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Anche a Barberino di Mugello, la Cooperativa nasce intorno alla fine dell’Ottocento, sulla scorta dell’esperienza della locale società di mutuo soccorso.

Secondo Mauro Latini, uno dei testimoni storici che con i suoi ricordi di bambino ha cercato di colmare la mancanza di documenti sul periodo, la nascita della Cooperativa di Barberino di Mugello dovrebbe collocarsi negli anni che vanno dal 1894 al 1897. Tuttavia, di questo periodo, anche a Barberino come in tante altre realtà, non rimangono ad oggi documenti o ricordi che permettano di approfondire ulteriormente il nostro racconto. Se è possibile solo supporre che anche qui come altrove la Cooperativa già costituita abbia fatto la sua parte per arginare la crisi alimentare generata dal primo conflitto mondiale, occorre arrivare al fascismo per acquisire notizie più certe.

La Cooperativa di Barberino fu tra quelle che riuscirono a sopravvivere al fascismo, il quale, anziché chiuderla, se ne impadronì, probabilmente cambiandone il consiglio d’amministrazione con quell’opera di fascistizzazione che in molti altri casi determinò il fallimento di fatto di molte cooperative. A Barberino, invece, lo spaccio della cooperativa continuò ad essere gestito da Paolo Modi, uno dei cooperatori storici di Barberino di Mugello, al quale però fu affiancato Umberto Biagioni, uomo di fiducia del fascio locale e quindi ipoteticamente in grado di controllare l’andamento dello spaccio dandogli la “giusta” connotazione politica.

Durante il fascismo lo spaccio si trovava nell’attuale via 25 aprile, in un palazzo che fu successivamente demolito. All’epoca la Cooperativa vendeva generi alimentari e verdure a una popolazione costituita per lo più da operai e contadini. Barberino era infatti un paese ancora per lo più agricolo, ma nel quale già iniziava a crearsi e a crescere un proletariato urbano, grazie alla presenza di un grande calzaturificio militare che occupava anche le donne. C’era poi una miniera di lignite che era gestita della società Soterna di Milano e impiegava dai cento ai duecento operai minatori.

La situazione economica non era delle migliori e lo stipendio o il frutto dei raccolti, bastava appena a provvedere alle necessità familiari. La Cooperativa consentiva, come avrebbe continuato a fare anche nel dopoguerra fino agli anni ’70, di comperare a credito tenendo un conto su un libretto e di pagare “a comodo”, vale a dire: quando gli operai riscuotevano o i contadini facevano un affare. Pagato in tutto o in parte il debito, si era di nuovo al verde e si ricominciava a segnare, dal momento che lo stipendio della fabbrica o della miniera spesso non bastava ad estinguere tutto il debito accumulato.

Un aspetto quest’ultimo che viene ricordato dai testimoni più anziani. Fra questi Tosco Ottaviani, partigiano comunista attivo nella Cooperativa di Barberino e fra i primi cooperatori, ricorda significativamente il ruolo difficile e fondamentale svolto dalla Cooperativa: «Per noi era un problema serio, ci preoccupava, perché andare da uno che si sapeva che non era nemmeno tanto in salute, che non sapeva come fare a portare un pezzetto di pane a casa ai figlioli, dovergli dire smetti di acquistare roba alla Cooperativa, era una cosa quasi impossibile da poter dire. Di conseguenza si cercava in qualche modo, almeno l’indispensabile di poterglielo dare, però si creavano dei problemi seri al bilancio della Cooperativa».

Queste parole ci fanno capire bene il ruolo fondamentale svolto dalla Cooperativa in quegli anni difficili. Ma la sopravvivenza della Cooperativa durante il fascismo fu senza dubbio favorita anche dal clima particolare che si respirava a Barberino, dove intorno alla fine dell’Ottocento era stato sindaco il capitano Piero Dini, che con un lascito nel 1893 aveva permesso la costituzione della Pubblica assistenza. Anche questa realtà fu conservata dal fascismo, che vi aggiunse il pronto soccorso, un ospedalino e un’ambulanza, trasformando la pubblica assistenza in ente morale con un decreto del 1933.

Questa mancanza di contrapposizione e questa diffusa sensibilità sociale, che perfino sotto il fascismo ha caratterizzato Barberino, meriterebbe ulteriori approfondimenti e sicuramente fa presagire la centralità della questione sociale e la naturale vocazione socialista che il paese assumerà apertamente nel dopoguerra.

Ciononostante, qui come altrove, la contrapposizione fra antifascisti e fascisti ci fu e andò ancor più accentuandosi dopo il 25 luglio e l’8 settembre del 1943, rendendo la vita ardua a molti di quegli antifascisti impegnati che, come Severino Gera, saranno i protagonisti della rinascita della Cooperativa nel dopoguerra. Lo si capisce bene da un brano di testimonianza di Tosco Ottaviani, che racconta: «la Cooperativa era gestita da persone tutte provenienti dall'area antifascista in genere. Io ero braccato dai fascisti, però dovevo tornare a Barberino per prendere contatti con il Comitato di Liberazione e procurare le vettovaglie che dovevo portare poi a Monte Morello per il mantenimento della formazione. Questi contatti con il Comitato di Liberazione li avevo con Raffaello Bettarini poiché non essendo conosciuto come attivista era più facile entrarci in contatto e scambiare informazioni. Se fossi andato da Severino Gera, di sicuro, sorvegliato com’era, ci avrebbero presi tutti e due».

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