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Toscana / Artemisia Gentileschi

Genio ribelle

Una vita fuori dai canoni, segnata dalla violenza subita in giovane età

Scritto da Riccardo Gatteschi il 1 giugno 2005

00000008-00000001 giornalista e scrittore.

Ha iniziato nel 1968 come cronista a Nazione Sera.

Ha collaborato, nel corso dei decenni, a molti quotidiani, periodici, riviste.

Ha pubblicato il primo libro nel 1971: "Toscana in festa".

Sono seguiti alcuni volumi scritti a quattro mani con l'amico Piero Pieroni: "Vento del Nord, vento del Sud" (1972), "Indiani maledetti Indiani" (1973), "Ad ovest della legge" (1975), "Pirati all'arrembaggio" (1977).

Ha curato alcune voci delle enciclopedie "Toscana, paese per paese" (1980) e "Costumi e tradizioni popolari" (1995).
In anni più recenti ha pubblicato: "Con la croce o con la spada" (1990), "Baccio da Montelupo" (1995), "Donne di Toscana" (1996), Raffaello da Montelupo" (1998), "Feste per un anno" (2000), "Diavoli, santi e bonagente" (2002), "Un uomo contro" (2003).

Ha tre passioni confessabili: viaggiare, conoscere la Toscana, guidare la motocicletta.

Collabora all'Informatore dell'Unicoop dal 1995.
Genio ribelle
Furono tre gli uomini
che condizionarono la sua esistenza: il padre Orazio, pittore pisano (fiorentino di origine) di non poco talento, che trovò la sua consacrazione nella Roma di papa Paolo V e delle grandi famiglie patrizie; il suo maestro di prospettiva, tale Agostino Tassi, un livornese dal passato torbido, più volte accusato di reati contro la pubblica decenza; terzo, ma non ultimo, il grande - forse il più grande fra tutti i pittori del Seicento - Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.
Fu proprio Caravaggio (che Artemisia probabilmente ebbe modo di conoscere nella bottega di suo padre), le cui gesta, non solo pittoriche, riempivano le cronache dell'epoca, a modellarle quel carattere così irrequieto e ribelle.

Orazio fu certo fondamentale per la sua formazione artistica perché - fatto eccezionale nel mondo artistico tutto al maschile degli inizi del XVII secolo - le permise di frequentare la sua bottega e familiarizzarsi con i colori e i pennelli. E Artemisia fu così brava ad imparare i segreti della pittura che suo padre poté scrivere, quando lei aveva appena quindici anni, «che oggi [la sua arte] non ha pari».
Un giudizio confermato, qualche secolo più tardi, da Roberto Longhi, che nel 1916 sostenne che Artemisia era stata «l'unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità».

La bottega di Orazio, situata in pieno centro a Roma, ormai priva nella seconda decade del secolo delle stimolanti visite di Caravaggio, in fuga per l'Italia ad incontrare una morte prematura e violenta, era tuttavia frequentata da un buon numero di modelli, artisti, mercanti e anche perditempo. Artemisia, in quell'ambiente così vivace ed eterogeneo, si trovava a suo agio; ma il fatto di essere l'unica ragazza e, si dice, assai carina, creò presto invidie, gelosie e rivalità. L'inconsapevole responsabile del delitto di stupro di cui Artemisia fu vittima all'età di diciassette anni fu proprio suo padre, che aveva invitato un frequentatore della bottega, Agostino Tassi, ad insegnarle i fondamenti della prospettiva. Artemisia fu violentata e poi costretta a tacere con vaghe promesse di matrimonio. Ma il suo silenzio durò solo qualche mese; poi decise di ribellarsi ai soprusi di quell'uomo, raccontò tutto a suo padre e acconsentì a portare il Tassi davanti a un tribunale. Le udienze, di cui si sono conservati alcuni verbali, dimostrano quanto fosse difficile per una donna riuscire a far valere le proprie ragioni. Fu costretta a ripetere fino nei minimi dettagli gli eventi che l'avevano vista protagonista e infine fu obbligata a sottomettersi a una particolare macchina della verità, detta dei "sibilli". Le vennero avvolti i pollici con delle cordicelle che venivano progressivamente tirate tanto da produrre atroci dolori. Fu solo quando si resero conto che la ragazza, pur sottoposta a quella vera e propria tortura, non spostava di un millimetro la sua versione dei fatti, che i giudici si decisero a condannare il Tassi per "sverginamento".

Quella terribile esperienza condizionò il resto dell'esistenza di Artemisia, non solo come donna, ma anche come artista. Appena un mese dopo la fine del processo decise di sposare un amico di famiglia, Pietro Stiattesi, e con lui si trasferì a Firenze. Ma il matrimonio durò pochissimo, nonostante la nascita di due figlie, e Artemisia incominciò a condurre quella sua esistenza che qualcuno ha descritto appropriatamente "caravaggesca". E il suo spirito irrequieto, ribelle, sempre fuori dai binari della normalità, emerge a tutto tondo nei suoi lavori giovanili.
La vendetta spirituale nei confronti dell'uomo che l'aveva fatta soffrire nel delicato momento della sua prima maturità traspare in maniera evidente nel quadro "Giuditta che decapita Oloferne", nel quale sembra di intuire il suo compiacimento quando dipinge l'eroina di Betulia mentre affonda il pugnale nel collo del generale assiro.
Il dipinto "Susanna e i vecchioni", che Artemisia dipinse intorno al 1616 (ma la datazione è controversa), può essere considerato come la sintesi del momento forse più importante della sua vita: la ragazza, nuda, sembra voler scacciare da sé i due uomini (che, nonostante il titolo, non appaiono poi così vecchi) che la sovrastano e la osservano in maniera opprimente e lasciva.

LA VITA
Prima all'Accademia

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593, prima e unica femmina di sette fratelli. La madre, Prudenza Montone, muore quando Artemisia ha dodici anni.
Il suo primo lavoro datato è la "Giuditta che decapita Oloferne", del 1612, cui seguono, durante il soggiorno a Firenze, un'altra versione dello stesso soggetto, "Giuditta e la fantesca", e "Santa Caterina".

Nel 1616 viene iscritta all'Accademia del disegno, prima donna nella sua storia. Allo stesso anno è forse da attribuire la sua opera più significativa, "Susanna e i vecchioni".
Nel 1620 torna a Roma, poi segue il padre a Genova e, nel 1622, è a Venezia.
Nel 1630 si trasferisce a Napoli dove compie, fra l'altro, l'"Autoritratto come allegoria della pittura" e l'"Annunciazione". Esegue alcuni dipinti per la cattedrale di Pozzuoli e nel 1637 raggiunge suo padre a Londra, dove collabora con lui agli affreschi della Queen's House.

Alla morte di Orazio, nel 1639, torna a Napoli e lavora a numerose tele; ma la sua vena creativa va ad affievolirsi, anche a causa della cattiva salute e di sempre più pressanti ristrettezze economiche.
Muore a Napoli nel 1652.


Per saperne di più:
Alexandra Lapierre, Artemisia, Mondadori 1999
Tiziana Agnati, Artemisia Gentileschi, Giunti 2001

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