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Attualità / Siena

Il Duomo a colori

Riscoperta con un restauro la policromia duecentesca dei marmi della facciata

Scritto da Riccardo Gatteschi il 12 dicembre 2008

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.
Il duomo a colori
A Siena si dice, con malcelato orgoglio,
che una visita accurata alla cattedrale e alle sue pertinenze vale più di un paio d'anni di studi sui libri di storia dell'arte. Potrebbe sembrare un campanilismo sfrenato, un eccessivo attaccamento alla propria terra. Ma in questo caso non è un'esagerazione. Basterebbe mettersi ad elencare quanti architetti, scultori, pittori - di prima grandezza - hanno operato, nel corso dei secoli, in quelle poche centinaia di metri quadrati per concludere, senza troppa enfasi, che in quel breve spazio è stata davvero costruita una bella fetta dell'arte del Medioevo e del Rinascimento italiano.
I nomi sono tanti, e talmente rappresentativi dell'epoca in cui hanno creato le loro opere, che potrebbero riempire le colonne riservate a questo articolo. Allora non lo facciamo; ma come esimerci dal citare almeno i Pisano, padre e figlio, i Lorenzetti, Pietro e Ambrogio, e Duccio di Boninsegna, Donatello, Jacopo della Quercia, Lorenzo Ghiberti, Michelangelo, il Pinturicchio, il Beccafumi, il Bernini?

Forse solo qualche museo o pinacoteca può vantare una simile concentrazione d'arte. Con la differenza che nel museo le opere sono state in qualche modo collocate in maniera, diciamo, "coatta", mentre a Siena la cattedrale, il battistero, quella che impropriamente viene chiamata la cripta e lo stesso Museo dell'Opera sono ambienti vivi, pulsanti, nati, cresciuti e arricchiti in maniera spontanea, nel corso del tempo, quasi di generazione in generazione.
E non si creda che ci si sia fermati con la fine dell'epoca d'oro del nostro Rinascimento: nel battistero occupa un posto importante un trittico in ottimo stile trecentesco - l'"Immacolata con Giuseppe ed Elisabetta, Paolo e Anna" - a firma di Giuseppe Catani, datata 1896. E sulla facciata del Duomo spiccano in maniera quasi arrogante i policromi mosaici, sulle tre cuspidi, eseguiti da Augusto Castellani nel 1877.

A proposito della facciata, lo scorso primo dicembre ha segnato una data storica nella lunga esistenza (oltre settecento anni) della cattedrale: proprio in quel giorno le è stato simbolicamente tolto il velo affinché potesse essere ammirata nella sua nuova veste. Che in realtà è sempre quella iniziata nel 1284 da Giovanni Pisano, poi interrotta perché i senesi del tempo, con una certa megalomania, volevano costruire una nuova cattedrale talmente grande che quella attuale sarebbe stata appena il transetto. Poi - ma questa è storia nota - non se ne fece di nulla: un'epidemia di peste, che colpì la città nel 1348, ma soprattutto evidenti problemi di stabilità convinsero i senesi ad interrompere l'ambizioso progetto. Però il vertiginoso "facciatone" è tuttora al suo posto, a imperitura testimonianza e memoria di quel sogno irrealizzabile.
Ma, tornando al restauro che ha tenuto impegnati tecnici e maestranze per quasi due anni (con una spesa di oltre un milione e mezzo di euro), la novità più eclatante è quella di aver rivelato che la maggior parte dei marmi che costituiscono la facciata, e dunque anche le opere di scultura che la impreziosiscono, era ricoperta da una leggera velatura policroma che poteva variare dall'oro al giallo, dal rosso al blu. Una varietà di soffusi colori ormai nascosta dalla patina di pulviscolo, smog e materiali inquinanti che si erano via via depositati nei cento e passa anni dall'ultima ripulitura ottocentesca.
E allora via quel grigio diffuso che costituisce la prova più evidente del degrado e della trascuratezza, ma nemmeno quel bianco niveo del marmo appena rimesso a pulito. Ecco invece tutta una varietà di tenui colori che hanno riportato la facciata alle esatte intenzioni dei suoi creatori due-trecenteschi. Un regalo che Siena ha fatto non solo a se stessa ma all'intera comunità.

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