Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

La 22a brigata d'assalto "Vittorio Sinigaglia" entra a Porta Romana a Firenze. In primo piano, al centro, i partigiani Gianni, Liliana, Fantino e Moro. Più a destra Gracco. - Foto G.C. ANPI Fi Sez. Oltrarno

La parentesi del ventennio fascista, culminata nella follia della seconda guerra mondiale, è una ferita mai sanata nella storia del movimento cooperativo. Sia per il soffocamento delle libertà democratiche, sia per lo snaturamento forzoso cui le società cooperative furono sottoposte per mortificarne i valori.

Sicché è normale registrare toni fortemente enfatici nel momento in cui la democrazia è finalmente restaurata, e il modello cooperativo riprende faticosamente il filo reciso durante la dittatura. C’è voglia di recuperare l’identità, e i primi strumenti per cogliere l’obiettivo sono il linguaggio e la forma del discorso.

Tale stato d’animo generalizzato è riscontrabile nei verbali delle assemblee dei soci tenute dalla Società cooperativa di Sesto Fiorentino nell’immediato dopoguerra. Documenti che grondano una retorica incomprensibile solo se non si colloca nel contesto.

Nemmeno la relazione del Collegio dei revisori, che dovrebbe essere un documento di taglio tecnico, si sottrae alla tentazione della retorica. Succede così in occasione dell’assemblea celebrata il 30 settembre 1945.

L’estensore del documento è consapevole del rischio di lasciarsi andare coi toni, cionondimeno non si risparmia: “Non è fare dell’apologia se segnaliamo con soddisfazione, la buona riuscita di questa prima rinascita cooperativistica nel centro del nostro paese. Ben tutti a conoscenza in quali miserabili condizioni fu rilevata in gestione la nostra istituzione, dagli attuali amministratori oggi dimissionari. (…) La nostra Cooperativa è oggi su di una buona strada, gli amministratori in carica dal quattordici ottobre Millenovecentoquarantaquattro, hanno riallacciato le caratteristiche tradizionali, di onestà e di volontà che fecero ovunque emergere i nostri vecchi indimenticabili dirigenti del periodo prefascista, verso i quali oggi, più che ieri, spetta la nostra gratitudine, il nostro omaggio”.

Le difficoltà nell’affrontare il processo di ricostruzione sono evidenti e nessuno prova a nasconderle. Ma la voglia di ripartire ha la meglio, e in condizioni del genere l’ottimismo è un dovere.

Bene riportarlo per intero, compreso l’errore di grammatica compiuto dall’estensore del documento: “l’affiancamento dei vecchi soci, e dei nuovi soci, alla Istituzione, è stato in quasi un’anno molto soddisfacente, anzi lusinghiero. Nell’avvenire ancora nuovi elementi si aggiungeranno ed in un sol blocco porteranno, nell’interesse comune il loro modesto e fattivo contributo. L’appello è diretto a tutti gli uomini di buona volontà e di ottimo discernimento mentale e politico, e facciano voti che anche quelli che si allontanarono ritornino e presto. Siamo certi, anzi certissimi, che dopo tanta bufera, e sbandamento morale e materiale, ognuno, fatto esame di coscienza, riprenda la posizione cooperativistica di un tempo con quel sentimento di altruismo che per una crisi, conscia ed inconscia, lo fecero sopraffare da un egoismo personale ed inconcludente. Noi auspichiamo che la Cooperativa di Sesto Fiorentino ritorni l’oasi di affratellamento sociale ed economico dei tempi migliori passati, ed ancor più diventi l’irradiazione di principi cooperativistici e che assimili in perfetta comunione delle forze economiche proletarie, l’organizzazione capace di soddisfare egualmente i bisogni degli organizzati”.

Dovrebbe essere una relazione tecnica, e invece diventa un crescendo di auspici: “auguriamo ai nuovi dirigenti di potenziare maggiormente questo sodalizio, renderlo più omogeneo, e rispondente agli scopi economici del cooperativismo. Auguriamo altresì, di arrivare al raggiungimento dei fini democratici che gli possano consentire di lavorare con fiducia e tranquillità, onde collaborare ad una Italia libera e democratica, nonché repubblicana. Sarebbe imparzialità non dare un cenno di valutazione a tutti i soci, che si sono prodigati, allo sviluppo dell’Istituzione, collaborando coi dirigenti, e partecipando all’azione attiva di ricostruzione. Un cenno di riconoscenza a tutti i dirigenti, che in silenzio hanno lavorato colla tenacia degna solo di loro e della loro volontà; auspicando che in avvenire siano maggiormente meritevoli di questa menzione”.

Parole alate e cariche di volontà. Talmente ispirate da finire per perdere contatto, in qualche caso, col loro stesso significato. Come si nota con l’uso del termine "imparzialità" (il corsivo è nostro) che nella frase suona completamente fuori contesto. Ma viste le circostanze, lo si può ben perdonare.

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