Dopo anni difficili le api tornano operose in Toscana. In risalita la produzione di miele

Scritto da Riccardo Gatteschi |    Marzo 2010    |    Pag.

giornalista e scrittore. Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera. Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste. Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa". Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977). Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995). In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003). Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta. Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.

L'ape è tornata a ronzare operosa nella campagna toscana. Dopo la grande paura nei primi anni del nuovo millennio, quando si era paventata, a livello mondiale, una scomparsa dell'insetto forse più utile all'uomo, negli ultimi due anni si è riscontrata una tangibile inversione di tendenza e dunque un ritorno alla produzione di tutte quelle prelibatezze di cui può beneficiare il genere umano.


Di tutto di più

Perché, si dice, di quello che produce un alveare non si butta via niente. A cominciare dal miele, quella densa sostanza che serve ad addolcire, più e meglio dello zucchero, liquidi e cibi; per passare alla pappa reale, prodotta dalle api nutrici quale unico cibo per le regine e che l'uomo usa soprattutto per alimentare e "rinforzare" bambini piccoli e magari cagionevoli o anziani in cattiva salute. Non bisogna dimenticare poi il polline, l'elemento che feconda il frutto e che le api trasmettono, come si dice, "volando di fiore in fiore"; e la quantità di polline che resta attaccata al dorso dell'ape viene catturata, con alcuni stratagemmi, dall'apicoltore che lo immette sul mercato. Poi c'è la propoli, una sostanza resinosa che l'ape secerne e usa per rinforzare o turare i favi o anche per mummificare i cadaveri evitando la loro decomposizione. La propoli è usata in preparati medicinali per la sua azione antibatterica e antiinfiammatoria (spray, sciroppi, integratori, caramelle). E cosa dire della cera che l'ape usa per costruire i favi e l'uomo utilizza per farne candele? Infine, in campo medico, si adopera anche il veleno che l'ape trattiene nel pungiglione e che usa quando si sente minacciata.


Pesticidi al bando

Ma torniamo a parlare della grande paura. Sia negli Stati Uniti che nei paesi dell'America latina e anche in Europa, si erano affacciati due distinti problemi: da una parte un sensibile, e al momento inspiegabile, aumento nella moria di api operaie; dall'altra ci si accorgeva che le operaie, una volta partite per il loro giro di lavoro (è noto che possono allontanarsi dall'alveare per un raggio anche di cinque chilometri), stentavano a ritrovare la strada del ritorno. In altre parole, e per cause misteriose, perdevano il senso dell'orientamento.

Lunghe ricerche sul campo hanno portato a concludere che questa preoccupante sindrome poteva essere causata anche dall'impiego sempre più massiccio di pesticidi per la coltivazione intensiva di mais e di soia. Dal 2008 alcuni di questi fitofarmaci, grazie all'impegno della Commissione agricoltura della Regione Toscana, sono stati messi al bando e contemporaneamente (ma forse è ancora troppo presto per trarre conclusioni definitive), non si è più constatato negli alveari lo stillicidio di perdite registrato fino a quell'anno. Alcune cifre possono servire a rendere più evidenti le proporzioni del fenomeno: se nel 2008 la diminuzione di miele - per limitarci al territorio toscano - era stata del 50% rispetto all'anno precedente, il 2009 ha visto risalire la produzione di un buon 20%.


Progetto Apenet

Ed è stato sulla scorta di questi dati senz'altro confortanti che si è deciso, a livello nazionale, di dare concretezza a un progetto di ricerca e di monitoraggio di circa 150 milioni di api. Il progetto, chiamato Apenet, consiste nella costituzione di un sistema di monitoraggio per il costante controllo della vita della Apis mellifera ligustica, al quale partecipano tutte le regioni italiane. Ognuna di esse ha predisposto, su terreni appositamente selezionati, cinque apiari, ciascuno composto di dieci alveari. La Regione Toscana contribuisce con un numero sensibilmente superiore di alveari. E nell'isola di Capraia, che costituisce uno dei punti di monitoraggio, è nato anche un centro per l'inseminazione naturale delle api regine.

I dati più recenti hanno rilevato un ritorno ai valori normali, e confermano il buono stato di salute, soprattutto dopo la messa al bando dei fitofarmaci indiziati di costituire una delle cause del preoccupante decremento nel numero delle api. Attualmente, se vi sono casi di moria, essi sono legati solo alla presenza endemica dell'acaro parassita, Varroa destructor.

«Probabilmente ci stiamo avvicinando alla verità sul mistero della moria e dello spopolamento degli alveari, - ha detto Aldo Manetti, presidente della commissione agricoltura del Consiglio regionale della Toscana, - ma stiamo anche capendo come sia fragile l'equilibrio della principale sentinella ambientale, qual è per definizione l'ape, sottoposta anch'essa ai processi di globalizzazione».

È possibile azzardare una previsione sull'andamento dell'annata in corso?

«Se continuerà, come molti si augurano, il blocco dell'utilizzo di alcuni fitofarmaci e se la stagione sarà clemente, come è stata fino al mese di gennaio, possiamo senz'altro preconizzare un'annata positiva", - continua Aldo Manetti -. "Un altro obiettivo per l'immediato futuro è quello di fare in modo che il miele toscano possa avere l'autorizzazione a fregiarsi del marchio di Indicazione geografica protetta" (Igp), così come un piccolo territorio della Lunigiana ha già ottenuto il prestigioso Dop, ovvero la Denominazione di origine protetta».

Intanto i quasi quattromila apicoltori toscani aspettano con un certa trepidazione l'arrivo della primavera, quando dai circa quattromila alveari l'ape riprenderà a ronzare operosa e a posarsi "di fiore in fiore".


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