Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

Atto notarile di nascita della cooperativa di Sesto F.no

La storia della Coop di Sesto Fiorentino inizia 125 anni fa, il 1° novembre del 1891. È una domenica, e in quel giorno di festa trentacinque persone si riuniscono presso l’abitazione del signor Egisto Fantechi. Sono i soci fondatori della Cooperativa, e il padrone di casa è il primo presidente eletto dell’organizzazione.
Le pagine ingiallite del primo Registro dei Processi Verbali delle Adunanze Generali, custodito presso l’Archivio storico di Unicoop Firenze, comunicano un senso di profondità storica che dai protagonisti di quel passaggio non può essere percepita. I trentacinque fondatori non sono consapevoli d’inaugurare una vicenda che a 125 anni di distanza è ancora in corso. Per quello che ne sanno, sono solo impegnati a trovare un modo per rendere le pratiche di consumo (e dunque il vivere quotidiano) meno ardue e più alla portata per chiunque.
Dal testo si apprende che è presente anche Camillo Lami, “notaio residente in Prato”. A lui tocca sovrintendere al regolare svolgimento delle due operazioni fissate dall’Ordine del giorno: 1) Lettura dello Statuto sociale per l’approvazione; 2) Legalizzazione del suddetto. L’estensore del verbale riferisce che: “data lettura del predetto Statuto Sociale articolo per articolo viene approvato ad un’inimità”. La trascrizione del termine che dovrebbe designare l’unanimità è davvero bizzarra, e più avanti il concetto verrà espresso con parola corretta quando si fa riferimento al voto che elegge i consiglieri della Cooperativa. Gli eletti sono undici e, fra questi, Fantechi viene nominato presidente.
Il presidente ospiterà anche la seconda e la terza adunanza generale, tenute il 21 novembre 1891 e il 12 aprile 1892, presso “una sala da lui gentilmente concessa, nel locale di sua proprietà”, riferiscono i verbali.

La ricerca della sede
E in occasione dell’assemblea di aprile si discute proprio della necessità di dare all’organizzazione una propria sede. Del resto, dai trentacinque partecipanti della prima adunanza si passa ai quarantanove della seconda e ai sessanta della terza. La sala del presidente Fantechi comincia a farsi strettina.
È proprio lui a informare l’assemblea di una possibile soluzione: il locale “del Ciampi”, presso il quale è stato fatto un sopralluogo e che costerebbe 450 lire. Prende la parola il socio Giovanni Puliti e chiede come mai non si prenda in considerazione il locale “del Banchelli”, che avrebbe il pregio di costare meno (350 lire).
Fantechi controbatte che quel locale costerà anche meno, ma dispone di due sole stanze e dunque sarebbe insufficiente per le esigenze della crescente organizzazione. Non sempre spendere meno significa risparmiare. Interviene Banchelli Eugenio (solo omonimo del proprietario del locale in vendita a 350 lire) e domanda in quali condizioni si trovi il locale di Ciampi. Fantechi risponde che “trovasi indecente”, ma aggiunge che Ciampi s’è impegnato a rimetterlo in sesto qualora dovesse affittarlo. E quest’ultimo passaggio non viene gradito da uno dei sindaci revisori, Carlo Catanzaro. Riferisce il verbale: “Catanzaro dice di non essere punto d’accordo con l’amico Presidente, perché costui ha detto una parola che non doveva dire, come appartenente alla Commissione, mentre l’assemblea deve decidere”.

Stampare moneta
Siamo soltanto nei primi mesi di vita della Coop sestese, ma già la dialettica impera. La seconda assemblea si accende attorno al tema della carta moneta sociale. Molti soci guardano questo strumento con sospetto. Con prosa e punteggiatura naif il verbale riferisce: “domanda la parola il socio Calamai Fortunato e dice. Mettendo in circolazione questa carta moneta Sociale dubita che facilmente potremo incontrare delle conseguenze spiacevoli, e di più che dovessimo trasgredire allo Statuto Sociale”. Ovviamente, quel “dubita che” va inteso come “teme che”. Ma è un altro intervento a mettere sul tavolo la preoccupazione più grande: “domanda la parola il Socio Biagiotti Cesare il quale dice che vi è questo caso, Se l’artista che prenderà la commissione della fabbricazione di questa carta moneta Sociale rimettesse la quantità domandata e ne fabbricasse un’altra parte per suo conto, dispensandola o vendendola ad altri, e che questi acquirenti la mettessero in circolazione all’entrate sociali, resta ben convinto che la Società si troverebbe in pessime condizioni non sapendo davvero chi di ringraziare, e per il suo modo d’interpretazione circa a questo sistema non glie punto di sua soddisfazione ponendoli sottoposto a falsificazione”. La parte finale del frammento è quasi incomprensibile, ma resta l'indicazione.

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