di Paola Coppini

Comincia da questo numero la pubblicazione di alcuni dei racconti (qui sotto il primo classificato, di Paola Coppini, e un altro, scelto dalla redazione tra i non premiati) che hanno partecipato alla seconda edizione del concorso 'La ricetta raccontata', organizzata dalla sezione soci Coop Firenze sud in collaborazione con Slow Food.
377 le ricette arrivate, tutte riportate nel sito internet di Unicoop Firenze, dove - fino al 31 dicembre - i lettori hanno potuto votare la loro ricetta preferita, dando vita ad una classifica di cui vi daremo i risultati nel prossimo numero.


La ricetta raccontata
Seduta in un angolo,
col mento sulla mano, Dina guardava gli altri di famiglia affaccendati a riporre le ultime cose negli scatoloni. Per lei, anziana, era meglio non muoversi nelle stanze ingombre. L'indomani, presto, sarebbe venuto il camion per il trasloco.
La casa dei pini non le apparteneva più: rovesci di fortuna nel lavoro di suo figlio, fronteggiati a lungo con economie e notti insonni, li avevano infine costretti alla decisione più dolorosa.
Dina vagava nel vuoto con lo sguardo; quasi non si accorgeva dell'affaccendarsi degli altri, ma vedeva, sentiva la sua casa. Avrebbe anche potuto chiudere gli occhi, ma la sua casa era dentro di lei, faceva parte di lei: i muri bianchi, con una leggera ombra intorno agli interruttori, il grande arco aperto sulla scala, quella mattonella un po' più alta delle altre, sentita mille volte nel fare le pulizie...

"Preparo io la cena" disse sottovoce, alzandosi, e forse gli altri non l'udirono nemmeno. Entrò in cucina, benché fosse ancora pieno pomeriggio. No, non avrebbero cenato con qualcosa di freddo, come le sembrava di aver udito. Era l'ultimo pasto alla casa dei pini: doveva essere una vera cena. Con calma, frugò a lungo nelle ceste delle provviste, già accatastate. Prese da un sacchetto cinque manciate di farro, da una scatola cinque manciate di fagioli rossi, lavò, mise a bagno. Uscì nell'orto per prendere gli odori. Scelse una costola croccante di sedano, staccò un rametto di rosmarino, sradicò una cipolla, una carota e un aglio (le servivano solo pochi spicchi, ma lo tenne tutto, quel frutto prezioso della sua terra). Stanca, sedette sulla panchina addossata al muro, con le mani abbandonate sulle ginocchia, reggendo appena i rametti odorosi.
E restò così, vuota, senza pensare a niente, guardando nel sole dorato del pomeriggio.
Al tramonto rientrò in casa.
E iniziò, compiendo lentamente, con attenzione, quei gesti abituali, antichi, appresi da sua madre, come un rito. Aveva apportato nel tempo qualche modifica, piccola, graduale, e quel piatto era cambiato negli anni insieme a lei.
Lavò e tritò con cura tutte le erbe raccolte e le mise a soffriggere, piano piano. Non voleva pensare al futuro. Ma il passato sì, la invadeva come un'onda lunga. L'odore che andava riempiendo la cucina, l'aria tiepida della sera l'avvolgevano portando folate di ricordi.

Era sola, nella sua cucina, e non percepiva il rumoroso tramestio degli altri. Rimestava lentamente, voltando le spalle alla porta e riviveva ora tutte le volte che il suo Giuseppe, rientrando in casa silenzioso, andava dritto a bere e passandole accanto le dava una pacca bruscamente affettuosa dove capitava e lei, con uno sguardo rapido alla finestra, si schermiva, "smettila ci vedono!".
Si asciugò gli occhi, quella cipolla era molto forte. Scolò e versò il farro sulle erbe soffritte; quando lo sentì croccante, aggiunse qualche mestolo di brodo dei fagioli che stavano cuocendo a parte. Poi sedette, aspettando, attenta, pronta ad alzarsi per controllare le due pentole. Quante volte l'aveva fatto! E spesso, in quei momenti di attesa, rammendava, o raccontava storie al suo bambino, o ascoltava Giuseppe che rientrava portando qualche novità. "L'orco cattivo fece una magia...". Dina si interrompeva per assaggiare qualcosa nella pentola. "E poi, mamma, e poi? Racconta!". "O Dina, sai chi ho incontrato oggi? Non lo indovini".
Si sentì soffocare dalla piena dei ricordi e chiuse un attimo gli occhi.
Poi, con un sospiro, riprese il suo lavoro, con più attenzione, assaggiando, regolando la fiamma. I fagioli dovevano cuocere lentamente per essere morbidi senza spappolarsi. Quando li trovò al punto giusto, ne passò la metà girando lentamente il passatutto, come infinite altre volte, e riunì tutto in una sola pentola (anche il farro era morbido al punto giusto). Aggiunse qualche cucchiaio di succo di pomodoro, pepe, sale. Aspettò ancora qualche minuto che i sapori si amalgamassero, poi spense il fornello. La zuppa di farro era pronta.
Gli altri, ancora indaffarati, ritardavano a sedersi a tavola. A Dina non dispiacque: aspettava, nella sua cucina, guardando di tanto in tanto la sua zuppa, che nell'attesa diventava più gustosa.

Poi, a tavola, gli altri incrociavano frasi concitate sulle cose ancora da fare e da non dimenticare. Lei, con la testa bassa, gustava lentamente ogni boccone, il vapore profumato, la famiglia riunita intorno al tavolo di marmo, i muri bianchi e il suo spazio, dove era trascorsa la sua vita.
La mattina la sveglia suonò presto per tutti. Mentre Dina riponeva con cura certe sue cose nella borsa, e gli altri si urtavano incrociandosi di corsa sulla scala, la nipote, indicando i gesti lenti della nonna, ammiccò: "Beata la nonna, almeno lei non se ne accorge neanche del trasloco!".
Dopo avere più e più volte controllato le sue cose, Dina si rivolse al figlio: "Sono pronta". E con la sua borsa stretta al braccio si sedette fuori sulla panchina, guardando dritta davanti a sé, e aspettò che la portassero via.