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9 agosto 1997
L´ULTIMA CORSA DI "SIENA 22"
Le vie del giallo. Scenario: da Porta Camollìa a Siena a Castellina in Chianti
Di Mario Spezi-
Scrittore, giornalista, collaboratore del New Yorker, di Panorama, di Gente, è stato per oltre vent'anni cronista giudiziario
de La Nazione di Firenze occupandosi dei
principali casi di "nera" del nostro Paese, dall'omicidio Moro alla "saga" dei sequestri di
persona in Toscana, dalle stragi impunite al
Mostro di Firenze. Su quest'ultimo "giallo"
ha scritto il libro inchiesta 'Il Mostro di Firenze'
(Sonzogno, 1983).
Spezi ha pubblicato anche i romanzi 'Il violinista verde' (Marco Tropea, 1996), 'Il passo dell'orco' (Hobby & Work, 2003), 'Le sette di Satana' (Sonzogno, 2004) e numerosi racconti.
In questa maledetta storia - incubo notturno frammentato in pezzi che nessuno è riuscito mai a rimettere a posto - il numero 2 diventa l'ossessione di una cabala nera: "Siena 22" era l'auto della vittima, la giovane e bella tassista Alessandra Vanni, strangolata al posto di guida dietro al cimitero di Castellina la notte del 9 agosto 1997; "222" è il numero della strada statale - la Chiantigiana - che fu buio teatro degli ultimi atti del dramma.
L'ultima corsa di Siena 22
Un delitto crudele, freddo, senza colpevole e senza spiegazione, neanche quella irrazionale di un serial killer o di un folle. Solo orrore in mezzo all'arte più sublime, Siena, e alla campagna più emozionante, il Chianti, che è ancora arte, tanto che a Castelnuovo Berardenga c'è un museo forse unico al mondo: il Museo del paesaggio.
«Alessandra era pulita, una ragazza con la testa sulle spalle, l'unica sua passione era viaggiare», racconta Cecilia Marotti, che conosceva la tassista da quando erano bambine e che il caso - preciso come il destino più spietato - fece ritrovare la mattina del 10 agosto 1997 vicino al cimitero di Castellina in due ruoli crudeli: la prima, cadavere al posto di guida del suo taxi "Siena 22", il segno nero di una corda attorno al collo, le mani legate dietro allo schienale del sedile, così che era rimasta diritta, solo la testa reclinata sulla spalla sinistra, quasi dormisse; la seconda, cronista de La Nazione, inviata dalla redazione senese in Banchi di Sopra, luogo deputato allo "struscio", sul luogo del delitto appena scoperto e di cui non si sapeva ancora niente, neanche il nome della vittima, così che dovette scoprirlo vedendo il viso dell'amica uccisa e poi, di corsa, a raccontare sul giornale come era stata assassinata.
Solo il "come". Nonostante l'impegno che ha spinto lei stessa a indagare, tanto da scoprire circostanze anche importanti, Cecilia Marotti non ha mai potuto scrivere il "perché" e, soprattutto, "chi". E sette anni dopo, mentre una sera di inizio autunno ripercorriamo insieme, proprio in un taxi, l'ultima corsa della sua amica, sembra ancora sentire la bruciatura di quelle risposte mancanti, come fossero un debito non saldato.
Quei nodi mai sciolti
La stazione dei taxi è sempre lì, dalla parte opposta del grande palazzo delle Poste bianco e rosso, in assurdo stile rinascimental-umbertino, in una piazza Matteotti illuminata dalla luce gialla dell'unico e altissimo lampione che spunta dall'aiuola nel mezzo, e così estranea a Siena che, se non fosse per qualche pino sullo sfondo, forse starebbe meglio dalle parti di Varese.
Anche Alessandra Vanni, quella notte, non avrebbe dovuto essere lì. Non era, infatti, ancora tassista a pieno titolo, ma poteva fare solo sostituzioni e, per l'appunto, quella notte suo zio, il tassista vero, non poteva prestare servizio. Quel giorno, poi, il cellulare di Alessandra si era rotto, così che quella notte non avrebbe potuto comunicare con nessuno, e nessuno avrebbe potuto parlare con lei, a parte la centrale dei taxi. Circostanze drammatiche, proprio come le scene di un film horror studiate per preparare la suspence necessaria per i brividi delle ultime sequenze. Ma circostanze che spingono ad escludere qualsiasi premeditazione da parte dell'assassino. Alessandra non era nel mirino di nessuno.
Perché, allora, fu uccisa? Che cosa, e forse chi, vide quella notte, che non avrebbe dovuto vedere? Che cosa, quella notte, valeva la vita di una ragazza di ventotto anni, qualsiasi vita?
Io e la collega ripercorriamo gli ultimi spostamenti di Alessandra quella notte, una lunga sequenza che comincia appunto in piazza Matteotti alle 23,07 e finisce presumibilmente, stando al medico legale, tra la mezzanotte e le tre del mattino dietro al cimitero di Castellina in Chianti. Una sequenza troppo lunga per quel viaggio di 22 km (ancora quel numero...). E troppo lunga anche per la cifra indicata dal tassametro, 51.200 lire. I conti di quella notte, insomma, non tornano mai, né all'inizio né alla fine.
Alle 23,07 - mi racconta Cecilia Marotti - i colleghi di Alessandra la vedono lasciare la piazza. La ragazza ha deciso di andare alla stazione e lì, effettivamente, raccoglie due clienti, una coppia di stranieri che, purtroppo, non sarà mai possibile individuare. Dopo questa corsa "Siena 22" è in centro, dove fa salire due giovani parà (ancora 2...) che devono rientrare in caserma, alla Bandini, nella zona dell'Anteporto di Camollìa, oltre l'omonima porta costruita intorno al 1270 e che era l'ingresso alla città per chi proveniva dalla Cassia e dalla Francigena. Una seconda porta, in uscita, fu aggiunta nel XVII secolo, unita all'altra da una grande volta a crociera.
Lasciati i due soldatini lì, per la sua amica e cronista Cecilia Marotti è proprio in quei 350 metri dell'Anteporto che Alessandra incontra e fa salire in auto il suo assassino. O i suoi assassini? Uno o due?
Più tardi, infatti, a Quercegrossa, il grande e nuovo insediamento a una dozzina di chilometri a nord di Siena, sulla statale "222", qualcuno riferisce di avere visto il taxi "Siena 22". Il testimone non è sicuro, ma a bordo avrebbero potuto esserci due clienti. L'auto di Alessandra passa per lo stesso punto del sobborgo per ben tre volte nel giro di pochi minuti, come se fosse alla ricerca di un indirizzo.
Ancora una manciata di minuti, dopo la grande fattoria di Fonterutoli, l'antichissima Fons Rutilus (Fonte limpida), già nel 1177 nominata da Papa Alessandro III come un castello sul confine tra Siena e Firenze, ora splendida fattoria dove si produce un Chianti celebrato anche dalla rivista specializzata Wine Spectator, "Siena 22" è ancora un po' più a nord, a Castellina, sulla strada principale. Questa volta il nuovo testimone è certo: a bordo, oltre all'autista, ci sono altre due persone. E due sono i passaggi che l'auto fa in quel tratto di strada, di nuovo come se non sapesse dove andare. Poi è solo buio.
All'alba un uomo, che deve andare a gettare un vecchio materasso in una discarica dietro al cimitero di Castellina, vede il taxi fermo in quel posto insolito. L'autista, una ragazza bruna, sembra dormire seduta al sedile di guida, i lunghi capelli sul viso. L'uomo si avvicina e non tarda a scoprire la verità. Sul collo della ragazza un profondo solco blu indica il modo dell'uccisione, strangolamento. Con una corda da pacchi. La stessa che poi l'assassino ha usato per compiere un gesto inspiegabile e che, anzi, gli ha fatto lasciare l'unica traccia: con quella cordicella per pacchi ha legato le mani di Alessandra dietro allo schienale con una serie di nodi insoliti fatti con esperienza. Nessuna altra violenza, nessun furto, nessuno spregio.
Per Alessandra, ma anche per la sua amica Cecilia, il buio di quella notte non si è mai dissolto.
Antica e contesa
Castellina è un sogno di pietre e mattoni rossi che viene dall'alba della storia: le sue tracce più antiche si spingono fino al VII secolo a.C. In posizione strategica rispetto alle acerrime nemiche Siena e Firenze, il borgo ha visto infinite battaglie, assedi, scaramucce. Sempre contesa aspramente, fu fortificata persino da Giuliano da Sangallo, il celebre architetto inviatovi appositamente da Lorenzo il Magnifico.
Da visitare: la Rocca Comunale (XV sec.), la suggestiva via delle Volte, un percorso coperto lungo le mura, la cinquecentesca chiesa del SS. Salvatore, dove è una stupenda Madonna in Trono attribuita a Bicci di Lorenzo.
Ma una visita particolare, proprio tra Castellina e il suo cimitero, merita l'imponente monumento funerario etrusco di Monte Calvario. Un tumulo di 53 metri di diametro, formato da quattro tombe ipogee, con camera principale e camere laterali, disposte a croce e orientate esattamente ai punti cardinali.
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