Bibbiena (AR)
La canzone della Mea
Scritto il 19/12/2008
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| foto: Foto Video Agnoletti Gilberto / La Canzone della Mea |
In seguito visse un periodo di relativa tranquillità e fu scelta da alcuni vescovi aretini come residenza estiva nel corso del XIV secolo. Una tranquillità che però non ebbe lunga durata: nel gennaio del 1359 comparvero di nuovo, minacciose, le armate fiorentine nella loro inarrestabile marcia lungo la vallata dell'Arno.
Fu un assedio lungo quattro mesi, quanti ne occorsero ai fiorentini per penetrare nelle mura cittadine. E non si trattò nemmeno di una conquista con le armi, bensì per il tradimento di un bibbienese - tale maestro Acciajo - che, per un pugno di fiorini, aprì le porte agli assedianti.
Ma per Bibbiena quei quattro mesi costituiscono ancora il momento più esaltante della sua movimentata e plurisecolare storia. Perché in quell'occasione emerse in pieno il carattere fiero e indomito dei suoi cittadini che per tutto il tempo dell'assedio vollero costruire un'immagine di gente che non temeva il nemico, anzi se ne faceva beffe. Furono organizzati canti e balli; ogni sera si faceva baldoria nelle strade, e per mostrare agli sbigottiti assedianti quanto fossero ricchi di vettovaglie, si lanciavano dalle mura interi sacchi di grano e pezzi di carne. Fu proprio in quel drammatico periodo che un bibbienese trovò l'ispirazione giusta per comporre "La canzone della Mea", una sorta di madrigale di carattere amoroso che veniva suonata, cantata e ballata al solo scopo di far desistere i fiorentini dal continuare l'assedio. E forse ci sarebbero riusciti, se non fosse intervenuta la mano del traditore.
Riallacciandosi a quegli episodi storici, Bibbiena celebra, in maniera piuttosto sporadica (perché, sostengono i suoi abitanti, i ritmi di vita attuali obbligano talvolta a dimenticare in fretta il proprio passato) le antiche memorie di gloria locale.
Cercando, per quanto possibile, di recuperare quelle atmosfere, i bibbienesi, divisi in due gruppi - i "piazzalini", che abitano nel centro storico, e i "fondaccini" che occupano le zone periferiche - si esibiscono, attraverso i loro rappresentanti, in balli accompagnati da musiche dal sapore medievale.
Al suono di una campana, terminano le danze per lasciare il posto al "Fuoco de lo bello pomo" che consiste nel dar fuoco, nella piazza centrale, ad un ginepro, in una cerimonia la cui simbologia sembra da riallacciarsi ai riti campagnoli di addio ai giochi e alle trasgressioni carnevalesche ma anche per salutare la fine della stagione invernale.
Quando: nel mese di marzo
Dove: nelle strade e piazze del centro storico
Ingresso: libero
Sul web: Comune di Bibbiena
Foto: Foto Video Agnoletti Gilberto

