Merci & commerci / Viticoltura
La vite sull'albero
Un antico metodo di coltivazione, oggi in disuso. Ma in Chianti lo si può ancora trovare
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| La vite sull'albero |
Però da qualche parte ancora resistono piccole vigne coltivate in modo diverso e potrebbe capitare di vederne, girando in campagna. Stiamo parlando della "vigna maritata" o "vigneto a chioppi" che si distingueva dall'odierno "vigneto specializzato" perché le viti erano sostenute non da pali di ferro o castagno, ma da tutori vivi, cioè alberi, generalmente aceri (detti, appunto, chioppi) o frassini, sui rami dei quali i tralci della vite si arrampicavano. Queste specie, in particolare, si "sposano" perfettamente con la vite perché non hanno un gran vigore vegetativo e sopportano bene le potature.
Dalla seconda metà dell'Ottocento questo era l'unico metodo di coltivazione utilizzato. Per impiantare il vigneto si dovevano scavare a mano le fosse, vere e proprie trincee profonde un metro e larghe altrettanto. La vegetazione si sviluppava contemporaneamente, sia sulla vite che sui rami dell'albero, e i grappoli si disponevano ad ombrello su tutta la chioma, maturando ad un'altezza di 2-3 metri da terra. Tra un albero e l'altro si disponevano delle canne, in modo tale che i tralci si allungavano, formando i filari. Quest'uva, crescendo ad una tale altezza, prendeva molto sole, si asciugava rapidamente dalle guazze notturne o dalla pioggia ed era perfettamente arieggiata: condizioni ideali per ricavare un prodotto di qualità.
Recenti studi, inoltre, hanno dimostrato che l'acero è un potente depuratore d'aria naturale, essendo in grado di purificare cinquanta volte il volume del suo fogliame: chissà se i nostri nonni, quando lo scelsero per lo scopo, avevano intuito questa importante caratteristica.
È interessante, pure, notare come allora si utilizzasse la vigna non solo per produrre uva ma anche per coltivare erba medica, mais o grano (la cosiddetta coltivazione promiscua). Addirittura tra i larghi filari, vicini alla casa colonica, si teneva l'orto. Certo, quando c'era da potare e vendemmiare eran dolori! Tutto il lavoro andava eseguito con le scale e richiedeva quantità di tempo molto superiori a quelle odierne; ogni anno, poi, era necessario potare sia la vite sia l'albero in maniera tale da mantenere un rapporto armonico tra il fogliame delle due piante. Ai giorni d'oggi solo i più anziani tra i nostri contadini sarebbero in grado di compiere una potatura di questo tipo.
Si ricavavano da ogni ettaro circa 20-25 quintali di uve, e se consideriamo che ai giorni nostri la resa, a parità di superficie, è circa tre volte tanto, si comprendono facilmente i motivi per i quali quest'antica tecnica sia stata oramai abbandonata.
A BARBERINO VAL D'ELSA
Mille aceri per tremila viti
In un angolo del Chianti, a Barberino Val d'Elsa, un'azienda agrituristica ancora mantiene attivo un bel vigneto con i metodi di una volta.
Quelli de "La Spinosa", produttori di vino e ortaggi con metodi biologici, hanno "ereditato" un terreno di due ettari, su cui nei primi anni del 1940 fu impiantato un vigneto con circa 1000 aceri e 3000 viti. Occorsero, allora, ben tre anni di lavoro per realizzarlo.
Molti dei vitigni presenti su quel terreno sono uve originarie toscane, oramai pressoché scomparse, dai nomi singolari: "palle di gatto", "prugnolino", "foglia tonda" o "marugà".
Quando gli attuali proprietari acquistarono il podere non se la sentirono di spiantare le vecchie viti, e decisero di mantenere vivo quel patrimonio genetico di cui si sentivano, in qualche modo, responsabili.
Grazie a Gesuino, un anziano contadino della zona, Danilo Presezzi, il tecnico dell'azienda, ha imparato come potare e seguire tutte le fasi della crescita dell'uva, e oggi è in grado lui stesso di insegnare ad altri come si eseguono le varie operazioni.
Mille aceri per tremila viti
In un angolo del Chianti, a Barberino Val d'Elsa, un'azienda agrituristica ancora mantiene attivo un bel vigneto con i metodi di una volta.
Quelli de "La Spinosa", produttori di vino e ortaggi con metodi biologici, hanno "ereditato" un terreno di due ettari, su cui nei primi anni del 1940 fu impiantato un vigneto con circa 1000 aceri e 3000 viti. Occorsero, allora, ben tre anni di lavoro per realizzarlo.
Molti dei vitigni presenti su quel terreno sono uve originarie toscane, oramai pressoché scomparse, dai nomi singolari: "palle di gatto", "prugnolino", "foglia tonda" o "marugà".
Quando gli attuali proprietari acquistarono il podere non se la sentirono di spiantare le vecchie viti, e decisero di mantenere vivo quel patrimonio genetico di cui si sentivano, in qualche modo, responsabili.
Grazie a Gesuino, un anziano contadino della zona, Danilo Presezzi, il tecnico dell'azienda, ha imparato come potare e seguire tutte le fasi della crescita dell'uva, e oggi è in grado lui stesso di insegnare ad altri come si eseguono le varie operazioni.
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