Pienza (SI)
Il cacio al fuso
Il fatto che sia piaciuto a Carlo Magno non ha niente d'eccezionale (anche gli imperatori hanno i loro gusti); è invece straordinario che un episodio tutto sommato di scarsa rilevanza si sia tramandato per oltre un millennio. "Dunque," concludono i pientini, "qualcosa di vero deve pur esserci".
Il cacio al fuso 2
Ecco i fatti: è la primavera dell'800 e Carlo Magno scende la Penisola per raggiungere Roma e farsi incoronare, da papa Leone III, imperatore del Sacro Romano Impero.
Durante la sosta a Corsignano (un piccolo borgo del senese che qualche secolo più tardi si sarebbe trasformato, per volontà di un altro papa - Pio II - in una cittadina di straordinario equilibrio architettonico: Pienza) decide di accettare l'ospitalità e qualcosa da mangiare che gli vengono offerti dall'abate di un vicino monastero. Ma la cena è parca: niente più di qualche fetta di pane da insaporire con del formaggio del luogo.
L'abate si aspetta severe reprimende dall'imperatore per non essere riuscito a mettere in tavola cibi più consoni alla nobiltà dell'ospite, e invece accoglie con sorpresa e soddisfazione i complimenti di Carlo per quel formaggio pecorino dal sapore così sapido. Anzi, ne chiede qualche forma da portare con sé per il viaggio.
A Pienza spiegano volentieri le ragioni per cui quel loro formaggio è tanto buono: perché le pecore che pascolano nei prati delle colline che circondano la cittadina si cibano di tre qualità di erbe - il mentastro, il barbabecco e l'ascenzio - che solo qui si trovano mescolate nelle giuste proporzioni.
Il cacio al fuso
Date queste premesse non meraviglia che il pecorino di Pienza sia circondato da una specie di culto e che in suo onore si organizzi, da secoli, una festa.
Come e quando sia nata, non è dato saperlo. Quella che vediamo attualmente è forse il frutto di lente elaborazioni occorse nello srotolarsi dei secoli. E piace pensare che il gioco del "cacio al fuso" sia nato nella grande aia di qualche casa colonica adagiata in una delle mille pieghe di quelle dolci colline.
Il gioco è semplice: in un interstizio fra due mattoni del pavimento si incastra un fuso di legno (un attrezzo che non manca mai nelle case dei pastori pientini) e poi, da una distanza prestabilita, si lancia la forma e si cerca di farla avvicinare quanto più possibile al fuso. L'obiettivo massimo è quello di fare in modo che la forma si "appoggi" sul fuso stesso senza cadere di pancia.
Sono passati gli anni e i secoli, il gioco ha acquisito quella nobiltà che solo il tempo può conferire e dalle modeste aie delle case coloniche è passato nella piazza più bella di Pienza, quella dedicata al suo uomo più illustre, Enea Piccolomini, ovvero Pio II.
Dove: in piazza Pio II
Ingresso: libero
Sul web: Comune di Pienza
Sul web: Pienza.info - Informazioni turistiche
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