Dalla società cooperativa di Sesto ad oggi

1891. Le origini 

Quando, il I novembre 1891, si costituiva legalmente la Società cooperativa di Sesto Fiorentino, la cooperazione di consumo toscana aveva già una significativa e ricca storia alle spalle. Se gli anni a partire dal 1860 erano stati contrassegnati dalla nascita delle società cooperative di consumo per il popolo (ad esclusiva impronta filantropico-moderata) e dalle cosiddette leghe economiche alimentarie promosse dalla fratellanza artigiana, il decennio 1880-1890 aveva assistito ad una rigogliosa fioritura del mutualismo e delle strutture ad esso collegate, in primis le cooperative di consumo: una statistica del 1889 faceva salire queste ultime a 78, ponendo la nostra regione fra le prime in Italia, immediatamente alle spalle del Piemonte e davanti a Emilia e Lombardia.

E tuttavia, nonostante questi ragguardevoli precedenti, non è azzardato ipotizzare che con i primi anni novanta si aprisse davvero un capitolo nuovo. Con la nascita della società cooperativa di consumo di Sesto – e con quella di poco successiva del magazzino cooperativo di Empoli, della Fratellanza di Prato, della cooperativa di Rifredi – si assisteva infatti all’apparizione di sodalizi che per la prima volta denotavano nei loro promotori e nei loro statuti un’ispirazione inequivocabilmente di sinistra, repubblicana o addirittura socialisteggiante.

Ciò non significava, beninteso, la scomparsa della cooperazione di consumo d’ispirazione paternalistica e moderata; significava però che da ora innanzi le cooperative sarebbero state viste da grandi masse di lavoratori non solo come strumento di soddisfacimento di bisogni primari, ma anche come veicolo di progressiva presa di coscienza della realtà dei rapporti di classe e, in ultima analisi, di emancipazione sociale e di alternativa al sistema.

Non era un caso che in Toscana – nell’area fiorentina in particolar modo – lo sviluppo della cooperazione andasse di pari passo a quello del movimento operaio e alla crescita elettorale dei partiti dell’Estrema.


1900. L’età giolittiana 

Sopravvissute alla repressione dei moti popolari del 1898, le cooperative di consumo erano destinate a conoscere uno sviluppo impetuoso fra l’inizio del secolo e la vigilia della grande guerra. Furono gli anni degli stretti rapporti con le amministrazioni socialiste, le Camere del Lavoro, le organizzazioni di resistenza; gli anni in cui una cooperativa come quella di Sesto (dal 1907 “Casa del Popolo” di Sesto, in coincidenza con l’inaugurazione del nuovo edificio sociale) veniva additata, per la sua solidità finanziaria e la sua ispirazione solidarista, a modello in tutta Italia.

Pur in mezzo a numerosi problemi irrisolti (individualismo, isolamento, insufficiente liquidità, scarso coordinamento nella politica degli acquisti) la cooperazione di consumo toscana si presentava ormai con un biglietto da visita di tutto rispetto: nel 1910 giungeva ad annoverare 208 sodalizi, la metà dei quali in provincia di Firenze. Appena quattro anni più tardi balzava a ben 358 collocandosi, per consistenza numerica, seconda in Italia, subito dopo la Lombardia.


1915. La grande guerra 

La prima guerra mondiale impresse un’ulteriore accelerazione a questo stato di cose: di concerto con gli enti locali, le cooperative di consumo tesero spesso a debordare dalla loro tradizionale funzione calmieratrice per influire direttamente nei settori dell’ammasso e della distribuzione, attraverso la costituzione di consorzi, enti annonari, aziende autonome. In Toscana nel 1916 erano salite a 358 per poi raddoppiare quasi di numero nei primissimi anni del dopoguerra, fino a giungere nel 1921 alla ragguardevole cifra di 609.

Alla cooperazione di consumo “rossa” se ne affiancava una di matrice “bianca” sviluppatasi di pari passo alla nascita del partito popolare. Nel 1920 la provincia di Firenze annoverava 48 società aderenti alla federazione nazionale delle cooperative di consumo (di ispirazione cristiano-sociale), mentre la provincia di Lucca superava le 100 unità.

In complesso il movimento cooperativo toscano era uscito dai difficili anni della guerra notevolmente ra fforzato, essendo stato in grado di moltiplicarsi, di dotarsi di nuove strutture e di avviare un embrionale processo di unificazione, con la nascita di Consorzi e Federazioni interprovinciali.


1921. Dopoguerra e fascismo 

Non stupisce quindi che proprio le cooperative di consumo apparissero agli occhi del nascente fascismo come uno dei punti di forza del movimento operaio e, di conseguenza, come obiettivo primario da colpire.

Nella primavera del 1921 si assisteva così ad un massiccio inizio dell’offensiva squadrista: tra marzo e aprile venivano saccheggiate e incendiate, tra le altre, le cooperative di consumo di Incisa Valdarno, Poggio a Caiano, Empoli, San Giovanni Valdarno, Vaiano, Foiano Val di Chiana, Fiesole, Montalcino.

Quando non ricorreva alle distruzioni e alla violenza materiale il fascismo trovava egualmente il modo di costringere i consigli di amministrazione alle dimissioni, esautorando i vecchi dirigenti democraticamente eletti per rimpiazzarli con uomini a lui graditi.

Strette fra violenze fisiche e morali, le cooperative di consumo toscane conobbero una mortalità altissima nei primi anni della dittatura: nel 1925 ne sopravvissero 197 (di cui 101 nella provincia di Firenze) , contro alle 609 del 1921.

Con i primi anni Trenta poi le maglie del regime registrarono un ulteriore giro di vite. Costrette ad iscriversi all’Ente nazionale della cooperazione, modificate nella loro stessa antica denominazione, abbandonate e disertate dal vecchio corpo sociale, le cooperative di consumo restarono quasi sempre alla mercé dei ras fascisti locali scontando gli effetti di una gestione meramente burocratica, non aliena da frodi, furti e malversazioni.

Emblematico il caso della “Casa del Popolo” di Sesto Fiorentino che fu portata al collasso economico e alla bancarotta: con i primi anni Quaranta il vecchio e glorioso sodalizio non solo era stato costretto ad alienare i propri fabbricati sociali, ma denunciava un deficit di 142 mila lire.


1944. L’età della Repubblica 

Della pesante eredità del ventennio fascista dovettero farsi carico i nuovi Consigli d’Amministrazione eletti all’indomani della liberazione, i quali riuscirono a superare la difficile prova grazie ad un esemplare spirito di abnegazione ed alla rinnovata, attiva solidarietà del corpo sociale.

Artigiani, operai, contadini non solo tornarono ad affollare le vecchie cooperative, ma decisero spesso e volentieri di metterne in piedi delle nuove, nell’intento di contrastare la speculazione e di favorire un’equa distribuzione degli scarsi generi alimentari: di questo vero e proprio moto dal basso, teso all’affermazione di nuove e più avanzate conquiste sociali fu espressione ed esempio significativo la Cooperativa del Popolo di Empoli, fondata il 7 aprile 1944 da Pietro Ristori e da altri uomini accomunati dall’intransigente impegno antifascista.

Ma anche in altre zone della provincia di Firenze e dell’intera regione, gli anni immediatamente successivi alla Liberazione furono c aratterizzati da un continuo proliferare di cooperative di consumo. Una rilevazione statistica del 1947 faceva ascendere il loro numero a 651, con 247.532 soci e 1.087 spacci.

Era tuttavia evidente che una simile frammentazione e polverizzazione, se rispondeva assai bene agli obiettivi politici e sociali del movimento, assai meno era in grado di rispondere alle altrettanto avvertite esigenze di efficienza e di correttezza amministrativa.

Il frequente ricorso ai crediti di banco (il famoso “libretto” nel quale si segnava la spesa da pagare a fine mese), unito alla disorganizzazione e al basso capitale sociale rappresentò in effetti un permanente attentato alla sopravvivenza delle aziende.

Fin dagli anni Cinquanta si cominciò così ad avvertire la necessità di avviare un processo di accorpamenti ed unificazioni che consentisse di recuperare un livello accettabile di efficienza e robustezza patrimoniale. Purtroppo però alle buone intenzioni non corrisposero i risultati, che furono nell’immediato assai delud enti: basti pensare che proprio nel 1955 si consumò il fallimento dell’esperienza dell’Unione cooperative fiorentine, nata nel 1948 sotto l’egida della cooperativa di Rifredi. Dal fallimento risorsero piccole cooperative a livello di quartiere.


1960. Il boom economico 

Per avviare un vero e proprio processo di ristrutturazione bisognò aspettare gli anni Sessanta, quando venne alla ribalta una nuova generazione di dirigenti decisi a confrontarsi con il mercato e a fronteggiare, con una politica di forti investimenti, l’agguerrita concorrenza dei gruppi privati.

Vincendo forti resistenze (di natura psicologica, non meno che finanziaria) poté allora prender corpo una politica di progressivi accorpamenti e di ammodernamento della rete distributiva destinata a collocare il gruppo dirigente fiorentino e toscano all’avanguardia del movimento nazionale.

Con la seconda metà degli anni Sessanta (quindi ben prima che nelle altre regioni) la politica delle fusioni approdò ai primi rilevanti risultati: nel 1966 la Cooperativa del Popolo di Empoli, a seguito delle numerose incorporazioni e dei buoni risultati ottenuti sotto la guida di Duilio Susini, si trasformava in Unicoop Empoli, mentre la Casa del Popolo di Sesto Fiorentino fungeva da analogo polo di attrazione nel proprio circondario assorbendo la cooperativa di consumo “Firenze”, nata tre anni prima dall’unione di 5 aziende cittadine.

Nel 1968 infine, a seguito di varie incorporazioni di cooperative pratesi e mugellane, la Casa del Popolo mutava la propria ragione sociale in Toscocoop. Mentre l’Unione cooperativa di Bagno a Ripoli, con la fusione di varie cooperative del Valdarno superiore, Chianti fiorentino e Madonnone (Firenze est e Fiesole) si trasformava in Coop Etruria.


1973. Ecco l’Unicoop Firenze 

Erano così poste le basi per una grande cooperativa provinciale, la cui realizzazione avrebbe richiesto due tappe intermedie, passando attraverso il confluire della Coop Etruria nella Toscocoop (1971) e la fusione di quest’ultima con l’Unicoop Empoli (1973). Ne scaturiva una nuova grande azienda, l’Unicoop Firenze, che collocava la cooperazione di consumo toscana nel novero delle più avanzate d’Italia.

Nonostante i difficili esordi (nel 1975 il bilancio si chiudeva con la perdita di 1 miliardo e mezzo) l’Unicoop Firenze non tardava infatti ad operare un profondo rinnovamento della propria rete distributiva e ad impostare un’aggressiva strategia commerciale e pubblicitaria che le consentiva di recuperare rapidamente credibilità e fiducia presso soci e consumatori.

L’opera di risanamento avviata nel 1976 e nel 1977 (quando si assisteva ad un primo boom delle vendite, anche grazie all’inserimento di articoli non alimentari in alcuni supermercati e superettes) trovava il suo coronamento nella gestione 1978 che, oltre a segnare un’impennata delle vendite e un forte aumento della produttività, registrava un utile di oltre 1 miliardo e 400 milioni di lire.


1980. L’età dello sviluppo 

Con l’inizio degli anni Ottanta l’Unicoop Firenze consolidava la sua posizione di prima cooperativa di consumo italiana e si collocava ormai al 135° posto in una speciale classifica delle maggiori aziende italiane per fatturato annuo.

Nel frattempo i cooperatori toscani avevano fornito un importante contributo alla riforma e riorganizzazione del Coop Italia, che cessava la gestione dei magazzini, occupandosi di fornire servizi alle associate in termini di contrattazione sugli acquisti e coordinamento per la politica di marketing.

Era il felice esordio di un decennio di crescita ininterrotta che attraverso il costante incremento delle vendite, l’attenzione prestata all’evolversi del sistema distributivo, il rafforzamento del legame con i soci, avrebbe portato la cooperativa a dar vita ad un originale ed ambizioso tentativo: quello di coniugare l’efficienza, l’imprenditorialità e la competitività sul mercato con la riaffermazione degli obiettivi di solidarietà e di nuove, più avanzate forme di democrazia economica.

La cooperativa apre punti di vendita in nuove città (Siena, Colle, Pistoia) e molti piccoli punti di vendita sono sostituiti con moderni supermercati, che offrono servizi innovativi (banco del pesce fresco e ortofrutta sfusa) e un notevole allargamento dell’assortimento. Insomma anche il supermercato si trasforma da fredda macchina di vendita in luogo accogliente e più vicino alle esigenze mutate del consumatore.

Nel 1988 viene aperto il primo ipermercato della Toscana, a Massa e Cozzile. Per favorire lo sviluppo della nuova tipologia di vendita, viene creata una società apposita (Società ipermercati cooperativi) che può fronteggiare meglio la concorrenza e lo sviluppo con decisioni rapide e strutture snelle. Oggi la Sic conta cinque Ipercoop e ha in programma l’apertura di altri due.

Nel 1998 si attua la fusione con l'Unicoop Cooperative Pisane Riunite. In contemporanea viene istituita la Società mini-mercati cooperativi (Smc), con sede a Pontedera, con il compito di gestire i supermercati di piccole dimensioni, cosiddetti di vicinato.

In questo modo si completa e si perfeziona la divisione in tre canali di vendita, tre modi differenti di soddisfare le esigenze del consumatore: ipermercati per le grandi spese anche di generi non alimentari, i supermercati per la spesa settimanale, i mini mercati nei quartieri e nei paesi, per una spesa quasi quotidiana.


2000. Il futuro prossimo 

Oggi all’Unicoop Firenze è riconosciuto un ruolo di leader di convenienza, e una funzione di calmiere dei prezzi nelle città dove opera. Eppure, oggi in Toscana sono presenti le migliori catene di grande distribuzione, non solo italiana ma anche grandi multinazionali che stanno consolidando la loro presenza nel nostro Paese.

Altrettanto forte è stata l’iniziativa di solidarietà Un Cuore si scioglie e libera un bimbo: insieme all’Arci e ai centri missionari della Toscana, sono stati adottati oltre duemila bambini del terzo mondo e sono stati realizzati progetti importanti in Idia, Brasile, Filippine e Africa. In questo modo il punto di vendita Coop è diventato un luogo d’incontro per il volontariato e la solidarietà.

Infine è forte e vitale il rapporto con i soci attraverso le 38 sezioni locali, che hanno consigli eletti direttamente dai soci e che a loro volta designano i membri del consiglio d’amministrazione.

(Antonio Casali)