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Toscana / Lucca, piazza dell'Anfiteatro

Dai Romani alla duchessa

Dentro questo anello venti secoli di vita

Scritto da Pier Francesco Listri il 1 marzo 2003

00000031-00000001 Giornalista e scrittore
Caporedattore per oltre un ventennio del quotidiano "La Nazione", è stato collaboratore del "Ponte" e de "L'Espresso".

Profondo conoscitore della storia fiorentina e toscana, alla quale ha dedicato numerosi volumi. Ha curato a lungo i problemi della scuola, redigendo manuali e fondando le riviste "Tuttoscuola" e "Palomar".

Ha diretto a Firenze l'emittente televisiva Rete A, al suo attivo ha anche una collaborazione trentennale con la RAI.
Dai Romani alla duchessa 2
C'è nel cuore di Lucca ducale, racchiusa nel massiccio anello delle sue storiche mura, un altro anello murario, più breve, che racchiude, in una perfetta ellisse, uno spazio antico, solenne e insieme deliziosamente domestico. Improprio è chiamarlo, come spesso si fa, piazza del Mercato; più puntuale darle il suo antico nome: Anfiteatro.

E' lì, nel cuore del centro medievale, da quasi venti secoli; ha ospitato spettacoli di gladiatori, magazzini del sale, temute prigioni, pubblici macelli, a lungo mercati all'aperto. Ha subito, lungo due millenni, alcuni decisivi sussulti: da marmoreo trionfo dell'età romana a degradato ricetto medievale; fino al geniale rifacimento ottocentesco, più romantico che neoclassico, del provetto architetto di corte Lorenzo Nottolini (erano i tempi della duchessa Maria Luigia), finché, in tempi recenti, un nuovo colpo di civico genio ne ha sbarazzato il grande spazio ellittico dai tuguri e dai banchi che l'assiepavano riportandola ad essere mirabile anello di case, come curve quinte, che incastonano un vuoto suggestivo, prezioso e, nonostante tutto, domestico.

Dai Romani alla duchessa 3
Lucca ha mille richiami
: le grandi Mura incorrotte, Ilaria dormiente nel marmo, il Volto Santo; la Baciocchi e Maria Luigia; l'erbosa Torre Guinigi, l'Angelo di San Martino, il lampeggiante mosaico di San Frediano; il Liberty, la vaghissima via Fillungo, le ville stupende del contado, l'inquietante Duca dipinto dal Pontormo.
Ma, al mattino gremito o meglio nel silenzio notturno, una sosta nell'Anfiteatro è esperienza di suggestione suprema.

L'Anfiteatro, situato fuori dell'allora cerchia muraria, fu costruito pare fra il primo e il secondo secolo dopo Cristo e subito sfolgorò, capace di diecimila posti, per i suoi marmi, le sue colonne d'alberese, le cinquantaquattro arcate a due ordini e per il suo portico. Con l'avvento del cristianesimo e la fine dei giuochi gladiatori, mentre l'Impero languiva, i suoi marmi servirono per adornare chiese. La miseria medievale e le dominazioni barbariche decretarono il conclusivo degrado. Sotto i Franchi fu detto Parlascio o Aringo e servì per raduni militari. Poi vi si accampò via via un brulicante formicaio di casupole, di fondaci e di cantine, nonché di prigioni, che ne serbarono viva la vita ma ne spensero lo splendore.

Dai Romani alla duchessa
Tenace e robusto rimase lo scheletro murario, cioè quella perfetta ellissi racchiusa fra curve quinte di case. E quel pur rigido e perfetto disegno imperiale riusciva, nel tempo, a serbare il miracolo di integrarsi perfettamente nella confusa urbanistica del centro medievale lucchese. A tratti, dalle fondamenta del teatro romano emergevano lampanti lacerti: monete del divo Claudio, brani del pavimento marmoreo, spezzate epigrafi.

Bisogna fare ora un gran salto fin all'Ottocento lucchese di Maria Luigia e di Carlo Ludovico, quando accadde uno di quei rari, ma non impossibili, incontri felici fra un potere lungimirante e un artista capace: questi fu l'architetto di corte Lorenzo Nottolini cui fu affidata, correva il 1830, la ristrutturazione dell'Anfiteatro che, intanto, era divenuto mercato delle vettovaglie. Nottolini liberò lo spazio, aprì tre ingressi coordinati e un quarto utile al mercato, ma ebbe il geniale proposito di conservare le diverse altezze degli alzati delle case, unite l'una all'altra, che formano la gran quinta dell'ovale. Il che, serbando perfetta armonia geometrica all'insieme, salvò la varietà musicale di quelle diverse altezze: due moduli che ancora oggi sono la segreta poesia di questa piazza.

Dai Romani alla duchessa 4
Perfettamente isolato dal resto della città, l'Anfiteatro distingue ma non separa la vita che vi si svolge all'interno con quella che pulsa appena fuori. Al che conferiva anche l'intelligente soluzione di aver situato, tutto intorno alla muratura, molte botteghe, non poche delle quali erano aperte verso l'interno ma anche sulla strada di fuori. Quello spazio però era prezioso e faceva gola, così l'industre Lucca presto lo riempì, all'interno, di baracche e di banchi, ingredienti del fervido mercato che portavano vita ma toglievano splendore all'insieme. Bisognerà attendere la metà del Novecento e oltre perché stabili mercati trovassero posto altrove e la misura incorrotta di quell'ovale spazioso riacquistasse la sua solenne, domestica bellezza.

Se osservare da visitatore l'Anfiteatro è dono dell'anima, viverci quotidianamente, come accade, fra altri fortunati mortali, al grande e inquietante poetico pittore Antonio Possenti, è nutrimento che forse nessun altro luogo può riserbare. Sulle tele di Possenti non credo l'Anfiteatro compaia mai, ma queste misteriose misure, la sua circoscritta e pur immensa spazialità certo sorreggono le visioni incantate dei suoi quadri.

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