I servizi / Sull'Adige: regione speciale
La patria di Ötzi
Uniti e distinti
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| La patria di Otzi |
Scrosci di gerani ad accendere di rosso legno e pietra dei masi, le case rurali dove nell'Ottocento nasceva l'agriturismo per accogliere i primi alpinisti inglesi: antesignani di quegli otto milioni di turisti che ogni anno trascorrono le vacanze in Trentino-Alto Adige.
Terra divisa
Nel 1918, quando il confine tra Austria e Italia fu spostato al Brennero, venne disintegrata quell'unità territoriale che a partire dal Mille aveva caratterizzato il Tirolo: regione austriaca dal XIV secolo, connotata dalla secolare convivenza di due etnie di diversa matrice linguistico-culturale.
Con la caduta dell'Impero Romano si erano insediati nella Raetia e nella X Regio Italica i Bavari, popolazione di lingua germanica proveniente dalla Baviera che si affiancò ai locali, presenti sul territorio ben prima dei Romani.
Il ritrovamento nel 1991 del pastore-cacciatore Ötzi - che ha dormito per 5000 anni vestito e calzato tra i ghiacci del Similaun con i suoi attrezzi di lavoro e che ora riposa non certo indisturbato nel museo archeologico di Bolzano (orario: 10-18) - è lì a testimoniare che l'Homo tyrolensis non era certo un selvaggio.
Se la frattura della regione seguita alla Grande Guerra fu evento traumatico (parte del Tirolo rimase austriaco), ancor più lo fu la pesante opera di italianizzazione del fascismo.
Il tedesco venne bandito: cambiò la toponomastica delle strade, il nome dei luoghi, il cognome delle persone. I cittadini di lingua tedesca furono espulsi dagli uffici pubblici, ma spesso anche dalle fabbriche: al loro posto italiani doc, importati dal Regno. Operazione culminata nel '39 con il trasferimento in Germania della popolazione (l'86%) che non intendeva rinunziare alle proprie radici linguistico-culturali.
Il Trentino-Alto Adige tornò ad essere plurilingue e multiculturale solo dopo la fine della seconda guerra mondiale: dal 1948 costituisce una regione autonoma a statuto speciale che salvaguarda la sua doppia identità.
La città del Concilio
Salvo qualche edificio superstite, non molto rimane a Trento - capoluogo della regione - delle fabbriche romaniche e gotiche che avevano caratterizzato la città medioevale.
Ancor meno resta della Tridentum fondata dai Romani nel 23 a.C. in luogo dell'antico castelliere che presidiava la via per il Nord. A trasformare il principato vescovile in una moderna città rinascimentale, all'altezza di ospitare il XIX Concilio Ecumenico (1545-1563), provvide con febbrile alacrità il vescovo Bernardo Cles: dimostrazione di quel buon governo della Chiesa - durato in tutto otto secoli - che aveva motivato la scelta di Trento quale sede conciliare.
Particolare attenzione Cles riservò alle antiche via Larga e via Lunga (oggi Belenzani e Manci), destinate a collegare il Duomo - voluto nel XII secolo dal vescovo Federico Vanga al posto dell'antica basilica di S. Vigilio - con il castello del Buonconsiglio, in cui i vescovi-principi, lasciato il medioevale palazzo Pretorio, risiedevano dal Trecento. Un percorso che sontuosi palazzi rinascimentali interamente affrescati hanno trasformato nel salotto buono della città.
Ma l'esercito di maestranze e di artisti arruolato dal vescovo mise mano ad ogni angolo di Trento: fu completamente rifatta la chiesa di S. Maria Maggiore, sede delle sedute conciliari, e creato ex novo il Magno Palazzo del castello del Buonconsiglio, che con il suo ricco corredo di affreschi costituisce il principale polo di attrazione della città.
Per ironia della sorte Bernardo Cles morì alla vigilia dell'apertura del Concilio della Controriforma, lasciando il compito di fare gli onori di casa al suo successore Cristoforo Madruzzo, cui è legato il Palazzo delle Albere, oggi sede del Mart (Museo di Arte Moderna e Contemporanea.)
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