Pasquale Bellini tra i genitori davanti al forno della Cooperativa in piazza Cavour a San Casciano V.d.P. e frontespizio dello Statuto

Pasquale Bellini gestì l’azienda cooperativa a San Casciano nel difficile periodo 1918-1937.
La sua abnegazione fu tale che i suoi concittadini lo ricordano come “PASQUALE DELLA COOPERATIVA”.

I tragici effetti della prima guerra mondiale si riverberarono anche su San Casciano, la crisi economica si aggravò. In queste condizioni, nel 1916, la cooperativa fu costretta a cessare l’attività. Nell’agosto di due anni dopo si ricostituisce. Il nuovo consiglio direttivo si forma sul modello del “parlamentino” della Società operaia; ne fanno parte socialisti, cattolici e liberali. Figura di spicco della cooperativa divenne allora Pasquale Bellini, socialista, assunto in qualità di banconiere e fornaio ma che diverrà col tempo - fi no alla sua uscita in pieno regime fascista nel 1937 il vero e proprio factotum della cooperativa sancascianese.

L’avvento del fascismo non travolse, come da altre parti era successo, la cooperativa operaia di San Casciano. I fascisti locali infatti, piuttosto che distruggerla, preferirono “fascistizzarla”, con una lenta ma inesorabile penetrazione all’interno del consiglio direttivo. La conoscenza e la solidarietà paesane in qualche modo prevalsero sulle divisioni ideologiche e politiche, e lo spaccio proseguì le vendite. La cooperativa operaia di nome, fascista di fatto,- si avvaleva ancora e soprattutto dell’opera del Bellini, il giovane fornaio socialista massimalista che, alquanto spaesato, cercò, fra compromessi e contraddizioni, di far navigare la cooperativa nelle acque agitate del regime, preservandone non solo l’integrità economica ma anche le antiche idealità ispiratrici. “In questo periodo - scrive Bellini – feci le mie prime esperienze di commercio e ottenni ottimi risultati: rimodernai le attrezzature, costruii un nuovo forno, il capitale salì a lire quattordicimila e la funzione della Cooperativa si dimostrò efficace per il controllo dei prezzi e della concorrenza.” (P. BELLINI, Un uomo si confessa, San Casciano 1962). La cooperazione era però tollerata dal regime, non certo favorita. Nella cooperativa sancascianese i consiglieri del direttivo erano dei fantasmi, quelli nominati dal segretario del fascio totalmente disinteressati. In questa situazione, di fatto illegale, intervenne il commissario governativo, rag. Giannuzzi, allo scopo sostanziale di procedere alla chiusura, per fallimento, della cooperativa. Il 7 marzo 1932 “(..) mi recai in San Casciano per ricevere da quel consiglio le consegne delle attività sociali ma, non trovando la presenza di alcun componente, fui costretto procedere alla compilazione del relativo inventario.” (Relazione morale e finanziaria del commissario regio sulla Soc. An. Coop. Operaia di consumo, 1932, pag. 3.) Dalla stessa relazione emerge una totale assenza di controlli e interesse da parte dei Consigli di amministrazione lasciando la società “(..) in balia del banconiere, signor Pasquale Bellini, il quale essendo, per fortuna, un giovane volenteroso e soprattutto onesto, ha saputo reggere le sorti del sodalizio nel miglior modo possibile”.

Con l’intervento del Giannuzzi, il 10 aprile 1932, veniva eletto un nuovo consiglio, presieduto da Gaetano Ciappi, garante dell’ordine e delle concezioni del regime. Ma il Bellini, insofferente della normalizzazione fascista, presentò le dimissioni. La cooperativa non aveva i soldi per pagargli la liquidazione. Così Bellini si contentò della proprietà del forno, consentendo alla cooperativa di continuare a vivacchiare fino allo scoppio della guerra. La sorella Emilia fu assunta dalla Cooperativa Littoria che, fra le mille vicissitudini del periodo bellico, proseguì le vendite fino all’arrivo degli alleati.

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