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Varie & eventuali / Archeologia

I palazzi di Murlo

A Poggio Civitate due palazzi testimoniano la grandezza della civiltà etrusca. I risultati di 40 anni di scavi

Scritto da Riccardo Gatteschi il 1 novembre 2006

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.


I palazzi di Murlo 2
Nei secoli scorsi, e fino ai primi decenni del Novecento, gli abitanti della vallata dell'Ombrone si rimandavano, ad ogni generazione, un detto dal duplice, ancorché parzialmente misterioso significato:

Civitate gran tesoro,
Pieve a Carli gran perdono


La seconda parte dell'aforisma non aveva segreti: Pieve a Carli era famosa perché, più che un tesoro fatto di ori o pietre preziose, possedeva l'ambitissima proprietà di assolvere, tramite preghiere, rogazioni o pentimenti, i peccatori dalle loro malefatte; la prima parte invece non conteneva niente di segreto perché tutti sapevano - ma nessuno lo aveva ancora toccato con mano - che la sommità di quella modesta collina - appunto Poggio Civitate - doveva racchiudere nelle sue viscere un grande segreto, che poteva anche tradursi in un "grande tesoro".

I palazzi di Murlo 1
Ci volle il fiuto, la curiosità,
anche la fortuna di Ranuccio Bianchi Bandinelli per dare il via alle ricerche che poi hanno riportato alla luce reperti fra i più singolari della civiltà etrusca di epoca arcaica. Si tratta di due palazzi signorili, sovrapposti uno sulle fondamenta dell'altro, il primo dei quali costruito con ogni probabilità nella seconda metà del VII secolo a.C. e l'altro nel secolo successivo. Si è prima citato l'archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli perché fu proprio lui che, nel terzo decennio del secolo scorso, iniziò a interessarsi del territorio intorno a Murlo, una ventina di chilometri a sud di Siena, intuendo che quel lembo di terra doveva nascondere qualcosa di importante. Le sue ricerche non furono condotte con mezzi scientifici ma piuttosto affidandosi al significato dei nomi delle località, ascoltando i racconti dei vecchi abitanti, dando credito a detti popolari come quello citato all'inizio di queste righe. L'archeologo si domandava con insistenza: perché Piano del Tesoro, per esempio, o Poggio Civitate, si chiamano così? Una ragione arcana ci dovrà pur essere. Quando - siamo ormai negli anni successivi alla seconda guerra mondiale - lo studioso poté recuperare alcuni oggetti di ceramica e di metallo ebbe la conferma che il suo fiuto non aveva sbagliato.
Negli anni '60 iniziarono gli scavi sistematici da parte di un'università statunitense, e in breve riaffiorò un sito archeologico definito "per ora unico nel panorama della storia degli etruschi". Unico, principalmente per due ragioni: perché si tratta di una medesima area sfruttata due volte, segno non dubbio dell'importanza del luogo, e perché i due palazzi risultano essere - fatto rarissimo - edifici laici, adibiti ad usi civili e non luoghi di culto, santuari, templi dedicati a qualche divinità o legati alla memoria dei defunti.

Il primo palazzo è un edificio rettangolare le cui dimensioni, calcolate sui muri perimetrali riesumati, dovevano essere di 35 metri per 8. Dal momento che non sono state ritrovate tracce di muri interni, si è dedotto che doveva trattarsi di un unico grande ambiente che probabilmente si innalzava su due piani, il primo dei quali adibito a magazzino mentre il secondo costituiva la vera e propria abitazione della famiglia che ne era proprietaria. Al suo fianco sembra che si erigesse una sorta di laboratorio per la produzione artigianale, formato da una tettoia sorretta da 46 colonne in legno.
L'edificio andò verosimilmente distrutto da un incendio. La conferma di questa ipotesi sta nel fatto che sono stati recuperati numerosi oggetti preziosi in avorio, osso, oro, argento, bronzo; tutti manufatti di piccole dimensioni e quindi facilmente trasportabili, che gli abitanti del palazzo, nel giudizio degli esperti, non poterono portar via perché, appunto, incalzati dalle fiamme.

Dopo qualche decennio ecco che sulla medesima area è presente un nuovo edificio, assai più grande del precedente e di una concezione architettonica che non ha uguali nel panorama dell'edilizia etrusca di quel periodo. È un quadrilatero che misura circa 60 metri per lato ed è disposto intorno ad un cortile sul quale prospettano diciotto stanze di diverse dimensioni, a seconda dell'uso cui erano destinate. Una delle parti meglio conservate è quella relativa alla copertura, che si è potuta parzialmente ricostruire. Costituita di embrici, tegole e coppi, appare straordinariamente uguale a quella attuale delle case della nostra campagna. Con la differenza che il tetto di 2600 anni fa culminava con una serie di statue in terracotta - i noti acroteri - che raffiguravano figure umane e figure animali. L'esemplare meglio conservato e che in un certo senso costituisce - per la sua singolarità - l'emblema del sito archeologico di Murlo, è la figura di un uomo seduto, con una lunga barba rettangolare, con in testa un cappello ad ampie tese il cui cocuzzolo a punta è di notevole altezza.
Ciò che desta ancora stupore e perplessità è come e perché l'edificio arrivò al termine del suo compito. In altre parole, quali furono le ragioni della sua dismissione? Sul perché è ancora mistero fitto, sul come qualcosa si è riuscito ad intuire. Secondo gli ultimi rilevamenti sembra accertato che furono gli stessi proprietari a decretare e preparare la sua fine. Lo si deduce dal fatto che moltissimi reperti sono stati trovati raccolti in appositi ambienti chiusi, quasi sigillati, e poi il tutto è circondato da un terrapieno, come a voler impedire il suo ritrovamento o sue successive utilizzazioni.



ANTIQUARIUM
Pezzi da museo

È quasi impossibile visitare il luogo dove sorgeva il duplice palazzo. Non ci sono strade ma solo sentieri e il sito stesso è attualmente quasi nascosto dalla vegetazione. Nel vicino Museo di Murlo è però raccolto tutto il materiale, frutto degli scavi operati negli ultimi quaranta anni.

Aperto nel 1988, l'Antiquarium si trova all'interno del Palazzo Vescovile dell'antico borgo di Murlo, un vero e proprio castellare medioevale. In alcune sale sono conservati anche i reperti raccolti nel sito di Poggio Aguzzo, dove è stata riportata alla luce una necropoli coeva al vicino palazzo.

Antiquarium, Piazza della Cattedrale 4, Murlo (Siena), tel. 0577814099 - 0577814213 (Ufficio cultura Comune).
Orario: da novembre a febbraio dal martedì al venerdì ore 10-13, il sabato e la domenica ore 10-13 e 15-17; chiuso il lunedì, ingresso € 3,20


Per saperne di più Silvia Goggioli (a cura di): Antiquarium di Poggio Civitate, Siena 2002
La pubblicazione è a cura della Fondazione musei senesi, tel. 0577 530164, www.museisenesi.org/

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