Pippo Russo (Agrigento, 1965) insegna sociologia presso l'Università di Firenze e è giornalista e scrittore. Collabora con La Repubblica, Panorama e il sito di critica Satisfiction. Ha scritto diversi saggi e romanzi.

È il 5 giugno del 1907 e il Consiglio della Società Cooperativa di Consumo di Sesto Fiorentino si raduna per esaminare “un fatto increscioso”. Ci si riferisce a quanto accaduto pochi giorni prima, la sera del 31 maggio. Una circostanza normale che a causa di malintesi e rancori latenti degenera fino a sfiorare la rissa da saloon.
A cinque giorni di distanza quei fatti sono ancora freschi, e i componenti del Consiglio devono fare ampi sforzi per non essere condizionati dall’emotività. Anche perché uno fra loro ne è stato coinvolto. In condizioni del genere non è facile decidere con discernimento. E se infine ciò avviene è non soltanto perché il consesso mostri senso d’equità, ma anche per via di qualche dubbio che s’insinua presso i consiglieri a proposito del loro modo di gestire l’organizzazione.
Molte di queste considerazioni sono rintracciabili dalla lettura del verbale di seduta del Consiglio, altre possono essere lette tra le righe.
Tutto parte da un episodio che accade e poi sembra concludersi lì. Il 31 maggio verso sera, alla presenza dei consiglieri Poggiali e Bittini, si presenta nel locale dello spaccio un socio, “un certo Vannucchi”. Che deciso punta il ministro dello spaccio (dicitura con cui all’epoca venivano designati i responsabili del punto di distribuzione della cooperativa) Biagiotti Pilade, e prende a coprirlo d’improperi. Vannucchi è adirato perché in mattinata la sua figliola era stata allo spaccio per prendere dei beni, ma il ministro si era rifiutato di “farle credenza”.
A queste accuse il ministro controbatte dicendo d’essere attenuto alle regole, e che dunque il Vannucchi non ha motivo di presentare lamentazioni. Lo scambio polemico va avanti per un po’, poi il socio se ne torna a casa portandosi intatta la rabbia. La vicenda sembrerebbe chiudersi lì, e invece quello raccontato è soltanto l’antefatto. Perché a quel punto intervengono i due soci con l’intento di elogiare il ministro per il suo comportamento. Purtroppo usano le parole e l’argomento sbagliati.
Il ministro sente dire infatti che il suo comportamento col Vannucchi è stato ineccepibile, e che questa avrebbe dovuto essere la condotta tenuta in altre e analoghe occasioni. Il verbale non specifica quale sia l’analoga occasione in cui il ministro ha tenuto una condotta non in linea con le regole. Di sicuro la cosa è recente, perché l’elogiato mette subito in secondo piano gli elogi e se la prende per l’indiretto rimprovero.
Scoppia il contrasto, che pur acceso si mantiene inizialmente sul livello verbale. Intervengono altri consiglieri che passano di lì e provano a sedare la situazione. Con pochi risultati apprezzabili perché, a dirla tutta, il ministro Biagiotti sbrocca. Prende a rivolgere accuse d’ogni tipo al Consiglio, arrivando a dire che l’organo di governo della cooperativa gli ha sottratto 500 lire. Il che, con tutta la buona volontà, pare un tantino inverosimile visto il tenore dei salari dell’epoca.
Sia come sia, il confronto rischia di degenerare presto dal livello verbale a quello fisico. Sia il ministro Biagiotti che il consigliere Bittini stanno per passare alle vie di fatto, e vengono fermati a stento. Perde le staffe pure l’Esattrice “che in quel momento forse accesa da troppo zelo ebbe anch’essa ad usar parole poco deferenti verso il Consiglio oltreché spregiare il regolamento disciplinare gettandolo per terra”. Ma per fortuna, a calmare gli animi “sopraggiunse il Delegato di P. S. unitamente al Brigadiere dei Carabinieri i quali chiesero ragione dello scandalo avvenuto”.
L’intervento dei rappresentanti dell’ordine pubblico scongiura il rischio che lo screzio degeneri in fatto di sangue. Restano però il clamore e la sensazione che i rapporti fra il Consiglio e le maestranze della cooperativa siano fragili. In questo senso la reazione dell’esattrice, che senza essere coinvolta nelle beghe fra Consiglio e ministro ha compiuto un atto ostile verso l’organizzazione, è indicativa.
Forse è proprio questa considerazione a guidare la decisione del Consiglio riguardo i provvedimenti da prendere verso il ministro Biagiotti. Rispetto al quale ci si interroga sull’eventualità di applicare “gli estremi della pena, considerato che non è la prima volta che il Consiglio ha dovuto occuparsi di lui per simili deplorevoli fatti”. È subito chiaro che nessuno propenda per il licenziamento del Biagiotti, “ma ciò non toglie che i presenti possino esimersi da infliggere al ministro una giustificata punizione, non tanto per merito quanto per dignità dell’intero Consiglio, che per ammonimento di tutto il personale dipendente”.
E guardando a quest’ultima formula, merita notare il fatto che questa sia la prima volta, in quei verbali, nella quale si parla di “personale dipendente” a proposito delle maestranze della cooperativa. Si manifesta un linguaggio di stampo padronale che fin lì era stato assente. La sanzione elevata verso il ministro Biagiotti finisce per essere morbida. Ai sensi dell’articolo 11 del Regolamento disciplinare, lettera 13, il Consiglio “ritiene che sarebbe il caso di licenziarlo senz’altro; ma in via eccezionale delibera di retrocederlo dallo stipendio in ragione di lire 5 per la durata di mesi sei, incominciando con la paga del futuro mese di luglio”. Inoltre il Biagiotti viene avvisato che in caso di altri episodi, anche di minore importanza, scatterà il licenziamento.
Viste le premesse, è una sentenza mite. E per il Consiglio in carica durante quell’anno 1907 è la premessa per ripensare il proprio ruolo verso la base dei soci e dei lavoranti.

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