in questa terra tormentata perché siano rispettati i diritti umani dei palestinesi (Jerusalem Centre for Human rights), perché si ponga fine alla segregazione carceraria e alle intimidazioni verso i giovanissimi palestinesi (Alternative information centre), perché si possa aiutare lo sviluppo di alcune aree come Betlemme, con la vendita alla Coop di prodotti tipici palestinesi.
Di particolare rilievo l'incontro con Gadi Shneider, dell'ospedale israeliano di Gerusalemme, per verificare il progetto sostenuto da Unicoop Firenze e dalla Regione Toscana, in accordo con la fondazione Peres, per la cura delle malattie genetiche di bambini palestinesi.
Un contributo prezioso non solo per salvare la vita a centinaia di piccoli colpiti da malattie gravissime, ma anche un esempio di come la collaborazione paritaria tra palestinesi e israeliani possa costruire un ponte di pace, fratellanza, rispetto e collaborazione reciproca. Una speranza che possiamo continuare a alimentare con i progetti in essere e con un rinnovato impegno per il futuro. Per non lasciarli soli.