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Merci & commerci / Vini

Rosato ritrovato

Snobbato da molti, ma in alcuni casi da rivalutare. Dal Salento all'Alto Adige

Scritto da Carlo Macchi il 1 luglio 2005

00000037-00000001 Esperto di enogastronomia

Uno dei pochi italiani in corsa per il prestigioso titolo di Master of Wine, rilasciato a Londra dall'omonima associazione. Scrive per alcune riviste italiane ed estere specializzate nel vino e nell'enogastronomia (Terre del Vino, Enotime, Merum). Ha condotto una trasmissione su Telemontecarlo sul cibo e sul vino, chiamata "Gnam". Curatore di Vini Buoni d'Italia, la prima guida italiana ai vini da vitigni autoctoni, alla seconda edizione.
Rosato ritrovato
Qual è il colmo per un vino?
Essere imbottigliato in una bottiglia di birra! Non so se la battuta farà ridere ma per il più storico dei rosati italiani questa è la nuda e cruda verità. La cosa non è successa adesso ma molti anni fa.
Correva l'anno 1945, la guerra era da poco finita e reperire bottiglie, specie nel Salento, non era molto facile. Il produttore si rivolse allora ad un colonnello dell'esercito canadese, suo amico, che riuscì a fargli avere 5000 bottiglie... ma del formato per la birra. Fu così che, non potendo fare tanto gli schizzinosi, il vino andò in commercio dentro una bottiglia un po' particolare. Ancora oggi una di quelle bottiglie è in bella mostra nella loro cantina, accanto alla (molto più adatta) bordolese a spalla alta utilizzata negli ultimi anni.

La bordolese a spalla alta è proprio una bella bottiglia, adatta per un vino importante, anche se per molti il rosato è un vino di serie B. In diversi casi non posso che darvi ragione, ma vi sono diverse eccezioni a questa regola. Visto che siamo in zona parto dai rosati del Salento, quasi sempre figli di uve Negroamaro. Sono vini di grande corpo, con profumi decisi che vanno dalla ciliegia alla fragola. Vini solari, nati per tutti i piatti di verdura che potete immaginare e per quasi tutti i pesci di questo mondo.
Dal sole delle Puglie passiamo alle fresche vallate altoatesine. Qui è il paradiso della Schiava, vitigno dalle finezze aromatiche ancora da comprendere appieno. Da lui nascono vini come il Santa Maddalena, il Lago di Caldaro, dal color rubino molto scarico ma che hanno profumi finissimi: di frutta rossa ma anche di menta, glicine, rosa e biancospino. Servito fresco è il vino più adatto per superare indenni i caldi pranzi estivi e per accompagnare anche piatti importantissimi come un bello stinco di maiale al forno.

In realtà i vini derivati dalla Schiava dovrebbero essere definiti rossi, ma io mi permetto di allargare la categoria dei rosati a tutti quei vini che (per un motivo o per l'altro) hanno colorazioni scariche e grande finezza al naso ed in bocca. In Piemonte ne abbiamo alcuni esempi, come il Grignolino, che dal nome dà già l'idea di qualcosa di piccolo ma grintoso. O come la Freisa, che nella versione "mossa" (tradotto in toscano vuol dire frizzante) è grande vino da aperitivo, da agnolotti, da secondo-formaggio-frutta-dolce-caffè. In altre parole è un grande prodotto da tutto pasto.

Torno verso casa e mi soffermo un attimo sui rosati toscani. Qui potremmo avere molto di più. Il rosato nostrano nasce quasi sempre da Sangiovese o Canaiolo, ma non certamente utilizzando le uve migliori, destinate ai rossi più blasonati. Per questo difficilmente ha netti profumi di frutta e corpo adeguato. Molto spesso sono vini fatti per essere consumati subito (ma subito subito) tanto che difficilmente sono buoni dopo l'estate.
Lasciamo quindi che la nostra Toscana rastrelli allori sui rossi e facciamo un salto in Emilia Romagna. Qui troviamo la grande famiglia dei Lambruschi ed in particolare quello di Sorbara. Colore rosato, floreale al naso, stimolante in bocca: è proprio un gran bel bere, specie se davanti abbiamo un cotechino o un carrello di bolliti. Voi dite che è troppo caldo per questi sforzi gastronomici? Guardate che oggi molti ristoranti hanno l'aria condizionata...


LE CHIANTIGIANE
Il vino si compra al super
Vini di qualità, ma con una struttura di commercializzazione troppo debole e frammentata. A lanciare il segnale d'allarme per i vini toscani è Giuseppe Piscopo, presidente de Le Chiantigiane, nel 30° anniversario della nascita della storica azienda di Tavarnelle Val di Pesa, che fin dalle sue origini collabora con Unicoop Firenze.

«L'eccessiva polverizzazione porta le aziende toscane a competere fra di loro e non le aiuta ad attrezzarsi per le sfide che vengono dall'esterno», dice Piscopo. Ormai il vino si vende prevalentemente nella grande distribuzione: il 60% sugli scaffali di iper e supermercati, il 15% nei discount.

Mentre la crisi economica in atto ha portato tensioni sui prezzi: «Il 75% delle vendite di vino della grande distribuzione avviene nella fascia di prezzo dai 3 ai 5 euro», continua Piscopo.
In più gli italiani bevono sempre meno vino, visto che dai 108 litri pro capite venduti nel '75 si è passati ai 53 di oggi. «Chiediamo alla Regione di sostenere un percorso di superamento dei nostri punti di debolezza», propone Piscopo.

La coop Chiantigiane associa circa 2000 produttori, fattura 20 milioni di euro e produce ben 20 milioni di bottiglie all'anno. E' una delle prime 20 aziende del settore in Italia e fra le prime tre in Toscana.

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