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Toscana / Il secondo decennio

Una spruzzata di liberty

Decennio per decennio un secolo di vita quotidiana: 1910-20

Scritto da Pier Francesco Listri il 1 febbraio 2005

00000031-00000001 Giornalista e scrittore
Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso".

Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar".

Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.
Una spruzzata di liberty
Firenze discute oggi questioni
che han radice perfino nel lontano decennio novecentesco che qui interessa: gli anni 1910-1920. Grandi Uffizi; "Firenze nova"; traffico e turismo in crisi. Qualcosa di affine, novant'anni fa occupava l'opinione pubblica.

Certo, accadde anche dell'altro, in quel decennio, di spicciolo o decisivo nelle cronache cittadine: magari le Serate Futuriste al Verdi, a suon di pomodori sul palco da parte degli inferociti benpensanti, o le prime affollate esibizioni aeree al Campo di Marte che inaugurarono il 1910. Oppure l'asta, l'anno seguente, della favolosa Capponcina, villa dannunziana di Settignano che il poeta, inseguito dai debiti, aveva dovuto abbandonare per la più sicura Francia. La nascita in città degli Amici della Musica (1919), fondati da Carlo Placci, Angelo Orvieto, Ildebrando Pizzetti e Alberto Passigli. L'inaugurazione del "museo privato" di Palazzo Davanzati da parte del ricco antiquario Elia Volpi, prima raccolta dell'attuale Museo della Casa Fiorentina.
Su tutto, s'intende, s'abbatté la terribile mannaia della prima guerra mondiale che prima divise le folle (neutralisti e interventisti) con zuffe e violenze in città e in Toscana, poi angustiò negli anni del conflitto, con privazioni e miserie, plebe, artigiani e minuta borghesia, e vide per la prima volta le donne in fabbrica e alla guida dei mezzi pubblici.

Ma, s'è detto, anche problemi di allora e di oggi. Il traffico: nulla di simile ovviamente a quello odierno, ma è proprio nel 1919 che le 150 guardie di città assunsero il nome di "vigili urbani", abbandonarono la sciabola per il bastone guida-traffico, disponendo anche di una squadra di "vigili ciclisti" (solo nel '23 i vigili diventeranno 200 e dieci anni dopo 300), mentre i pedoni denunciavano i rischi delle troppe biciclette.

Dal Louvre agli Uffizi
E' vero, la Gioconda di Leonardo non stava, ai primi del 900, agli Uffizi, ma al Louvre. Dove però era mal custodita, se ne avvenne il misterioso furto il 21 agosto del 1911. Stupore e sdegno: era il tiro di una esperta banda di falsari?
Fu proprio un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, che riuscì a mettersi in contatto, passati un paio d'anni, col misterioso trafugatore che, firmandosi "Leonard", annunciava che il quadro sarebbe stato restituito "alla sua vera patria", cioè a Firenze. Un incontro fu concordato per il 13 dicembre del 1913 presso l'albergo che sta fra via Cerretani e via Panzani (fino a ieri appunto intitolato "Gioconda" mentre oggi ha un nuovo nome).
Si presentò quel giorno un povero imbianchino comasco male in arnese, di nome Vincenzo Peruggia, antico addetto alle pulizie del Louvre. Al Geri riconsegnò, accuratamente arrotolata, la preziosissima "Gioconda", di cui era stato solitario trafugatore. Ebbe il Peruggia pochi mesi di carcere, quanto al quadro fu brevemente esposto al pubblico fiorentino, che coltivò la speranza di conservarlo davvero finalmente agli Uffizi, ma l'ambasciata di Francia ne pretese la pronta restituzione. Di Grandi Uffizi, ancora, non si parlava.

Turismo all'inglese
Lentamente i visitatori stranieri di Firenze crescevano: anche se nel 1920 il numero globale dei turisti in Italia era di appena trecentomila. Ma la mazzata della prima guerra mondiale ridusse anche a Firenze l'afflusso degli stranieri. Cresceranno lentamente, giungendo a 79.000 nel '28 per toccare i 160.000 nel '33.
Firenze, città d'arte, era ancora preceduta da Roma e Venezia, anzi era al sesto posto in Italia, ma poteva offrire con le vicine Viareggio e Montecatini due alternative invoglianti.
Siamo appena agli albori del turismo di massa, che fiorirà nel decennio '30-'40, ma ci si organizza: fra poco nascerà il Movimento Forestieri e, nel '32, l'Azienda Autonoma del Turismo. E soprattutto è ora, grazie ai tanti stranieri illustri, spesso intere famiglie, che si consolida il mito di Firenze, città della bellezza e dell'intelligenza, approdo ineludibile per personaggi come Hesse e Rilke (pensione Benois, sui Lungarni), il poeta Stefan George (le sue soste a Boboli) che giungono col secolo nuovo, per non dire, fra poco, di Lawrence, Huxley, E. M. Foster.
Così ne riassume il fascino Henry James: «E' qui che si genera una limpida atmosfera intellettuale nella quale ci si può appartare dal mondo moderno». E' la radice di una scelta che oggi vive Firenze: quella di città vetrina del proprio passato.
Al tempo, tengono duro gli inglesi stanziali: le ville sulle colline (La Pietra, Schifanoia, Curonia, Palmieri) li ospitano e risuonano di feste e banchetti, cui gli indigeni di rado sono ammessi.
I negozi hanno nomi esotici: Manetti e Roberts, Old England, Rivoire, Pineider, mentre dal 1917 esce addirittura a Firenze un giornale che s'intitola "Florence Herald".

Un tocco di Liberty
Quanto infine al volto della città (sottosopra in questo 2005 per i tanti cantieri), anche il decennio '10-'20 rinnova Firenze ma senza clamore.
Trionfa l'elegante spruzzata di liberty di cui serba oggi testimonianze: già erano nati Casa Uzielli in piazza D'Azeglio, i villini Lampredi di via Giano della Bella e i villini Ravazzini e Broggi Caraceni in via Scipione Ammirato, opere perlopiù del Michelazzi, cui Galileo Chini offriva i suoi splendidi rivestimenti ceramici. Sorge l'alta Casa-Galleria di Borgo Ognissanti 26.
Nel 1911 cominciano i lavori dell'ingombrante faraonico edificio che sarà la Biblioteca Nazionale dell'eclettico Bazzani, concluso nel lontano '35 (milioni di libri così prossimi all'Arno capriccioso? Che pessima idea).
Dopo lo scossone passato dei viali del Poggi a sostituire le mura abbattute, la città si allarga: prendono vita i quartieri di Savonarola e di Piagentina, e parte quella teoria tutta fiorentina di strade fitte di bassi e decorosi "villini", della borghesia palazzeschiana che dignitosamente si accasa nella migliore periferia.
Le Cascine, unico momento orizzontale di una città tutta torri e campanili, diventano ora luogo di concerti, scenario di concorsi ippici e perfino di arrivi delle Mille Miglia.

Male si chiude, però, il decennio. Inquietudine dei reduci, carovita, difficile riconversione delle industrie belliche, fuga provvisoria dei "forestieri", suscitano in Toscana proteste popolari: fa le sue prime violente prove lo squadrismo fascista, mentre Papini urla: «se domani cambiassero i gusti e le simpatie di questi idioti di francesi, inglesi, americani che vengon qui a fare i fessi dinanzi a Michelangelo e a Botticelli, la nostra città sarebbe rovinata».

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