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I servizi / Napoli: città dei contrasti

Miseria e nobiltà

Turismo

Scritto da Matilde Jonas il 1 giugno 2004

00000042-00000001 Giornalista

Fiorentina, laureata in pedagogia con indirizzo psicologico, vive a Vejano (Viterbo), in piena Tuscia.

Collaboratrice di numerose riviste letterarie, di quotidiani e mensili, a cui alterna l'attività di ufficio stampa per manifestazioni artistiche, ha anche pubblicato libri di poesie e narrativa (La lunga notte dei nove sentieri, Ed. Quaderni di Hellas; Tra silenzio e parole, Nardini Editore; Venerdì, MCS).
Per la collana 900 di Mondadori/De Agostini ha curato le prefazioni di autori del Novecento.

Direttore responsabile fino al giugno 1995 del mensile della Newton Periodici Firenze ieri, oggi, domani, ha progettato e realizzato il mensile Firenze Toscana, per il gruppo editoriale Olimpia, di cui ha assunto anche la direzione.
Miseria e nobiltà
Capitale del Vicereame spagnolo
e del Regno delle Due Sicilie, Napoli, nonostante le gravissime ferite inferte dalla guerra e decenni di degrado, conserva l'aspetto delle grandi metropoli europee. L'ampio respiro delle piazze (del Plebiscito, del Municipio, Trieste e Trento), lo sfarzo straordinario dei palazzi reali e nobiliari, i castelli imponenti, l'opulenza delle chiese: tutto è iperbole, compresa quella galleria Umberto I, salotto buono della Napoli postunitaria, che fa impallidire la milanese galleria di Montenapoleone. Fitta di palazzi, l'animatissima via Toledo - voluta dal viceré Pedro di Toledo, promotore del riassetto urbano del XVI secolo - ha detenuto per secoli il primato di strada più lunga d'Europa. Dal Vomero dominano il golfo la Certosa di San Martino - trionfo del Barocco e ospite anche del Museo del Presepe - e la fortezza di S.Erasmo.
Ma Napoli è anche la città dei cinquecenteschi quartieri spagnoli, quella dei "bassi" e degli "sciuscià", dove si vive in vicolo sotto i festoni di panni stesi. Quella Napoli popolana maestra nell'arte di arrangiarsi, sempre in bilico tra fatalismo e superstizione, che rievoca il grande Totò, i fratelli De Filippo, la Loren, De Sica. Una Napoli densa di odori e di umori che si rispecchia in Pulcinella: maschera dalla comicità disincantata e giuliva, diventata l'emblema di quella "plebe napoletana" affamata e smargiassa, codarda e dissacrante, da sempre oppressa dai potenti che si sono succeduti nella Campania felix.

Diario partenopeo
L'avventura di Napoli comincia con lo sbarco dei Greci a Megaride, quel lembo di terra proteso sul mare dove nell'XI secolo i Normanni edificheranno Castel dell'Ovo, trecentesco scenario della sessualità incontenibile di Giovanna d'Angiò, la regina passata alla storia per la tragica fine riservata ai compagni di letto. Ma sia la greca Partenope che la romana Neapolis rimasero centri di secondo piano: oscurata la prima da Cuma, la seconda da Pozzuoli. La svolta arrivò con i Normanni, artefici del porto, e ancor più con Federico II di Svevia che nel 1224 istituì l'Università, polo di attrazione dei migliori ingegni del Medioevo e del Rinascimento; a Castel Capuano - la primitiva residenza reale adibita a "foresteria" dopo il trasloco degli Angioini a Castel Nuovo (il Maschio Angioino) - pare che Boccaccio abbia conosciuto Fiammetta; di sicuro il castello ospitò il Petrarca. Il potenziamento del porto e una politica di agevolazioni fiscali tesa a favorire l'inurbamento dei baroni, pericolosi antagonisti del governo centrale, fece il resto. Al loro seguito confluì in città una valanga tale di "cafoni" - i contadini usi a fermarsi in vita i pantaloni "ca' fune" - che alle soglie del '600, quando la popolazione di Roma sfiorava le 50.000 anime, Napoli contava 450.000 abitanti.

Satana in rotaia
L'espressione di Satana: con questo epiteto Papa Gregorio VI "benediva" il treno che il 3 ottobre 1839 inaugurava la prima linea ferroviaria d'Italia, la Napoli-Portici. Re Ferdinando l'aveva voluta a collegare la capitale con la reggia che un secolo prima i Borboni, incuranti dei rischi, si erano fatti costruire sulle falde del Vesuvio: si era in piena stagione di Gran Tour e la grande ammirazione suscitata dal vulcano negli stranieri - richiamati a Napoli dal ritrovamento di Ercolano e di Pompei - aveva sicuramente contagiato i sovrani. La moda esplose tra l'aristocrazia napoletana con tale virulenza che di lì a poco tra Napoli e Portici si creò un continuum di ville: il famoso "miglio d'oro".

Tappa d'obbligo per gli appassionati del treno il Museo ferroviario nazionale di Pietrarsa (orario: 9-13, Portici, tel. 081264612), che custodisce anche il superbo treno reale italiano.

Azienda autonoma di soggiorno, cura e turismo, piazza del Plebiscito 1, tel. 0812525713-10-26

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