Mondo Coop / Religioni
Diversi ma insieme
Hanno mangiato insieme sotto i loggiati di piazza Santissima Annunziata, in una domenica gelida ma piena di sole. Poi hanno camminato – ma più che camminato hanno ballato, corso, saltellato, fatto il trenino – fino a piazza Signoria, scambiandosi cartoline con su scritto i loro nomi, cognomi, indirizzi.
Bambini e ragazzi provenienti da tutta la Toscana, dai 6 ai 14 anni, con i loro accompagnatori, accomunati tutti - si passi il gioco di parole - da una diversità: appartenere a religioni differenti.
Cattolici, evangelici, musulmani, ebrei, ortodossi e valdesi si sono dati appuntamento il 30 gennaio a Firenze per “L'unità della famiglia umana”, l'iniziativa proposta e fortemente voluta da Enzo Cacioli, dell'Azione cattolica, ma subito recepita e fatta propria con entusiasmo da tutte le altre chiese e comunità religiose.
I ragazzi delle varie confessioni – 1200 ma forse qualche centinaio in più – sono poi saliti da piazza Signoria fino al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, stipato all'inverosimile.
Tutti avevano qualcosa da proporre, da mostrare: chi ha ballato, chi ha cantato, chi ha recitato. Per farsi vedere e scoprire nell'altro gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi significati.
Sul palco, a presentare, non potevano che essere tre ragazzi. Giovani, belli, bravi, incredibilmente a loro agio davanti a quella platea sconfinata, la cristiana Diana, il musulmano Omar e l'ebreo Tommaso hanno presentato, dialogato, scherzato tra loro.
La migliore dimostrazione che la conoscenza reciproca abbatte i muri dell'intolleranza, della diffidenza, dell'odio. Perché più ci si conosce, più si scopre che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci separano. «Abbiamo capito che tante cose che pensavamo erano frutto di inutili pregiudizi», dice il quattordicenne Tommaso. «E siamo contenti di aver potuto trasmettere a tutti quei bambini e ragazzi ciò che abbiamo capito noi», gli fa eco Omar, che ha 20 anni. «Al di là del bel momento è un percorso che non deve finire qui», sintetizza Diana, 27 anni.
Un piccolo seme è stato piantato nel cuore delle persone che hanno partecipato a questo incontro. C'è già chi parla di altre iniziative, per rafforzare l'amicizia nata tra questi ragazzi: inviti reciproci nelle diverse comunità, gite insieme, momenti di dialogo.
Perché per dare i suoi frutti quel seme ha bisogno ora di essere curato, coccolato, nutrito e difeso.
Bambini e ragazzi provenienti da tutta la Toscana, dai 6 ai 14 anni, con i loro accompagnatori, accomunati tutti - si passi il gioco di parole - da una diversità: appartenere a religioni differenti.
Cattolici, evangelici, musulmani, ebrei, ortodossi e valdesi si sono dati appuntamento il 30 gennaio a Firenze per “L'unità della famiglia umana”, l'iniziativa proposta e fortemente voluta da Enzo Cacioli, dell'Azione cattolica, ma subito recepita e fatta propria con entusiasmo da tutte le altre chiese e comunità religiose.
I ragazzi delle varie confessioni – 1200 ma forse qualche centinaio in più – sono poi saliti da piazza Signoria fino al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, stipato all'inverosimile.
Tutti avevano qualcosa da proporre, da mostrare: chi ha ballato, chi ha cantato, chi ha recitato. Per farsi vedere e scoprire nell'altro gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi significati.
Sul palco, a presentare, non potevano che essere tre ragazzi. Giovani, belli, bravi, incredibilmente a loro agio davanti a quella platea sconfinata, la cristiana Diana, il musulmano Omar e l'ebreo Tommaso hanno presentato, dialogato, scherzato tra loro.
La migliore dimostrazione che la conoscenza reciproca abbatte i muri dell'intolleranza, della diffidenza, dell'odio. Perché più ci si conosce, più si scopre che sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci separano. «Abbiamo capito che tante cose che pensavamo erano frutto di inutili pregiudizi», dice il quattordicenne Tommaso. «E siamo contenti di aver potuto trasmettere a tutti quei bambini e ragazzi ciò che abbiamo capito noi», gli fa eco Omar, che ha 20 anni. «Al di là del bel momento è un percorso che non deve finire qui», sintetizza Diana, 27 anni.
Un piccolo seme è stato piantato nel cuore delle persone che hanno partecipato a questo incontro. C'è già chi parla di altre iniziative, per rafforzare l'amicizia nata tra questi ragazzi: inviti reciproci nelle diverse comunità, gite insieme, momenti di dialogo.
Perché per dare i suoi frutti quel seme ha bisogno ora di essere curato, coccolato, nutrito e difeso.
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