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Toscana / Lingua parlata

Di bocca in bocca

Cibo e parole: riflessioni sul linguaggio corrente

Scritto da Pier Francesco Listri il 1 gennaio 2004

00000031-00000001 Giornalista e scrittore
Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso".

Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar".

Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.
Di bocca in bocca
Amici lettori, inauguriamo
questa rubrica sulle parole (parole nuove, sgradevoli, difficili, perdute) con un piccolo gioco. Immaginate un elegante vassoio su cui è poggiato un arrosto con un paio di salami e intorno dei finocchi e qualche carciofo. Può darsi che vi stuzzichi l'appetito, ma per un linguista quel vassoio è una raccolta di improperi o, per usare una parola in disuso, di benevole contumelie. Potrei infatti dire ad una persona maldestra, 'Tu sei un salame', 'Sei un carciofo', 'Non vedi che hai fatto un arrosto?' (hai fatto un pasticcio), se poi aggiungessi l'epiteto derivato dai finocchi capite che sarebbe anche più grave.

Questo gioco ci induce a riflettere sullo stretto rapporto che corre fra le parole che usiamo e il cibo, rapporto talora diretto, talora metaforico. Ciò accade prima di tutto perché parlare e cibarsi sono forse - su diverse sfere - le due principali attività dell'uomo. Poi perché almeno diecimila anni di nostri antenati agricoltori, fino ad appena mezzo secolo fa, hanno un peso che investe la nostra immaginazione spingendoci ad usi diretti o traslati (perché mai si dirà salame ad una persona maldestra?) di parole, anche figurate, legate al mondo dell'alimentazione.
Tanto il cibo ha inciso sul nostro parlare che addirittura dal cibo è derivato il modo in cui siamo conosciuti e chiamati dagli altri. Non pochi, in Italia, e molti in Toscana, sono infatti i cognomi che derivano dagli alimenti. Farina, Cipolla, Pera (ha questo, si sa, nome il presidente del Senato), Aglietti, Salinari, Castagnetti. L'elenco può proseguire ma basta così e senza ulteriori spiegazioni perché il significato è del tutto trasparente.

Non poche parole, poi, sono tratte dal cibo, anche se hanno acquisito un significato apparentemente lontano. Si dice per esempio 'smarronare' (tratto evidentemente dal mondo delle castagne) per indicare 'andare fuori riga, dire sciocchezze'. Un''insalata' è un disordine mentale o fisico che induce ad apostrofare volentieri per esempio i bambini a scuola. Di una ragazzina chiacchierina si dice che è una ragazza 'pepata', una multa o un conto sono spesso 'salati'.
Parlando alludiamo continuamente alla realtà quotidiana più piacevole, il cibo. Al punto che si arriva a dire 'Giovanni si mangia le parole' e chi parla inutilmente difficile si richiama con la frase 'parla come mangi'.

Anche la bellezza fisica ricorre spessissimo, nel nostro parlare, a traslati alimentari, sicché un bel viso di donna può diventare un vero e proprio orto: capelli castani, bocca di ciliegia, gote come meline rosse, occhi a mandorla e - se per caso è un po' stanca - pesche sotto gli occhi.
Se poi ci inoltrassimo nel ricchissimo bosco dei proverbi (pochi oggi ne esistono perché travolti dagli slogan della pubblicità), ci imbatteremmo nella presenza ossessiva del cibo. Da 'buono come il pane', a 'liscio come l'olio' si sale via via a intelligenti costruzioni verbali: ecco allora 'levare le castagne dal fuoco' o 'passare la patata bollente', o 'piangere sul latte versato' fino al ricordo degli antichi mulini quando si dice ' le chiacchiere non fan farina' o si apostrofa chi è troppo lento e pacifico con l'epiteto di 'polentone'. Fino a quell'alta e popolare poesia, che solo la povertà può ispirare, di quel detto, un tempo assai frequente in Toscana, quando di poveracci si diceva che si nutrissero di 'pan di legno e vin di nuvole' (cioè di pane di castagne e di acqua).

E certo qualche nonna cuciniera userà ancora dire 'troppi cuochi guastan la cucina', anche se il tema del discorso è di tutt'altro genere.
Fermiamoci qui, per non fare indigestione. Si intende che chi, fra i nostri lettori, avesse dubbi, consigli o curiosità di lingua, può scriverci e ci farà piacere.
E per oggi, buon appetito.

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